Domenicale, 19 aprile 2026
Competizione a suon di tiri mancini
Secondo uno studio pubblicato su «Scientific Reports» da un gruppo di ricercatori italiani guidato da Luca Tommasi, dell’Università di Chieti-Pescara, i mancini dimostrano livelli di competitività più elevati rispetto ai destrimani. La ricerca ha rivelato che i mancini ottengono punteggi più alti in termini di iper-competitività e sono meno propensi a essere scoraggiati dall’ansia in situazioni competitive, suggerendo che essere mancini offre un vantaggio psicologico nelle situazioni competitive.
La ricerca mi offre il destro (sic) per tornare su un argomento che ho frequentato molto come ricercatore e che ho menzionato spesso, anche su queste pagine, in termini di divulgazione, perché il tema del mancinismo è fonte di grandi equivoci e spesso mal compreso dal punto di vista biologico.
Nel 1973, sulle pagine di Nature, John Maynard Smith formalizzava con George Price la logica delle strategie evolutivamente stabili: in una popolazione, certi equilibri non sono frutto del caso ma di un delicato gioco di frequenze. Se tutti fanno la stessa cosa, qualcuno che fa il contrario può trarne vantaggio. Purché resti minoranza.
È un’idea che una decina di anni fa ho cercato di trasferire alle asimmetrie cerebrali: un cervello diviso non è un difetto di fabbricazione, ma un dispositivo di coordinamento sociale. Se la maggioranza guarda a destra, conviene guardare a destra anche noi – almeno quando si coopera. Ma se si compete, essere diversi può diventare un’arma.
Lo studio del gruppo teatino mette alla prova questa ipotesi nel caso più vistoso di lateralizzazione umana: la mano preferita. Circa il 90% di noi è destrimane, il restante 10% mancino. Perché questa ostinata minoranza?
Il fatto è che nei contesti competitivi – dalla lotta tribale allo sport moderno – il mancino gode di un vantaggio legato alla sorpresa. Se la maggioranza è destra, c’è dal punto di vista evolutivo una familiarità a fronteggiare destri. Il mancino introduce un’asimmetria inattesa: colpisce da un’angolazione meno familiare, obbliga l’avversario a ricalibrare schemi percettivi e motori. Il vantaggio è tanto più forte quanto più il tratto resta raro.
Gli autori hanno coinvolto oltre mille partecipanti, misurando la preferenza manuale dichiarata con l’Edinburgh Handedness Inventory assieme a una serie di tratti psicologici, tra cui diverse dimensioni della competitività. Il risultato è sottile, ma coerente con la teoria: più la preferenza si sposta verso sinistra, minore è l’evitamento ansioso della competizione e maggiore è l’orientamento competitivo che si auto-genera. Inoltre, i mancini mostrano livelli più elevati di iper-competitività rispetto ai destrimani.
Non si tratta di trasformare la mano sinistra in un marchio di aggressività. Le differenze sono modeste e non emergono associazioni robuste con tratti di personalità come l’estroversione, né con la depressione o l’ansia. È un punto importante: la letteratura recente tende a ridimensionare i legami semplicistici tra lateralizzazione e psicopatologia. Qui la variabile chiave sembra proprio la competitività, non una generica diversità psicologica.
Interessante anche il dato sul sesso: gli uomini risultano mediamente più orientati alla competizione – sia in senso iper-competitivo sia come spinta al miglioramento – mentre le donne mostrano maggior evitamento ansioso. Nulla di sorprendente, se si considera la convergenza tra fattori culturali, ormonali e dinamiche evolutive. Ma il quadro che emerge è più articolato: l’essere mancini e l’essere maschi non coincidono, anche se i mancini sono leggermente più frequenti tra gli uomini.
C’è poi un aspetto metodologico che merita attenzione. In un secondo esperimento, un sottogruppo di partecipanti ha eseguito un classico test di destrezza manuale, il 9-Hole Peg Test, che consiste nello spostare il più velocemente possibile nove pioli in altrettanti fori. Qui arriva la sorpresa: la misura oggettiva di abilità motoria non correla con l’indice di preferenza manuale dichiarata, né con la competitività. In altre parole, la mano che usiamo nella vita quotidiana non coincide sempre con quella che si dimostra più rapida in un compito di laboratorio. Metà dei destrimani andava più veloce con la sinistra, e viceversa.
Questo scollamento ci ricorda che la lateralizzazione non è un interruttore binario, ma un gradiente complesso. La preferenza manuale riflette abitudini, pressioni culturali, storia individuale; la destrezza misura efficienza in un compito specifico. Che sia la preferenza —e non la pura performance – ad associarsi alla competitività è un indizio intrigante: forse conta il modo in cui ci collochiamo nel mondo sociale, più che la velocità con cui infiliamo nove pioli in nove fori.
La teoria della strategia evolutivamente stabile prevede proprio questo equilibrio dinamico. Se i mancini diventassero il cinquanta per cento, il loro vantaggio svanirebbe. Se sparissero, la popolazione perderebbe una componente che si avvantaggia nei contesti di conflitto. L’asimmetria di popolazione è, paradossalmente, la condizione della stabilità.
Naturalmente, molte cautele sono d’obbligo. Il campione è sbilanciato verso le donne; le misure sono in larga parte auto-riferite; il legame con il testosterone resta speculativo. Ma il contributo dello studio è importante nel riportare la discussione sul terreno evoluzionistico, evitando sia il mito romantico del genio mancino sia la patologizzazione della minoranza.
In fondo, la questione non è se i mancini siano migliori dei destrimani, bensì se all’interno di una popolazione una minoranza diversa goda di un vantaggio specifico in quanto minoranza. La risposta che viene dalla biologia evolutiva è sì: cooperazione e competizione sono due facce della stessa medaglia, e l’asimmetria può essere il prezzo – o il privilegio – di questo doppio gioco.
La mano che scegliamo per scrivere potrebbe essere, in filigrana, la traccia di un’antica partita evolutiva. Una partita in cui non vince solo chi è più forte, ma chi è abbastanza raro da sorprendere.