La Stampa, 21 aprile 2026
Intervista a Emilio Isgrò
«A Capodimonte cancello la canzone napoletana, a Londra la Brexit, a Gibellina il Cretto di Burri e a Castel Gandolfo l’enciclica “Laudato si” su commissione di Papa Francesco, che Leone XIV ha voluto proseguissi». Emilio Isgrò, artista, poeta e giornalista vivacissimo di origine messinese, a 88 anni racconta i suoi progetti in occasione del Premio Costa Smeralda Cultura del Mediterraneo che ha appena vinto.
A Capodimonte sono in mostra le canzoni napoletane, perché le ha cancellate?
«Volevo sottolineare un’opera musicale di grande spessore, pensiamo a Di Giacomo, in cui cultura alta e bassa si toccano. Il torto dell’arte degli ultimi sessant’anni è di aver veicolato una cultura apparentemente popolare, in effetti populista, di scarsa qualità. Un fenomeno cominciato con la Pop art, che certamente ha dato buoni artisti ma anche un epigonismo miserevole».
A Londra cancella la Brexit?
«Sì, alla Estorick Collection dal 20 maggio al 6 settembre in omaggio all’Inghilterra shakespeariana. La Brexit è stata una tragedia per loro, ma anche per noi. Mi pare giusto dirgli con un’opera che sono nostri fratelli. Cancello la lettera di Theresa May a Donald Tusk, sei pagine che trasformo in 27 quanti i Paesi europei, di cui rimane solo la scritta “with European Union"».
Un’opera come questa quanto tempo richiede?
«Mesi, non sono un pittore di gesto, le mie opere nascono da un progetto mentale. Ho un laboratorio a Milano e uno a Bergamo per lavorare senza sbavature. Prima realizzo la pagina stampata con varie tecniche serigrafiche o digitali, poi cancello a mano enucleando ciò che deve emergere con pennarello o colori acrilici. Questo materiale viene trasferito su una tela speciale e ricancellato così che non si capisca dove inizia o finisce la cancellatura, quale sia la parola importante e quale no. L’opera deve essere perfetta e ambigua al contempo».
Come ha convinto Leone XIV a farle proseguire l’opera richiesta da Francesco?
«Era curioso di capire cosa fosse e gli ho spiegato che la mia cancellatura è come lo zero in matematica, valore nullo o punto di origine, e lui mi ha suggerito il titolo “L’amore è più forte che la bellezza"».
Percepisce la sua opera come ispirata dall’alto?
«È il momento massimo di realizzazione e di appagamento, in cui l’artista viene responsabilizzato non solo da sé stesso ma anche dal mondo che lo accoglie e che gli porta via dalle mani il bambino. Un momento doloroso e divino».
Si considera concettuale?
«Ogni artista si vuol sentire sé stesso. Sono considerato concettuale, ma non amo quel tipo di arte perché diventa subito maniera. Mi muovo da sponde mentali per arrivare a una comunicazione più alta e allargata. Non per amore di democraticismo, perché l’arte come il tennis è per molti ma non per tutti. Tuttavia ricerco un’arte che pur non tradendo la qualità arrivi a più persone possibile. In questo senso è uno strumento politico, perché può permeare della sua assoluta libertà un mondo in catene».
Che giornalista era?
«Durante gli studi universitari di Scienze politiche alla Cattolica di Milano cercavo di mantenermi collaborando con i giornali. Il mio primo libro di poesie Fiere del Sud venne lodato da Pasolini su Il punto. Lavorai anche per un’azienda di agrumi, ma non sapevo fare i conti e mi licenziai. Passai tutte le redazioni: L’Avanti, Corriere Lombardo, Il Giorno, La Notte, fino all’assunzione al Gazzettino a Padova e poi a Venezia. Il primo articolo fu un’inchiesta sui libri di poesia, poi proposi di approfondire la mafia del pesce. Il mio sogno era Sanremo, ma tutti mi credevano un letterato. Un giorno a Milano incontrai pure Kennedy. Al Gazzettino mi affidarono un pezzo sulla famiglia di Papa Giovanni XXIII, il processo del mostro di Pontoglio che si svolgeva in bergamasco, infine la Terza pagina e gli inserti culturali».
Com’era vivere a Venezia?
