La Lettura, 19 aprile 2026
Le pseudo-reliquie laiche dell’antichità: i crani di Arsinoe IV, Atalarico e di Sofocle
Come il cranio del buffone Yorick disseppellito dal becchino nella prima scena del quinto atto dell’opera shakespeariana, che Amleto trasforma in occasione di interrogazione sulla vanitas, anche i crani celebri dell’antichità riaffiorano dal sottosuolo della storia come oggetti ambigui: un tempo sede della parola e del riso, ora materia nuda, esposta allo sguardo della scienza e al peso delle interpretazioni. In essi la biologia sopravvive alla persona e le ossa diventano il punto estremo in cui memoria, identità e conoscenza si incontrano: testimonianza materiale di una vita vissuta giunta sino a noi.
Ma che cosa accade quando a quelle anonime vestigia corporee viene attribuito un nome illustre e il cranio, invece di essere davvero interrogato, viene semplicemente creduto come tale? Degna di nota è una recente ricerca pubblicata sulla rivista «Scientific Reports», che ha chiuso una delle storie più controverse dell’archeologia moderna: il cosiddetto cranio di Arsinoe IV, sorellastra dell’ultima regina egizia, Cleopatra. Rimosso nel 1929 dal sarcofago dell’Ottagono di Efeso e poi trasferito in Germania, il reperto fu portato a Vienna, dove entrò a far parte delle collezioni antropologiche universitarie. Le analisi morfologiche, genetiche e radiocarboniche hanno dimostrato che non apparteneva a una donna, ma a un individuo di sesso maschile morto tra gli 11 e i 14 anni, vissuto forse tra il 205 e il 36 a.C. L’individuo presentava significativi disturbi dello sviluppo cranio-facciale, senza che fosse, però, possibile formulare una diagnosi patologica univoca. Le analisi genetiche hanno, inoltre, escluso ogni legame con Arsinoe IV, giustiziata a Efeso nel 41 a.C., indicando, al contrario, un profilo compatibile con popolazioni dell’Italia peninsulare o della Sardegna. Il caso è esemplare non solo per l’esito, ma per la lunga stratificazione dell’errore. Il cranio, isolato dal resto dello scheletro, fu interpretato per decenni come femminile sulla base di criteri oggi superati. Anche l’architettura dell’Ottagono, ritenuta di possibile ispirazione al Faro di Alessandria, e l’assenza di iscrizioni favorirono una lettura suggestiva, orientata verso un’attribuzione regale. Solo l’applicazione integrata di tomografia, datazioni radiocarboniche corrette per l’effetto di riserva e indagini genomiche hanno restituito al reperto una biografia biologica coerente, ma diversa da quella immaginata.
Questa dinamica non è un’eccezione. Al contrario, appartiene a una tradizione ben riconoscibile: quella delle «pseudo-reliquie laiche», resti anatomici attribuiti a grandi figure della storia in assenza di prove solide.
Due casi, entrambi oggetto di studi condotti da chi scrive, lo mostrano con chiarezza. Il primo riguarda il presunto cranio di Atalarico, re degli Ostrogoti (516-534), morto in giovane età. Conservato presso il Museo delle Cere anatomiche dell’Università di Bologna, il cranio fu identificato come reale sulla base di una tradizione ottocentesca, nata dal ritrovamento del 1838 nelle colline bolognesi e dall’attribuzione proposta dal numismatico Filippo Schiassi, consultato per una medaglia rinvenuta con lo scheletro. L’analisi antropologica ha indicato un individuo di sesso maschile, con età media stimata intorno ai 52 anni e perdita dentaria ante mortem estesa. La datazione al radiocarbonio, nell’intervallo di massima probabilità, colloca, inoltre, la morte tra il XVI e il XVII secolo d.C., rendendo, pertanto, l’attribuzione ad Atalarico incompatibile.
Ancora più istruttivo è il caso del presunto cranio di Sofocle. Rinvenuto nel 1893 nei pressi di Menidi, in Attica, dal funzionario danese Ludwig Münter, il reperto fu identificato come il cranio del tragediografo e caricato di un forte valore simbolico. Inviato all’estero e inserito nel circuito delle esposizioni scientifiche internazionali, anche negli Stati Uniti, attirò presto l’attenzione accademica. Il patologo tedesco Rudolf Virchow ne riconobbe l’appartenenza a un individuo maschile adulto, senza tuttavia poter giungere a un’identificazione certa. Le analisi antropologiche moderne descrivono un soggetto morto in età adulta (età media stimata intorno ai 35 anni, con un intervallo compreso tra i 20 e i 50), sul cui cranio sono presenti evidenze traumatiche, tra cui una frattura depressa, la cui interpretazione resta problematica e non consente di ricondurre il reperto al profilo biografico attribuito a Sofocle. L’assenza di iscrizioni, la documentazione lacunosa del ritrovamento e l’attenzione quasi esclusiva riservata al cranio riflettono una cultura ottocentesca dominata dalla craniometria e dal mito del genio. Proprio l’analisi critica di questi elementi ha consentito di escludere l’identificazione con Sofocle e di proporre una ricostruzione del volto dell’individuo, restituendogli una biografia biologica distinta e anonima.
In tutti e tre i casi emerge un tratto comune: l’isolamento del cranio dal contesto funerario, materiale e documentario. Il resto dello scheletro è assente o ignorato; le fonti sono tarde o ambigue; le attribuzioni nascono più dal principio di autorità ottocentesco che da dati verificabili. Questa combinazione rende i crani – già oggetto di «venerazione» frenologica – esposti alla mitizzazione. Tali reperti non raccontano la storia di Arsinoe, di Atalarico o di Sofocle, ma il nostro rapporto con il passato, mostrando come la scienza, quando asseconda il mito, possa smarrire la propria funzione.
Le pseudo-reliquie laiche nascono, così, dal bisogno moderno di materializzare la grandezza, di possedere un frammento dell’eccezionale, tema ottimamente sviluppato in un saggio di Roberto Alajmo e Marco Carapezza (Avventure postume di personaggi illustri, Sellerio, 2025). Tuttavia, il corpo, quando parla senza intermediari, offre spesso una verità meno eroica e più perturbante. Accettarla significa rinunciare all’illusione, ma guadagnare in conoscenza. In questo senso, il compito della scienza storica non è custodire reliquie, bensì insegnare a dubitare, soprattutto quando la verità è meno consolante della leggenda.