Corriere della Sera, 22 aprile 2026
Libano, trattativa fra le minacce
Domani a Washington parte il secondo round di negoziati per il cessate il fuoco definitivo fra Israele e Libano, ma segnali di distensione pre-incontro non se ne vedono.
Hezbollah, il gruppo sciita filo-iraniano che Israele vorrebbe costringere alla resa delle armi, alza la voce e minaccia ritorsioni contro l’esercito israeliano che avanza, nel territorio a sud del Libano, oltre la linea stabilita dall’Onu nel 2000 come «l’area cuscinetto» di sicurezza fra i due Paesi. E dall’altra parte il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, non prova nemmeno a smorzare i toni. Anzi.
Katz affida al sito di notizie Ynet la seguente dichiarazione: «Io e il premier Benjamin Netanyahu abbiamo ordinato alle nostre Forze di difesa di agire con piena forza, anche durante il cessate il fuoco (in corso da venerdì scorso per 10 giorni, ndr), per proteggere i nostri soldati in Libano da qualsiasi minaccia».
Parlando della sicurezza degli israeliani che vivono nel nord del Paese, al confine con il Libano, il ministro della Difesa ha ricordato l’operazione con la quale è stato ucciso l’ex leader di Hezbollah Hasan Nasrallah, nel 2024, e ha detto che «Nasrallah ha distrutto la comunità sciita in Libano» e che Naim Qassem, l’attuale capo del movimento islamista, «la devasterà e pagherà con la perdita di case e territorio, fin quando non pagherà anche con la perdita della sua testa».
L’obiettivo finale citato da Katz è anche la promessa più grande, fin qui mai riuscita. E cioè disarmare Hezbollah. Lo scopo «strategico della campagna in Libano è il disarmo di Hezbollah attraverso una combinazione di misure militari e diplomatiche», ha detto. Tutto questo mentre i soldati dell’Idf, le Forze di difesa israeliane, emettevano un nuovo avviso di evacuazione per i residenti del Libano meridionale. Stesso scenario già visto a Gaza, con i continui ordini di evacuazione della popolazione civile alla quale era vietato rientrare nelle proprie case.
Va così anche nei villaggi che i soldati di Netanyahu controllano nella loro nuova area di intervento, più ampia – appunto – di quella prevista dalle Nazioni Unite. Un’area che l’esercito ha svelato al mondo con la sua nuova cartina dell’area occupata, battezzata come «zona di difesa avanzata».
Parigi invece continua a chiamarla «zona cuscinetto», come rende noto una fonte dell’Eliseo che ai media francesi avrebbe parlato di una situazione «temporanea». «Oggi non bisogna troppo occuparsi delle posizioni israeliane, che sono prima di tutto difensive», avrebbe affermato la fonte. «Oggi la sfida non è far smuovere queste linee e ritornare a quelle stabilite da differenti mandati. Oggi la sfida è stabilizzare la situazione ed evitare che gli scontri riprendano».
Scontri che per la verità non sono mai cessati del tutto dall’annuncio della tregua a oggi. Ieri, per dire, Hezbollah ha lanciato diversi razzi contro l’Idf che ha risposto distruggendo il lanciarazzi. Dall’inizio della guerra, il 2 marzo (cioè tre giorni dopo l’attacco Usa-Israele contro l’Iran), il bilancio delle vittime diffuso da Beirut è di circa 2.500 morti e quasi 8.000 feriti. Ora la speranza è che questo nuovo giro di colloqui porti quantomeno ad altro tempo di tregua (si parla di altri 10 giorni di cessate il fuoco) per cominciare a parlare delle condizioni per una stretta di mano più avanti. Per dirla con il presidente libanese Aoun: guai a vedere i negoziati come una resa.