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 2026  aprile 21 Martedì calendario

Panatta parla del tennis del passato e di quello di oggi

È trascorso mezzo secolo dalla prima e ultima vittoria di un italiano agli Internazionali di Roma. Con Sinner, dicono che quest’anno sia arrivato il momento buono. «Sarebbe ora. Non me l’aspettavo passasse così tanto tempo». Adriano Panatta infilò Guillermo Vilas in un pomeriggio di sole con un delicato dritto lungolinea: 30 maggio 1976. Gianni Minà, tra un game e l’altro, scendeva in campo con il microfono a chiedergli della partita: «Speriamo Guillermo cali un pochino, sennò è un casino».
Panatta, ha mai sognato quella partita?
«Faccio un sacco di sogni, talvolta legati al tennis: ho un match importante, ma arrivo in ritardo. Oppure mi ritrovo che impugno una spazzola. Però non ho mai rivissuto dei match giocati in carriera».
Allora provi a chiudere gli occhi. Foro Italico. Cosa sente: il pubblico, il silenzio?
«Niente rumori: odori. Lo spogliatoio. La terra rossa, viva, che respira. Profuma. Come l’erba, logico. Il cemento, invece».
Presentando il torneo del Foro, gli organizzatori hanno detto che vorrebbero avere due vincitori italiani: il nuovo e il vecchio.
«Io non ho ricevuto nessun invito. Però mi è arrivato quello di Parigi, come sempre: lo fanno con i campioni del Roland Garros e i francesi della Davis. A Roma mancano due settimane, magari ci ripensano: facciano come gli pare».
L’ultima volta sul Centrale quando è stata?
«Una decina di anni fa. Avevano premiato i vincitori della Davis, nell’intervallo tra la finale femminile e quella maschile: lo stadio era deserto, erano andati tutti a mangiare. È stato abbastanza triste. E poi, le ricorrenze mi mettono l’ansia».
Jannik Sinner non le assomiglia.
«Non lo conosco bene, direi di no. Ma è giusto. Abbiamo personalità diverse, e anche come giocatori non c’entriamo niente. Lui è la perfezione, fa una vita monacale, si sveglia e si addormenta pensando a quello: l’importante è che questa felicità duri a lungo. Borg era così».
Poi, all’improvviso, lo svedese ha smesso di giocare. A 26 anni.
«Sì, ma aveva cominciato a vincere a 16. Solo Jannik conosce la verità, sa quanto potrà reggere in questo modo: è una cosa intima, personale, anima e cuore. Bjorn a un certo punto aveva esaurito la benzina nel serbatoio che aveva in testa. Mi auguro Sinner vada ancora più lontano di Djokovic. Non sono invidioso dei suoi successi, che sono già molto superiori ai miei, così come i suoi guadagni. Bravo. Ho notato che parla di sé al plurale: intanto, meglio che farlo in terza persona (ride), e poi significa che si sente parte di una squadra, cui ha affidato le proprie doti naturali».
Il team usa l’IA in allenamento.
«In campo si va ancora in mutande e con una racchetta in mano, ma oggi è tutto scientificamente studiato, programmato al computer. È il mondo che cambia. Però, che noia. Potrei impazzire. Ho 76 anni: normale che per me l’IA non esista».
Ah, se Panatta avesse avuto la testa di Jannik…
«Ma perché, io non avevo una bella testa? L’ho usata a modo mio».
Meglio Sinner o Alcaraz?
«Due numeri 1. Caratteristiche diverse, stesso livello: se Carlos avesse la mentalità di Jannik e Jannik la varietà di colpi di Carlos, avremmo il tennista perfetto. Meglio così. Per Sinner, il tennis è la felicità. Alcaraz pensa anche agli amici, a divertirsi la sera: non dimenticate, ha due anni di meno. Il problema è che sono su un altro livello, rispetto agli altri. A miei tempi, nella Top 10 avevano vinto tutti uno Slam. Quei due sono sempre in finale: i turni precedenti non contano».
Sinner, Musetti, Cobolli, Berrettini: chi l’avrebbe detto, l’Italia è padrona del tennis.
«Sinner ringrazia Piatti, Berrettini deve fare lo stesso con Santopadre e Musetti con Tartarini: è una storia di tecnici che si sono dedicati. Il movimento ne ha beneficiato: sono aumentati quelli che giocano a tennis, ci saranno più opportunità di avere buoni giocatori in futuro. Stop. Di Angelo Binaghi, presidente della Federazione, non parlo».
Wilander ha detto: godetevi questo momento, perché all’improvviso può finire.
«Che fine ha fatto la scuola svedese? E quella svizzera? Ai miei tempi, non c’erano tedeschi: poi sono arrivati Becker, Stich, Steffi Graf. Spariti anche loro. Non c’è una formula: spesso è solo casualità. L’Italia del calcio sfornava numeri 10 e adesso ciao. Nella vita ci vuole un po’ di culo».
C’è un azzurro in cui si rivede?
«Paragoni inutili. Berrettini è il prototipo del tennista attuale: grande servizio, dritto potente. Sinner, ve l’ho detto: in più ha questa straordinaria capacità di restare concentrato. Musetti è molto diverso da me, ma forse un pochino mi assomiglia nella varietà dei colpi».
Se qualcuno fa un’osservazione a uno di loro i social insorgono.
«Hanno gente che li idolatra, ma anche persone che non vedono l’ora di distruggerli. Il tennis attuale è fatto più di tifosi, che di persone competenti. Basta non prestare attenzione ai social: è così complicato?».
Guai a fare domande impreviste.
«Perché girano il mondo, ma non lo conoscono veramente. Guarda un po’ se qualcuno di loro si azzarda a parlare degli orrori di questi tempi. Sono in una bolla. Ricordo il Sudafrica del 1973, quando in aeroporto sono andato a fare pipì e davanti al bagno ho letto la scritta: ‘White Only’. In albergo avevo protestato: ‘Nella mia camera non avete messo il televisore’. Non sapevo che la tv era proibita. In Romania, Polonia, Cecoslovacchia, ho conosciuto il comunismo, quello vero. E a Tokyo, quando ho vinto il torneo, il mio amico Jun Kuki mi ha portato dove andavano a mangiare e a farsi fare i massaggi solo i giapponesi. Oggi ai ragazzi queste cose non interessano».
La gente ripensa a quel ragazzo del 1976.
«Non è vero. La maggior parte dei miei tifosi di allora non c’è più, è normale. Anche Nicola Pietrangeli non c’è più: era polemico, era inciampato persino su Sinner. Ma è la mia storia, la storia del tennis italiano. Alla fine, tutto finisce: Federer, Nadal, Pietrangeli, Panatta. Un giorno finiranno anche Jannik e Carlos: conteranno di più le vittorie o i ricordi? Non lo so. E non mi importa più di tanto».