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 2026  aprile 21 Martedì calendario

La politica del tatuaggio da Calenda a Poli Bortone

C’è chi è diventato una star oltreconfine, raggiungendo indici di popolarità inimmaginabili in patria. Chi li usa per collezionare ricordi, per codificare campagne elettorali, per celebrare la nascita di un movimento politico. Chi se ne vanta e chi se n’è pentito, anche se non lo dice.
La storia del rapporto tra politici italiani e tatuaggi s’è arricchita nelle ultime quarantott’ore del protagonismo di chi non ti aspetti: Adriana Poli Bortone, tornata da due anni a fare la sindaca di Lecce e prima ancora nume tutelare di Alleanza nazionale nel Salento, s’è fatta tatuare tre lettere che la riportano indietro a trent’anni fa. Le lettere sono «Msi», che sta per Movimento sociale italiano, la denominazione del partito dei post-fascisti prima che la svolta di Fiuggi immaginata da Pinuccio Tatarella e condotta da Gianfranco Fini facesse più o meno piazza pulita del passato. A ottantatré anni, decisamente ben portati, Poli Bortone torna quindi all’ultima volta che quelle tre lettere la accompagnarono al Quirinale, dove nel maggio del 1994 giurò – unica donna – nel governo Berlusconi I come ministra delle Risorse agricole, alimentari e forestali. Neanche un anno dopo non era rimasto niente: né la poltrona da ministra, visto che il governo era caduto sotto Natale; né la denominazione Msi, archiviata nel gennaio del 1995.
Se il tatuaggio con la sigla Msi, realizzato alla fiera del tattoo di Lecce e immortalato con tanto di video su Instagram, serve a Poli Bortone un po’ come la madeleine serviva a Proust, e cioè per ricordare il passato, il tridente ucraino che Carlo Calenda s’è fatto tatuare per segnare la sua vicinanza al popolo aggredito da Putin ha trasformato il leader di Azione in una sorta di celebrità a Kiev. «Laggiù ne hanno parlato tutti i telegiornali», spiega il diretto interessato sottolineando come non ci sia sua iniziativa (ora è in tour a presentare il suo ultimo libro, Difendere la libertà) che non veda la partecipazione di emigrati ucraini in Italia che poi si mettono in fila per farsi un selfie col suo tatuaggio. «Nel pianerottolo della sede di Azione vive una donna ucraina. Ha voluto fare una videochiamata col papà che vive in patria, che ovviamente conosceva benissimo sia me che la storia del tatuaggio». Per Calenda è il terzo: con «Spqr» aveva celebrato la campagna elettorale da sindaco di Roma, con la «A» la fondazione del suo partito, Azione.
L’ex viceministra ed ex pentastellata Laura Castelli, oggi iscritta a Sud chiama Nord di Cateno De Luca, è candidata a sindaca di Milazzo e sta cercando uno spazio per tatuarsi uno scarabeo, simbolo della località in provincia di Messina. Di tatuaggi ne ha già una quindicina: tra questi, la mora dei due mori siciliani, la Trinacria, il sonno di Giacobbe sul braccio, l’Atto di fede sul piede, l’Albero della vita sulla schiena.
Alessandro Giuli ha negato che il suo tatuaggio sul petto sia un’aquila fascista. «È una moneta del primo secolo», ha precisato. Sul braccio, invece, il ministro della Cultura ha lo stemma del potere del re degli umbri. Il leghista Gianmarco Centinaio, nei suoi cinque tatuaggi, ha una croce celtica («ma quella che si usa in Irlanda e Scozia, non c’entra nulla con l’estrema destra») e la «S» di Senato.
Non ha tatuaggi Matteo Salvini, che pure ha confessato di aver accarezzato la tentazione quando gli si parò davanti un ragazzo che celebrava con un «It’s coming Rome» la vittoria della nazionale di calcio agli Europe del 2021 (non ebbe la stessa tentazione, pare, la volta che si vide riflesso sulla pancia enorme di un uomo che nel 2018 s’era tatuato proprio la faccia di Salvini). Chissà che non tema di fare la fine di uno dei suoi riferimenti cinematografici, il Massimo Boldi nei panni del milanista che suo malgrado si ritrovò con la lupa romanista tatuata su mezzo corpo e finì malmenato da altri milanisti che lo scambiarono per un rivale. Per la cronaca il film, manco a dirlo, si intitolava Fratelli d’Italia.