Corriere della Sera, 21 aprile 2026
Giovani, la casa è un miraggio
Viviamo in un Paese in cui riecheggia continuamente e a tutti i livelli il lamento per la perdita del numero dei giovani, per la loro inerzia sociale e lavorativa e per il fatto che escono dalla casa di famiglia tardi. Ma pochi conoscono e comprendono le difficoltà strutturali per gli under 35 di accedere alla casa e quindi lavorare dove e come vogliono. I numeri parlano chiaro: esiste una crisi abitativa che colpisce i giovani e contro la quale viene fatto pochissimo. E che li mette in difficoltà sul lavoro e nei confronti dei piani familiari, limitando il numero di coloro che scelgono di avere figli. Non è solo una questione di costi. Certo sono elevati e inaccessibili soprattutto nei centri dove si trovano lavori più qualificati e desiderati e infrastrutture sociali, ma c’è di più. L’età media di uscita da casa in Europa è 26,2 anni, in Italia 30,1. E in Italia molti più giovani rispetto al resto dell’Europa vivono in alloggi sovraffollati. Numeri, riflessioni e analisi sul disagio abitativo dei giovani sono contenuti nel secondo numero pubblicato da poco e gratuitamente consultabile della rivista Nessi di Percorsi di Secondo Welfare. «La crisi abitativa- spiega Elisabetta Cibinel di Percorsi di Secondo Welfare, coordinatrice redazionale dei Nessi, è una condizione diffusa di mancato o scarso accesso alla casa da parte di un numero crescente di persone. Sui giovani ha effetti particolari: se non si ha la possibilità di essere autonomo rispetto alla casa in cui vivono i genitori si hanno anche scelte più limitate di formazione e lavoro per l’impossibilità di spostarsi». «Altra conseguenza importante – aggiunge Cibinel – è dal punto di vista demografico: l’autonomia limitata o posticipata nel tempo ha conseguenze sulla scelta di avere uno o più figli. I giovani hanno maggiori difficoltà a staccarsi e quando lo fanno pagano un caro prezzo dal punto di vista economico». Ma anche l’ambiente e l’organizzazione dei centri urbani incide pesantemente. «È un vero e proprio problema di infrastrutture sociali – spiega ancora Cibinel -. Il bisogno di abitare non è solo un bisogno concreto di avere una casa, ma anche di avere infrastrutture intorno. Se si svuota di infrastrutture sociali – dall’assistenza sanitaria ai luoghi ricreativi – il contesto diventa invivibile». L’Italia è caratterizzata da un grande patrimonio immobiliare inutilizzato e da un’edilizia residenziale pubblica messa a disposizione solo alle fasce della popolazione con reddito molto basso. Intorno all’abitare dovrebbero essere costruite anche una serie di infrastrutture: servizi scolastici, spazi di aggregazione e centri sanitari che possano rispondere anche ai bisogni dei giovani. «Le politiche pubbliche – spiega Chiara Lodi Rizzini, ricercatrice di Percorsi di Secondo Welfare che ha curato il numero di Nessi – hanno sostanzialmente abbandonato la questione e la crisi abitativa è frutto anche di questo. Si sta muovendo qualcosa sia a livello europeo sia nazionale, ma è un’attivazione tardiva dopo decenni di scarsa attenzione». Percorsi di Secondo Welfare ha fotografato alcune situazioni e riportato studi emblematici per comprendere il problema: gli studenti fuori sede a Milano con i rapporti sociali tra coinquilini, proprietari di casa e intermediari che definiscono le situazioni; la subalternità abitativa dei giovani bangladesi a Roma che vivono in situazioni altamente precarie; il paradosso di Venezia dove le giovani generazioni faticano ad accedere alla casa in un territorio la cui crisi abitativa non è causata solo dalla turistificazione perché contiene un alto patrimonio immobiliare inutilizzato; il progetto Porto 15 di Bologna, una delle prime sperimentazioni a regia interamente pubblica che tramite anche i cohousing cerca di risolvere la crisi abitativa; le esperienze di abitare multilocale di tanti giovani in Molise.
«Guardiamo alle esperienze – aggiunge Lodi Rizzini – perché per parlare di giovani e abitare c’è bisogno di sguardi di dettaglio. In Molise si vede che esiste un contrasto tra città e provincia, il mercato abitativo è più accessibile in provincia dove però ci sono meno opportunità. Si intersecano due problemi che sono marginali nel nostro sistema di welfare: di abitare e di giovani le politiche pubbliche si sono occupate sempre poco e in Italia più scende l’età, più sale la povertà». Dalla ricostruzione di Percorsi di Secondo Welfare emerge che le politiche abitative sono la parte più trascurata delle politiche sociali. C’è stato un disinvestimento sulla politica residenziale pubblica, gli incentivi non hanno effetto inclusivo e il mercato è stato deregolamentato, favorendo gli affitti brevi e gli affitti turistici soprattutto nelle grandi città. «Soprattutto la classe medio bassa – conclude Lodi Rizzini – oggi non riesce a trovare soluzioni abitative e questo influisce anche sulle opportunità lavorative e l’impoverimento dei più giovani».