Corriere della Sera, 21 aprile 2026
Decreto Sicurezza, lo stop di Mattarella sui rimpatri
Nessun emendamento. Non cambia per ora il decreto Sicurezza. Il testo completo della norma che prevede un rimborso di 615 euro all’avvocato all’esito del «rimpatrio volontario» del migrante sarà oggi in Aula per il voto di fiducia. Lo hanno annunciato a tarda sera in Aula i presidenti delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali alla Camera, Ciro Maschio e Nazario Pagano. Mentre il governo metteva a punto un nuovo decreto correttivo per il quale c’è già l’impegno con il capo dello Stato ad approvarlo nel prossimo Consiglio dei ministri. Un decreto che sarà soppressivo della parte più contestata.
Intanto è conto alla rovescia. A mezzanotte del 25 aprile il decreto scade e non potrà più essere convertito in legge. Ma ieri, dopo il faccia a faccia tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, tutto è cambiato. La norma che prevedeva un rimborso di 615 euro all’avvocato, erogato dal Consiglio nazionale forense all’esito del rimpatrio «volontario» del migrante – contestata da avvocatura, Anm e opposizioni – sarà superata. Ma la modifica avrebbe costretto a una terza lettura. E al nuovo emendamento, ha riflettuto il governo, l’opposizione avrebbe presentato subemendamenti che ne avrebbero messo a rischio i tempi di approvazione.
Salvo ulteriori ripensamenti, dunque, il testo invece oggi sarà sottoposto al voto di fiducia. Alle opposizioni spetterà fino alla tarda mattinata di venerdì di tempo per discuterlo prima della votazione finale. Se subisse una modifica dovrebbe tornare al Senato, dove dopo un probabile nuovo voto di fiducia si arriverebbe all’ok finale. Ieri c’era chi non escludeva di riconvocare l’Aula del Senato, in autodichìa, anche alla festa della Liberazione per l’ok finale. Negli uffici del ministro per i Rapporti con il Parlamento Ciriani, che coordina il rush finale, si è lavorato alacremente. Mentre l’opposizione prometteva di far di tutto per non far passare la legge che contiene il fermo preventivo. E in caso di emendamento ci sarebbero stati i subemendamenti da analizzare. Quindi, alla fine, si è deciso: niente emendamenti.
Ma non potevano rimanere inascoltati i richiami del Colle sui dubbi di costituzionalità, le proteste del Consiglio nazionale forense che respinge il ruolo di «pagatore» e le critiche dell’Organismo congressuale forense, che con il presidente Fedele Moretti anticipa: «Se non si cambia il testo valuteremo proteste».
Da lì l’idea del doppio decreto, giunta al termine di una giornata infuocata. Resa ancora più rovente a Montecitorio dalla distribuzione di marijuana fatta da Riccardo Magi. Una provocazione per sollevare l’attenzione sulla stretta alle attenuanti per «lieve entità» che non sarà considerata tale in caso di comportamento reiterato.
Ma l’attenzione, dal Colle in giù, ieri è stata tutta concentrata su quell’emendamento, secondo i boatos voluto dal Viminale malgrado le perplessità della Giustizia. Dura l’opposizione. «Gli avvocati difendono diritti di assistiti, non del governo di turno», ha attaccato la segretaria dem Elly Schlein, parlando di «governo in stato confusionale». «È una stortura costituzionale», ha rincarato Vittoria Baldino (M5S). «Il governo va allo scontro col Colle», ha accusato Chiara Braga (Pd).