La Stampa, 20 aprile 2026
Viene assolto in Perù, ma arrestato in Italia. Ora Malca rischia di essere estradato
Assolto in primo grado in Perù dall’accusa di violenza sessuale, ora si trova a rischio estradizione per una questione burocratica. È la storia kafkiana di Dennis Alberto Malca Rodas, trentanove anni, che pensava di essersi lasciato alle spalle i guai giudiziari e invece si ritrova intrappolato in un labirinto di ricorsi e silenzi.
La vicenda inizia una decina di anni fa. Malca Rodas finisce a processo in Perù con una grave accusa, ma il 4 ottobre 2017 la Corte superiore de justicia de Lima Norte lo assolve perché non c’è riscontro del reato. L’uomo raggiunge la famiglia in Italia, la zia e i genitori che vivono a Roma da una ventina di anni. Trova lavoro in una ditta di termoidraulica, si sposa, cresce due bambini. Nel frattempo il pubblico ministero di Lima impugna l’assoluzione: processo annullato e da rifare. Malca Rodas si deve presentare nuovamente davanti al giudice. E qui la questione si complica. L’uomo è in Italia, inconsapevole del procedimento. Nessuno lo avvisa, il suo avvocato difensore è morto a seguito di una malattia, impossibile notificargli il rinvio a giudizio. Per il Perù, però, la mancata notifica lo rende una sorta di latitante, «reo contumace», che dev’essere arrestato e così viene emesso un mandato di cattura internazionale. Con conseguente richiesta di estradizione.
Il 24 giugno 2023, Malca Rocas finisce in manette e ne nasce una lunga battaglia legale. Il suo avvocato, il penalista Pietro Odoardo Vincentini, pone una prima questione davanti alla Corte di appello: la prescrizione. Secondo le accuse mosse dai magistrati peruviani, il reato sarebbe stato commesso dal 1° gennaio al 31 dicembre 2007. «Quindi, secondo il nostro ordinamento, si tratta di un reato prescritto», sottolinea Vincentini. La Corte di appello è di altro avviso. «Hanno calcolato con il nuovo regime di prescrizione, che per certi reati prevede trent’anni e non quindici. Ma la nuova disposizione normativa non può essere retroattiva», ribatte il legale. Che nella sua memoria sottolinea: «I reati risultano prescritti anche in virtù della normativa peruviana». Una prima vittoria in Cassazione, poi, nel 2025, i giudici della Suprema Corte respingono le istanze del legale. E il 20 gennaio dell’anno scorso si celebra l’udienza che determina il via libera all’estradizione.
Vincentini non si dà per vinto. Parte da «quella sentenza assolutoria, pronunciata nel rispetto delle regole del contraddittorio», prosegue «con l’annullamento che tali regole ha totalmente ignorato». E sottolinea: «Il mio assistito è stato assolto, è stato ritenuto innocente. Poi, per una mancata notifica, è stato arrestato e ora rischia l’estradizione. Per di più in un Paese con una situazione carcerare drammatica e di prevaricazione di ogni genere. Non è tollerabile».
Il legale, come aspetto principale, si appella anche al principio di reciprocità tra i Paesi: «In Italia, in presenza di una sentenza assolutoria, anche in presenza di un successivo annullamento, è tassativamente vietato emettere un mandato di cattura».
Vincentini scrive al ministero della Giustizia una decina di Pec, chiede di essere ricevuto, telefona ma viene respinto. In via Arenula si presenta pure di persona, «ma non ho mai ottenuto risposta». Ad un certo punto si sfoga e tira fuori il caso Almasri, il torturatore libico arrestato su mandato di cattura internazionale e poi scarcerato e rimpatriato con volo di Stato in fretta e furia. «Con i dovuti distinguo, mi sembra che ci siano due pesi e due misure», dice il legale. «Tra i vari attacchi del governo ai magistrati dell’Aja c’era anche uno che riguardava la genericità del capo di imputazione. Qui pure si è creata, tra i vari problemi, anche una questione simile. Ma il mio assistito non conta nulla e quindi poco importa che da innocente lo si voglia estradare come i peggiori criminali».
Una domanda è lecita: se la Corte peruviana questa volta dovesse dichiararlo colpevole? «Il mio lavoro è assicurarmi che in Italia non vengano violati i diritti costituzionali del mio assistito. Cosa che ritengo sia già avvenuta. E allo stato attuale, l’unico che può porre rimedio a questa ingiustizia è il Guardasigilli».