Tuttolibri, 19 aprile 2026
Totò, che scrisse Malafemmena su un pacchetto di sigarette
Il principe Antonio De Curtis, in arte (ma forse è meglio dire: avente come alter ego) Totò è raccontato nei suoi ultimi anni di vita da Francesco Piccolo come una persona insicura, con la salute minata dalla cecità quasi totale e il morale a terra perché convinto che la sua vita sia stata un fallimento artistico, ma al tempo stesso come un uomo generoso, capace di atti di liberalità dei quali beneficavano le persone più diverse; semplici passanti che gli rivolgevano una frase gentile, ma anche «25 persone e 220 cani», questi ultimi in un canile che ospitava animali randagi alla periferia di Roma. Ed è proprio questa doppia natura di Totò che lo ha affascinato: «Parlare di Totò significa raccontare un attore che ha costruito la propria fame nella povertà del secondo dopoguerra, che sapeva cosa volesse dire la ricerca quotidiana di cibo al punto di terminare il primo tempo di uno dei suoi capolavori, Miseria e nobiltà di Mario Mattoli, con la famosa scena in cui mangia gli spaghetti al pomodoro con le mani riempiendosi al tempo stesso le tasche del tanto agognato cibo. E anche la sua generosità va spiegata con l’immaginario di quegli anni: era una sorta di restituzione nei confronti del pubblico che lo aveva tanto amato e lo aveva portato al grande successo commerciale. Una generosità infatti molto diversa da quella attuale: discreta, con grande dignità, mai esibita come accadrebbe oggi con i social, i proclami, le uscite pubbliche. Totò era figlio del suo tempo, era grande proprio perché impersonava un modo di essere che non esiste più».
Anche i suoi rapporti con le donne erano tipici di un mondo diverso…
«Certamente. Totò aveva un grande amore, Franca Faldini, con la quale ha passato gli ultimi anni della sua vita, e una moglie con una figlia con le quali ha sempre mantenuto un ottimo rapporto. A differenza degli uomini maturi di oggi che esibiscono come un trofeo le relazioni con ragazze giovani, lui aveva una gran paura, quella di essere inadeguato a una compagna così giovane. Tant’è vero che la figlia sosteneva che lui meditasse di tornare con la moglie negli ultimi anni proprio per evitare il possibile senso del ridicolo. Al tempo stesso era estremamente geloso sia della moglie sia della Faldini: una gelosia di altri tempi, che lo tormentava anche se intercettava solo uno sguardo di un estraneo nei confronti delle sue donne. Anche in questo era figlio di un’altra concezione del mondo, oggi un rapporto del genere con il sesso femminile è totalmente impensabile».
Ha molto sofferto per la cecità, ma non ha mai troppo curato la propria salute.
«Beveva ogni giorno una quindicina di caffè e fumava almeno tre pacchetti di Turmac, sigarette turche che gli piacevano perché avevano una confezione elegante. Il problema con la cecità era fortemente invalidante, e nel libro racconto anche come se ne vedano tracce in alcune sequenze dei suoi ultimi film. Ma quando veniva battuto il ciak dicono tutti che Totò si trasformava, sembrava vederci benissimo, potenza del suo amore per lo spettacolo che era la sua vita e che ha praticato fino all’ultimo giorno. E pensare che non era affatto contento del centinaio di film che lo vedono protagonista: parlando di Eduardo De Filippo, diceva che la chiave della vita di Eduardo era stata il genio mentre la sua è stata lo spreco, le occasioni mancate».
Eppure ha praticamente terminato la sua carriera con Pier Paolo Pasolini.
«Lo rispettava tantissimo e al tempo stesso lo temeva, diceva che era un intellettuale vero e che per lui era un onore che si interessasse a Totò. Oggi è inimmaginabile che potesse provare soggezione visto il successo che Totò ancora oggi riscuote (un successo, è bene ricordarlo, post mortem, basta leggere le recensioni che erano pubblicate sui suoi film al momento dell’uscita…), ma invece era proprio così. E si legò con un rapporto molto affettuoso anche con Ninetto Davoli, che era lo spettatore tipico dei suoi film e che era molto spontaneo nel manifestargli la propria gioia nel conoscere il grande Totò. E pensare che dopo il primo incontro con il poeta omosessuale e l’attore riccioluto volle addirittura spruzzare il DDT, quasi a purificare l’ambiente. Ma poi si sono trovati, e il Nastro d’argento che ottenne per Uccellacci e uccellini è forse l’ultima vera grande soddisfazione che Totò ha avuto poco prima di morire. Non lo dava a vedere, ma era molto contento quando gli uomini di cultura gli riconoscevano un talento. Esibiva con piacere una recensione positiva di Alberto Bevilacqua, ed era molto lusingato quando Fellini gli fece capire che gli sarebbe piaciuto fare un film con lui. Anzi, mi piace pensare che Totò sia stato preso in considerazione per il film su Mastorna che Fellini ha più volte rimandato senza mai girare neanche una sequenza: sappiamo che aveva pensato prima a Mastroianni e poi a Villaggio, credo che Totò potesse essere dentro una possibile terna».
Se odiava molti dei film che aveva fatto trovandoli brutti, perché li ha girati?
«Un po’ perché, come dicevamo, aveva molte spese. Un po’ perché non sapeva dire di no, e un po’ perché lui stesso sapeva che con la sua sola presenza poteva salvare un film. Sul set di Che fine ha fatto Totò Baby?, Totò ha preso da parte l’attore Pietro De Vico e gli ha detto: la sceneggiatura fa schifo, inventiamoci qualcosa. Ed è venuta fuori la sequenza più divertente del film, quella con loro due scatenati: guardare per credere…».
Hai fatto un libro su “Il Gattopardo”, ora questo su Totò. Cosa ti affascina, quando racconti il cinema che c’è stato?
«Penso che per capire la nostra storia il cinema sia un contributo importante. Il nostro cinema è sempre stato una tradizione artigianale, non è mai stato strutturato, a differenza di quanto avveniva a Hollywood, come una vera e propria industria. Oltreoceano si programmava e si investiva, qui si suppliva con il genio e con l’arte d’arrangiarsi alle difficoltà economiche. C’è un’epica nella narrazione del nostro cinema, di tutto il nostro cinema, dai grandi capolavori ai film dichiaratamente commerciali, che ci restituisce proprio questa dimensione artigiana che è stata poi la chiave del boom economico. In questo senso Totò, ma non solo lui, è lo specchio della nostra storia, studiando lui è come se studiassimo noi stessi e il mondo dal quale proveniamo. La sua generosità era figlia della povertà che lui stesso aveva vissuto, il suo volto così caratteristico nasceva da un pugno forte ricevuto sul viso a 12 anni mentre stava giocando. Non ci sono algoritmi, non ci sono schemi preordinati, non c’è nemmeno l’ottimizzazione dei tempi che oggi va tanto di moda visto che Totò dormiva fino alle 12, poi poltriva per un’ora allo scopo di svegliarsi e poi lavorava dalle 14 alle 20 e in seguito con il fido autista andava in giro a sentire l’odore del mare. È uno che ha scritto Malafemmena, una delle canzoni italiane più belle di sempre, su un pacchetto di sigarette. Ha ancora tante cose da insegnare, a tutti noi». —