il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2026
“Recomi servire”: orchestre e teatri, che leccate al Duce
“Sento lo schifo di appartenere alla famiglia degli artisti… non uomini, ma poveri esseri pieni di vanità” scrisse Arturo Toscanini nel 1947. E leggiamo adesso un passaggio della nuova prefazione di Harvey Sachs al suo Musica nell’Italia fascista: “Ripenso agli anni trenta e quaranta del Novecento, con paesi governati da megalomani e dai loro leccapiedi. Ho l’impressione che stiamo tornando lì”. Uno scenario realistico, non sempre la storia è maestra di vita. Il libro di Sachs (ripubblicato dal Saggiatore) narra infatti di come la dittatura entrò nei teatri, nei conservatori, nelle orchestre, trasformando un sistema culturale in una macchina del consenso. Con la complicità opportunistica, tragica e grottesca di funzionari zelanti e critici compiacenti, amministratori maneggioni e impresari spioni. Una schiuma di personaggi più duceschi del Duce. Lo scrittore americano parla della rapidità stupefacente nell’adattarsi alle convenienze del regime, che riguardò un po’ tutti i compositori nostrani. Passato remoto? A vedere le recenti polemiche per la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale della Fenice che hanno riportato a galla il nodo delle liaisons dangereuses tra le istituzioni musicali e il potere politico di turno, sembrerebbe non troppo. Ma torniamo al ventennio. Un campione dell’adulazione fu Adriano Lualdi, direttore, compositore e instancabile mittente di telegrammi al Capo: “Genova, 21 aprile 1932. Rivolgo mio fervido deferente saluto… recomi servire mie modeste forze causa arte et coltura Italia fascista Stop Devotamente”. E poi registrazioni, dediche, frontespizi, sdilinquimenti: “Al Duce l’uomo auspicato da Verdi. Con fede sempre più alta”. Il regime, comunque, se ne nutriva. E Lualdi, epurato nel 1944, nel ’47 era già di nuovo in sella alla direzione del Conservatorio di Firenze. Come numerosi altri nel panorama delle sette note. A proposito di defascistizzazione mancata: la memoria corta, nella patria del bel canto, è una forma d’arte. Pietro Mascagni è un altro capitolo illuminante. Genio del verismo e artefice de La Cavalleria Rusticana, ma anche “astuto mercante toscano”, pettegolo e incendiario. Dalle simpatie socialiste alla conversione fulminea: “Era sorto l’Uomo che poteva comprendermi, di pensiero profondo e azione decisa”. Per portare, nel 1934, il suo Nerone alla Scala di Milano, usa qualsiasi mezzo: intrighi, colpi bassi, orazioni svenevoli. Il direttore d’orchestra Gavazzeni ricorderà così la prima: “Il vecchio imbroglione luccicava di trucco e tintura come un saltimbanco”. Sul fronte degli esecutori, il tenore-star Beniamino Gigli canta intanto per Göring, Ribbentrop e, a più riprese, per Hitler. “Non sapevo nulla delle sue attività politiche” dirà. In un’epoca, aggiunge Sachs, “in cui anche i più apolitici tra i musicisti sapevano che i colleghi ebrei erano stati cacciati o perseguitati”. E da noi era tempo di leggi razziali. Ancora nel luglio del 1943 un Gigli entusiasta scrive al Duce: “Con devozione illimitata”. Dieci giorni prima della riunione del Gran Consiglio e della caduta di Lui, eroico pure in fatto di musica. Nel 1927 esce Mussolini musicista, autore il giornalista con la schiena dritta Raffaello De Rensis: ecco il piccolo Benito turbato “dal suono armonioso dell’organo”, ecco il violinista provetto (“quest’uomo, si disse, fa tutto, sa tutto”), l’estatico esteta che ascolta Beethoven con “religiosa attenzione”, garofano alla mano. Cinismi, culti della personalità. E una letteratura comica involontaria. La storia della stragrande maggioranza che scelse di piegarsi, tacere, servire. E di quei pochissimi che resistettero. Come il musicologo Massimo Mila, tanti anni di carcere e capo partigiano: “Erano coinvolti tutti. E più i musicisti erano cattivi e più insistevano per farsi rivendicare i loro meriti”. Male che c’era Arturo Toscanini. Gigantesco. Nel 1929 si trasferisce in America. Tornerà nella “sua” Scala ricostruita nel maggio del 1946: Milano ferma, diretta radiofonica, 37 minuti di applausi. Una medaglia con sopra stampato “Al Maestro che non fu mai assente”. Nel 1931, a Bologna, il direttore dei due mondi si era rifiutato di far risuonare Giovinezza: da qui l’agguato delle camicie nere. A colpirlo, un giovanissimo Leo Longanesi: “Mussolini ha sempre ragione”. 15 mila messaggi di solidarietà, imbarazzo internazionale. E quando Sua Eccellenza gli offrì la direzione dell’Opera di Roma, Toscanini replicò: “Me ne frego”.