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 2026  aprile 21 Martedì calendario

Auto blu, una su tre inquina più del consentito

La fotografia è nitida, e poco rassicurante: nel 2025 appena il 14% delle auto immatricolate dalla Pubblica Amministrazione rientra nei limiti più stringenti dei Criteri Ambientali Minimi. Un crollo netto rispetto al 30,5% del 2022, che racconta più di qualsiasi dichiarazione lo stato della transizione ecologica delle «auto blu»: non solo rallentata, ma ormai in retromarcia.
Non è un’impressione, ma la sintesi di uno studio commissionato da T&E, la principale organizzazione in Europa impegnata per la decarbonizzazione dei trasporti. Realizzato da Withub con il supporto di Paolo Maranzano (Università di Milano-Bicocca) e Gianluca Monturano (Università di Bari), e basato su oltre 12 mila immatricolazioni tra il 2019 e il 2025. Numeri che fotografano una dinamica ormai chiara: mentre la normativa si fa più severa, il comportamento delle amministrazioni si allontana dagli obiettivi.
Il paradosso normativo
Sulla carta, il quadro è articolato ma non privo di ambizione. Da un lato la Legge di Bilancio 2020 impone che almeno il 50% delle nuove auto sia elettrico, ibrido o a idrogeno. Dall’altro, i Criteri Ambientali Minimi introducono una soglia più stringente: almeno il 38,5% dei veicoli deve emettere meno di 50 g/km di CO₂.
Il problema è che le due norme parlano lingue diverse. La prima guarda alla tecnologia, la seconda alle emissioni reali. Il risultato è una zona grigia in cui l’ibrido – categoria ampia e disomogenea – finisce per soddisfare formalmente un requisito senza garantire una reale riduzione delle emissioni.
Non a caso, proprio mentre cresce la quota di auto «elettrificate», aumentano anche le emissioni medie. Dopo aver toccato un minimo di 89 g/km nel 2022, si risale a 124 g/km nel 2025. Un’inversione che segnala una transizione più nominale che sostanziale.
Il boom degli ibridi (e il loro limite)
Il dato più evidente è l’esplosione delle immatricolazioni ibride: dal 10% del 2020 al 64% nel 2025. Una crescita rapida, quasi inevitabile, ma che porta con sé un’ambiguità strutturale.
Solo una parte limitata di questi veicoli – le plug-in hybrid – rientra nei limiti emissivi richiesti.
E anche in quel caso, le emissioni reali possono risultare molto più alte di quelle dichiarate. L’ibrido, insomma, rischia di diventare un vicolo cieco: una soluzione di compromesso che rallenta il passaggio all’elettrico puro.
E infatti è proprio l’elettrico a mostrare il segnale più preoccupante: dopo il picco del 29,7% nel 2022, scende al 7,2% nel 2024, per risalire solo parzialmente al 14,1% nel 2025. Un andamento irregolare, che tradisce l’assenza di una strategia coerente.
Un limite ignorato
C’è poi un altro dato che pesa: nel 2025 circa un’auto su tre immatricolata dalla Pa supera il limite massimo di 160 g/km di CO₂, fissato proprio dai Criteri Ambientali Minimi. Nel 2022 erano appena il 4%. Tre anni dopo diventano il 34%. Non più un’eccezione, ma una prassi diffusa.
A guidare questa deriva sono soprattutto ministeri ed enti territoriali: il 96% dei veicoli dei ministeri risulta fuori soglia, così come circa il 76% di quelli di regioni e province. All’opposto, il comparto sanitario – Asl e ospedali – si distingue per il rispetto del limite, senza immatricolazioni sopra i 160 g/km nel 2025.

Le responsabilità diffuse
La fotografia per categorie istituzionali restituisce un quadro frammentato. I Comuni, che detengono oltre metà del parco auto pubblico, avevano inizialmente mostrato segnali positivi, superando nel 2022 la soglia minima di veicoli a basse emissioni. Ma il trend si è rapidamente invertito.
Nel frattempo, proprio le amministrazioni centrali e regionali registrano un aumento progressivo delle emissioni medie. Una dinamica che, secondo i ricercatori, non è episodica ma strutturale.
Il nodo 2026
Il tempo delle ambiguità, però, sta per finire. Dal 1° gennaio scorso, per rientrare nella quota minima del 38,5% sarà necessario che i veicoli abbiano emissioni pari a zero. In pratica, solo le auto elettriche pure.
Con una quota attuale ferma al 14%, la Pubblica Amministrazione parte da molto lontano. Il rischio è quello di un ulteriore scollamento tra norma e realtà,
con obiettivi formalmente più stringenti ma sostanzialmente disattesi. Così,  tra norme poco coordinate, controlli deboli e scelte d’acquisto incoerenti, la transizione resta incompiuta. 
La domanda, a questo punto, è inevitabile: chi controlla i controllori?