il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026
Scandalo Mandelson: Starmer dà la colpa al “Deep State”, ma già si parla del sostituto
La linea di difesa scelta da Keir Starmer è ora l’attacco, di fronte a un’accusa da dimissioni: aver deliberatamente fuorviato il Parlamento nel processo di selezione di Peter Mandelson come ambasciatore negli Usa. In una turbolenta seduta parlamentare, ieri il primo ministro britannico ribalta l’onere della prova: ribadisce, furioso, che è stato Olly Robbins, il capo del corpo diplomatico, a nascondergli che Mandelson non aveva superato le verifiche delle forze di sicurezza e ad autorizzarne comunque la nomina. Da cui si è dovuto dimettere quando sono emersi ulteriori dettagli sulla sua già nota amicizia con Jeffrey Epstein.
È stato questo tradimento della fiducia a giustificare il licenziamento di Robbins, unico capro espiatorio di una sequenza di errori ai vertici dell’esecutivo britannico che ha dell’incredibile. Dichiara Strarmer: “Sembra incredibile che, per tutto il corso degli eventi, i funzionari del Foreign Office abbiano ritenuto opportuno nascondere questa informazione ai ministri più alti in grado del nostro governo. Solo che, quando lo sottolinea, si guadagna una salve di risa dagli scranni dell’opposizione. Sulla carta spettava a Robbins valutare se procedere con la nomina. Ma un mese prima che arrivasse la risposta negativa delle verifiche, il premier aveva già annunciato l’incarico, gettandovi sopra tutto il suo peso politico.
Non solo: ieri è emerso che l’ex capo della Pubblica amministrazione, Sir Chris Wormald, gli aveva consigliato di aspettare l’esito delle procedure di selezione prima di scegliere. Raccomandazione che Starmer ha ignorato, mentre Wormald si è dovuto dimettere, travolto proprio dalla slavina Mandelson. Ieri Westminster si è concentrata sul “processo alle procedure”, perché il salvagente del premier è lo scontro con il Deep State. Obiettivo facile: chi mai, in quale Paese, difende il Deep State? Il punto debole è che antagonizza il public service; proietta una dannosissima immagine di incompetenza di Downing Street; tradisce il messaggio con cui il Labour ha vinto le elezioni, il cambiamento rispetto a quel Boris Johnson, ai tempi del Covid, capace di negare l’evidenza per non prendersi responsabilità. Oggi Robbins potrebbe far precipitare questa narrazione nella sua testimonianza in Commissione Esteri. Intanto Mandelson ha ottenuto che vengano redatti dai documenti sul suo mandato, in via di pubblicazione, i commenti più critici sugli Usa: i rapporti fra “alleati” sono già abbastanza tesi. Resta inevasa la domanda da cui tutto questo sarebbe dovuto partire: perché per questo incarico Starmer voleva così tanto proprio Mandelson, comunque compromesso? Da quella risposta potrebbe arrivare la pietra tombale sulla sua leadership. Che invece rischia di procedere ancora a lungo per carenza di alternative. Come notava una nota commentatrice, “in questi casi chi fa cadere il leader in carica viene punito, e chi ne prende il posto va incontro a un rapido fallimento: questo aumenta drasticamente le chance che a sostituire Starmer sia una donna. O l’esponente di qualche minoranza.”