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 2026  aprile 21 Martedì calendario

Opzione carbone

«Se il gas supera i 70 euro al megawattora potrebbe rendersi necessario riattivare le centrali a carbone» sostiene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. «È una cifra alta, oggi siamo intorno ai 40 euro, mentre le stime iniziali erano tra i 28 e i 30. Ma quello è il punto di caduta» ha aggiunto, spiegando che il suo è «uno scenario emergenziale» e che «il carbone resta una soluzione residuale, ma in caso di necessità dobbiamo essere pronti».
Oggi sono 4 le centrali a carbone su cui l’Italia può contare per una potenza complessiva di 4,7 gigawatt: due sono in Sardegna, a Portovesme e a Fiume Stato, destinate a operare sino a tutto il 2028; mentre le altre due, quelle di Civitavecchia e di Brindisi, le più grandi (1,8 gigawatt di potenza cadauna) sono spente da fine 2024 ma in base all’ultimo decreto Bollette resteranno «a disposizione», «di scorta» sino al 2038. «Non ho ordinato lo smantellamento perché, in una situazione di emergenza, potrebbero essere necessarie» ha poi chiarito Pichetto, assicurando però che «l’intenzione e la determinazione» del governo «restano quelle della chiusura del carbone».
Mette le mani avanti la Società italiana di medicina ambientale (Sima), segnalando che «la possibile riattivazione anche temporanea delle centrali a carbone non può essere valutata solo in termini di costo immediato dell’energia, visto che la letteratura scientifica mostra con chiarezza che il carbone scarica una quota rilevante dei propri costi sulla collettività sotto forma di malattie, morti premature, ricoveri, perdita di produttività, danno ambientale e pressione sui sistemi sanitari».
Costi per costi, mentre la politica continua a discutere del gas russo, tema sul quale si ricrea il vecchio asse Lega-5 Stelle, Confindustria fa i conti sugli effetti della guerra in Iran e sono cifre da brivido quelle che escono. Secondo le stime del Centro studi se la guerra in Iran finirà a giugno (col petrolio a 110 dollari in media annua), se riprenderanno i flussi commerciali pre-conflitto e la capacità produttiva dei Paesi del Golfo riuscirà a sostenere la domanda mondiale, le nostre imprese manifatturiere si ritroverebbero a pagare 7 miliardi di euro l’anno rispetto al 2025, con l’incidenza dei costi energetici sui costi generali che salirebbe dal 4,9% nel 2025 al 5,9%. Se invece la guerra si dovesse protrarre per l’intero anno, col greggio che schizzerebbe a 140 dollari al barile, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe al 7,6%, sfiorando «i livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese. Le quali vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale» avverte Confindustria. Non a caso secondo un sondaggio che ha coinvolto le grandi imprese associate alla confederazione il costo dell’energia viene indicato dal 25% del campione come la criticità principale legata alla guerra in Iran, a seguire i costi di trasporto e assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%).
«Siamo di fronte a un disastro economico, perché sono 3 anni che la produzione industriale crolla: la situazione è insostenibile e serve tornare a comprare il gas russo subito per sano pragmatismo. Meloni abbia il coraggio di fare come Sanchez» sostiene la deputata M5S Chiara Appendino. In entrambi i poli il tema crea frizioni: per il sindaco di Milano Giuseppe Sala l’asse Lega-M5S sul gas russo «è imbarazzante», dalla sponda opposta il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè a sua volta frena la Lega sostenendo che aprire i rubinetti con la Russia «è l’ultima cosa da fare, perché favorirebbe Mosca allontanando la pace». Tranchant il fondatore di Futuro Nazionale Roberto Vannacci: «Non possiamo farci problemi di diritti umani: dobbiamo importare l’energia da chi ce la vende a miglior prezzo». Per la cronaca ieri il prezzo del gas è cresciuto del 2,48% a 39,7 euro al megawattora; quanto al petrolio,il Brent ha guadagnato il 3,2% a 93,3 dollari al barile, mentre il Wti è salito del 4,3% a quota 87,