Corriere della Sera, 21 aprile 2026
Islamabad, il negoziato in bilico.
Fino all’ultimo, da Teheran filtrano «no» decisi, categorici. «A Islamabad non si va con queste premesse», ci dice una fonte che fa parte della delegazione negoziale. Per il momento, ripete, non ha alcun senso imbarcarsi per il Pakistan se gli americani insistono a tenere bloccati i porti della Repubblica islamica. Eppure certi indizi nelle parole scelte, i «se» disseminati con cura nelle frasi, lasciano scorgere un possibile, improvviso, ribaltone. L’impressione è che potremmo anche vedere Mohammed Ghalibaf spiccare il volo verso est, dove JD Vance guida ancora il team americano nel secondo giro di colloqui. E il New York Times lo dà per certo. A tessere le fila, in mezzo, c’è il Pakistan, che, secondo i racconti, sta facendo il possibile – «un’opera quasi miracolosa» – per far sì che l’incontro avvenga, mentre la capitale si prepara con le massime misure di sicurezza
Questo intreccio complesso ha come sottofondo il ticchettio di un ultimatum con le lancette ormai prossime allo zero. Domani scade il cessate il fuoco di due settimane ordinato da Donald Trump, che minaccia nuove bombe su Teheran in caso di mancata intesa. Lo stesso presidente definisce «altamente improbabile» un’estensione del termine oltre mercoledì senza una firma sul tavolo. Al New York Post lascia intendere che capiterà il peggio per l’Iran in caso di fallimento, dicendo che «non sarebbe una bella situazione per Teheran», pur schermendosi con un «non voglio entrare nel merito», che in realtà lascia spazio alla più cupa immaginazione.
Ma la fonte con cui parliamo sminuisce la pressione di questa scadenza: «Fanno sempre così, bastone e carota. Non decideremo in base all’ultimatum, siamo abituati alle deadline americane che continuano a cambiare». E racconta che la delegazione iraniana procede a fatica, con le carte che mutano di ora in ora, «come quando di mattina troviamo una visione comune su un punto del tavolo e nel pomeriggio Washington ci chiama e stravolge ciò che era già stato accordato», continua. La sfiducia è argomento anche per il presidente Masoud Pezeshkian che ribadisce: «L’Iran ha una profonda diffidenza storica» verso gli Stati Uniti, e ricorda che «il rispetto degli impegni rimane la base di un dialogo significativo».
Dall’altra sponda dell’oceano, Donald Trump non arretra di un passo sullo sblocco dei porti «finché non ci sono patti definitivi». Insiste sul blocco navale Usa che ricorda essere molto potente. «L’Iran perde 500 milioni al giorno», dice, contento, e aggiunge che «controlliamo noi lo Stretto, non loro».
Ammette, però, che gli piacerebbe sedersi di persona a quei tavoli «ma non è necessario», Vance basta e avanza per portare avanti la partita. E sul social Truth rivendica a lettere maiuscole i trionfi della campagna militare, accusando i media di falsificare la realtà: «Sto vincendo una guerra, e alla grande, se leggete le fake news come il fallito New York Times, l’orrendo e disgustoso Wall Street Journal, o l’ormai quasi defunto (per fortuna) Washington Post penserete che stiamo perdendo la guerra, tifano per l’Iran; ma ciò non accadrà, perché al comando ci sono io!». E poi giura che l’accordo che firmerà sarà meglio del Jcpoa Act di Barack Obama.
Intanto, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dice alla sua controparte russa che il comportamento degli Usa è incompatibile con la diplomazia. E Reuters fa sapere che la nave mercantile iraniana, catturata domenica dagli Stati Uniti nel Golfo dell’Oman mentre tentava di forzare il blocco navale, potrebbe nascondere beni a doppio uso: civile e militare.