«Un incanto. Ai miei tempi si avvertiva la Mitteleuropa, poi l’arrivo degli americani in massa ha cambiato tutto. Vivevo vicino a San Zaccaria con Brigitte, la mia prima moglie berlinese, in una casa costruita da Mauro Coducci. Me ne andai a Milano lasciando anche lei per lavorare ad Oggi, dove partecipai alla battaglia per il divorzio. Pure io volevo divorziare per sposare Scilla, la mia seconda moglie. Passai a Tempo illustrato, ma chiesi a Enzo Biagi che dirigeva la Rizzoli di lasciarmi andare con la liquidazione. Fu gentile e così mi dedicai solo all’arte».
Come ha visto cambiare la Biennale di Venezia?
«L’idea iniziale era di creare una vetrina internazionale per l’arte italiana che non aveva musei contemporanei. Il successo di Rauschenberg nel 1964 fu l’assalto degli Stati Uniti alla vecchia Europa, ma non erano tutti bravi come lui. Oggi paradossalmente gli italiani hanno poco spazio, anche se è giusto aprire all’arte globale in contrasto all’economia globale».
Cosa pensa della discussione sul Padiglione russo?
«L’arte vola più alto della politica. Tutti gli artisti devono esporre, non importa di chi sia il padiglione. Sono di sinistra, ma la mia arte non è organica a niente. La mia formazione è quella di Giustizia e libertà, la mia linea è vittoriniana, e sono credente».
Le piace vivere a Milano?
«Era una meta culturale e per me è rimasta così, forse per abitudine. Oggi avrebbe bisogno di un aggiornamento, maggiori ambizioni e spazi per i nostri artisti che sono tra i migliori del mondo».
La prima cancellatura?
«Nel 1964 di un pezzo del Gazzettino. Mi colpì l’irruzione della Pop art alla Biennale, che trovai un assalto della civiltà visiva alla parola. Come artista, poeta e giornalista non volevo avvallare nel Mediterraneo la nascita di un popolo di pesci muti. Mi preoccupai per il nostro mondo, pur apprezzando la forza della Pop art che in fondo liberava le avanguardie europee dalle ideologie, ma mi accorsi che anche essa era un’ideologia. Era il realismo socialista dei Paesi capitalisti. Volevo fare qualcosa di più importante e scoprire un linguaggio autonomo per dire tutto e il contrario di tutto nella stessa opera. La mia cancellatura fu la reazione a un mondo che mostrava troppo, perché secondo me bisognava vedere meno come del resto oggi. La cancellatura esiste nel mio lavoro anche quando non la faccio, per esempio con l’Orestea di Gibellina ho cancellato un certo modo di fare teatro e a giugno cancellerò il Cretto di Burri».
Quando si è sentito più artista che giornalista?
«Mi piaceva fare il giornalista e la dimensione mediatica fa parte della mia arte. Non posso non esprimere la realtà. Anche Campigli era giornalista».
Quali artisti ha incontrato?
«Fontana, cosmopolita e colto, che incoraggiava me come molti giovani. Melotti, un signore elegante e umile che ebbe successo tardi, zio di Maurizio Pollini. Vedova era sanguigno, impegnato in un linguaggio astratto e per me esagitato. Guttuso era molto bravo, gradevole, di lui apprezzavo i quadri del periodo romano. Peggy Guggenheim era una mecenate elegante, amabile ed europeista».
Quali artisti le piacciono?
«Tra gli stranieri Rothko e tra gli italiani Calzolari, che vorrei vedere nei nostri musei più di certi sconosciuti del New Mexico. O Gianni Colombo, che i musei italiani dovrebbero salvare e gli costerebbe anche poco. O un vecchio amico come Franco Vaccari. Tra i giovani stimo Marinella Senatore».
Chi non la convince invece?
«Modigliani non mi è mai piaciuto, perché rispetto alla forza inventiva di Picasso sa di maniera. È il pittore dei colli alti. Non piaceva neppure a De Chirico».
Come vede l’Italia di oggi?
«Ha tutti i numeri per crescere, ma non ha ancora capito che il vero problema è il Sud».
È favorevole al Ponte di Messina?
«In linea di principio sì, ma non penso sia una priorità quando mancano le strade».
La premier Meloni le piace?
«Dicono che sia fascista, ma può dimostrare di non esserlo. Mi auguro che tenga i nervi saldi nel caos internazionale. Non mi piaceva Schlein, ma è cominciata a piacermi quando ha dato la sua solidarietà alla premier su Trump».