La Stampa, 21 aprile 2026
Sanzioni a Israele, l’Ue riapre il dossier
Dopo averlo tenuto nel cassetto per quasi sette mesi, l’Unione europea riapre il dossier delle sanzioni a Israele. Dentro, c’è un ampio set di misure: dall’inserimento nella lista nera dei coloni violenti (e potenzialmente anche dei ministri estremisti) fino alla sospensione degli accordi commerciali con Tel Aviv, passando per l’esclusione di Israele dal programma di ricerca Horizon, finanziato con i fondi Ue. In parallelo, Bruxelles cerca di tenere vivo il processo per la soluzione a due Stati: ieri ha ospitato una conferenza internazionale sul tema, oltre alla riunione del Comitato di collegamento ad hoc sulla Palestina (c’era anche il premier dell’Anp, Mohammad Mustafa) per coordinare gli aiuti ai palestinesi e dare così una risposta al Board of Peace di Donald Trump.
Le sanzioni proposte dalla Commissione alla fine di settembre erano state bloccate in Consiglio da alcuni governi, dopodiché le discussioni si erano arenate in seguito al cessate il fuoco a Gaza siglato all’inizio di ottobre. Ma la situazione non è affatto migliorata, anzi. Da allora, gli insediamenti illegali in Cisgiordania non si sono fermati, la Knesset ha approvato la legge sulla pena di morte e il Libano è stato oggetto di una nuova offensiva militare. Per questo i ministri degli Esteri di tre Paesi – Spagna, Irlanda e Slovenia – hanno scritto una lettera all’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, chiedendole di riaprire il dossier.
Se ne parlerà oggi al Consiglio Affari Esteri in programma a Lussemburgo, al quale parteciperà anche il primo ministro libanese, Nawaf Salam. Gli occhi saranno puntati in particolare su tre Paesi: da un lato l’Ungheria, dall’altro la Germania e l’Italia, che sarà rappresentata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il governo di Budapest era stato l’unico a opporsi alle sanzioni per i coloni israeliani violenti, per le quali è necessaria l’unanimità. Ma ora che Viktor Orban si appresta a lasciare il potere, potrebbe esserci un cambio di posizione. Anche se il nuovo esecutivo guidato da Peter Magyar non si è ancora insediato, a Bruxelles già si intravedono alcuni movimenti: ieri, per esempio, l’Ungheria ha fatto capire di essere pronta a dare il via libera al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. «Con il voto in Ungheria si è aperta una finestra di opportunità – spiega una fonte diplomatica – e dobbiamo fare in fretta perché c’è il rischio che il voto in Bulgaria la chiuda nuovamente».
Resta da capire se il pacchetto potrà essere approvato limitatamente alle misure che riguardano i coloni – 26 Stati membri avevano già dato il loro ok – oppure se includerà anche le sanzioni ai ministri Ben Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Su quest’ultima proposta non si era registrata soltanto l’opposizione dell’Ungheria, ma anche di altri governi. Tra cui quello tedesco. Le sanzioni individuali, però, vengono considerate come un atto puramente simbolico. Ciò che potrebbe fare realmente la differenza è la sospensione dell’accordo bilaterale, richiesto anche da una petizione firmata da oltre un milione di cittadini europei. Scartata l’ipotesi di una sospensione totale dell’intesa, per la quale servirebbe l’unanimità, resta l’idea di uno stop alla parte commerciale, come proposto dalla Commissione. E sarà questo uno dei temi al centro del confronto tra i ministri.
L’Ue è il principale partner commerciale di Israele e la disattivazione dell’intesa ripristinerebbe i dazi su 5,8 miliardi di prodotti israeliani, soprattutto nel settore agroalimentare, con un impatto di circa 230 milioni di euro l’anno. Per sospendere l’accordo commerciale è necessaria la maggioranza qualificata: 15 Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Italia e Germania si erano sin qui opposte, insieme ad altri Paesi, tra cui Ungheria e Repubblica Ceca. Ma se anche uno solo dei due “big” cambiasse posizione, il fronte guidato dallo spagnolo Pedro Sanchez potrebbe avere la meglio. «Abbiamo visto segnali non indifferenti da parte del governo italiano – riconosce un’altra fonte diplomatica – con la sospensione del rinnovo automatico degli accordi militari con Israele e la presa di distanza da Trump. Siamo curiosi di sentire il ministro Tajani». Da parte italiana, però, prevale la cautela. Altri Paesi suggeriscono un approccio graduale con misure meno impattanti. Francia e Svezia hanno fatto circolare un non-paper nel quale chiedono di introdurre dazi o addirittura restrizioni all’import dei beni provenienti dagli insediamenti illegali israeliani: «Crediamo che l’Ue debba urgentemente aumentare la pressione su Israele per bloccare queste pratiche».