repubblica.it, 20 aprile 2026
Irwine Welsh parla dei suoi libri e della cultura di oggi
«Scegliete la vita. Quella vera».
Quale, Irvine Welsh?
«Non gli algoritmi e Internet, che vogliono appiattirci. Perciò anche le nuove generazioni continuano a leggere Trainspotting. Perché, come per il sensazionale ritorno degli Oasis sul palco l’estate scorsa, solo così torniamo a essere liberi. È un grido di protesta».
Vivere. Davvero. Come in Lust for life, la canzone di Iggy Pop che avvolge il film di Danny Boyle tratto dal romanzo capolavoro Trainspotting dello scrittore scozzese. Come in Scelgo la vita, Choose Life, l’incipit dell’epico monologo generazionale di Mark Renton, ovvero Ewan McGregor nella pellicola, che ora compie trent’anni e che dal 15 luglio sarà anche un musical, al teatro Royal Haymarket, nel West End di Londra. Incontriamo Welsh, che arriva con la sua inimitabile stazza da Bardo portuale, nel vicino Groucho Club: «Sto completando sceneggiatura e musica insieme a Stephen McGuinness, verrà una meraviglia», assicura nel suo sinuoso accento scozzese.
“La vita vera” di Welsh è ancora quella degli anni Novanta: «Gli smartphone ci anestetizzano». Per questo, a 67 anni, lo scrittore ora pubblica un altro capitolo della travolgente, chimica ed epocale saga di Trainspotting e dei suoi protagonisti tossici, come lo era pure Irvine. Dopo il prequel Skagboys e il sequel Porno, ora arriva l’irresistibile Men in Love (Guanda), ossia “Uomini innamorati”, che si incastra un attimo dopo la fine di Trainspotting: in seguito alla fuga con il malloppo e l’uscita dal gruppo, Renton arriva in traghetto ad Amsterdam, dove finisce anche su un set porno; Sick Boy, il belloccio mezzo italiano, inizia a scalare la società con amori convenienti; anche il dislessico Spud sembra trovare la retta via, a differenza del violento e incorreggibile Begbie.
Ma Men in Love è anche un trattato sull’amore. Difatti Welsh lo dedica alla sua adorata terza moglie, l’attrice Emma Currie, nell’eterno dilemma del maschio: «Meglio essere uno scopatore seriale o un amante romantico?». I quattro scapestrati protagonisti arriveranno a una conclusione, anche grazie a Eddie, improvvisato mentore sentimentale in un pub-bettola dei docks di Leith, al porto di Edimburgo, dove Welsh è cresciuto e nel 1993 ha scritto il suo straordinario romanzo d’esordio, da una finestra di un umbratile palazzone grigio: «Un simile Eddie fu un’ispirazione anche per me».
E così Welsh ora ha scoperto l’amore?
«Sì. Amo Emma. Anche perché sono un inguaribile romantico. L’amore vero arriva con l’età. Non credo al matrimonio e ai figli – che non ho mai voluto – quando sei ventenne. Non si è maturi abbastanza, si è troppo impegnati e il concetto di virilità è limitante nei maschi. Ora invece adoro amare. Non ho paura di invecchiare. L’amore necessita la nostra vulnerabilità, non il nostro ego».
E l’altro suo vero amore è “Trainspotting”. Ne è ossessionato?
«Non ho mai smesso. Scrivo sempre storie su Renton, Begbie, Spud e Sick Boy. Ogni tanto le pubblico. I miei editori mi danno del pazzo, perché non lo faccio mai nella sequenza temporale della saga. Ma chi se ne frega? Ho sempre con me una cartella “anni Novanta”, cui poi aggiungo roba nuova».
Renton, Sick Boy, Spud, Begbie… sono i suoi veri amici?
«A volte, quando mi vengono a trovare da un universo parallelo».
A chi vuole più bene?
«Forse allo psicopatico Begbie: si lacera nel suo vortice di violenza e follia, però è anche lui un ribelle, uno libero. In qualche modo, si impara persino in un criminale che scava il fondo come Begbie».
Questi suoi “Fab Four” sono per lei la salvezza in un mondo distopico e senz’anima, alla “Blade Runner”?
«È così. Oggi viviamo in un precariato costante, kafkiano: esistenziale, lavorativo, sentimentale, superficiale. E l’intelligenza artificiale ha peggiorato la situazione».
È un’epoca post-culturale?
«Assolutamente sì. Guardate la tv: prima era un tesoro culturale, adesso è una discarica di immondizia come i reality show. E oggi Trainspotting non sarebbe mai pubblicato».
Ah no?
«Troppo complicato, troppo scomodo, in quest’epoca piatta e addomesticata. Un tempo gli editori bramavano di pubblicare qualcosa di controverso. Oggi è il contrario. Eppure l’arte dovrebbe provocare. Anche le parole politicamente scorrette oggi sono vittime della brutale e ignobile decontestualizzazione della Rete: comandano gli slogan, e dunque la stupidità. Siamo arrivati a un punto in cui ogni cosa può essere sessista, razzista, discriminatoria. Tutto ciò è orrendo, terrificante».
E i “black mirror” degli smartphone non aiutano.
«L’altro giorno ero in metropolitana a Londra e, su 14 passeggeri, solo due leggevano un libro, gli altri erano incollati a uno smartphone. Ma non lo utilizzavano in maniera attiva: scrollavano passivamente, in questa odierna fogna di porno, scommesse online e junk food. È l’incarnazione della sventura che ci attende. Non a caso i guru hi-tech della Silicon Valley non permettono ai propri figli di usare il telefonino. A noi comuni mortali, invece, ci svendono su Internet».
Ma come nacque “Trainspotting”?
«Mi piaceva la musica, mi bucavo di eroina, facevo casino. Ma annotavo tutto sul mio diario. Poi a un certo punto mi son detto: perché non scriverci un romanzo, mescolando fantasia e realtà? Quando ho finito Trainspotting, non mi sono mai sentito così sollevato e orgoglioso in vita mia».
E la sua famiglia?
«I miei genitori erano working class, ma molto intelligenti. Poco prima di morire qualche anno fa, mia madre mi disse: “Ti ricordi quel tema che scrivesti alle elementari? Quello del criceto che si infila in una lattina. Sai che preside mi chiamò: Suo figlio ha scritto una cosa bellissima”. Allora io pensai: “Perché aspettare così tanto per dirmelo?” Mi sarebbe servito allora, un incoraggiamento così».
Quindi “Trainspotting”, gli Oasis, gli anni Novanta, non sono solo nostalgia?
«Per nulla. È il nostro grido per spezzare la camicia di forza di questo capitalismo tecnologico, che ci ingabbia come e forse più del comunismo. Ci dicono che siamo liberi, invece siamo più sorvegliati che mai da multinazionali e governi. Ci hanno corrotto con questa presunta modernità come gli indigeni del documentario Ten Thousand Years Older di Werner Herzog sull’Amazzonia. Essere umani è diventato catastrofico. Almeno, con gli Oasis l’anno scorso, siamo riusciti ad evadere dal mondo virtuale, per stare insieme, fisicamente, e non su uno schermo, dove ci vogliono relegare le élite. Con la saga di Trainspotting, voglio anche far capire a tutti quanto eravamo liberi all’epoca: altro che Instagram».
Gli Oasis sono stati la nostra Woodstock?
«Forse anche oltre. È stato un gigantesco happening culturale e generazionale, come il nostro secolo non aveva mai visto, insieme a Taylor Swift. Poi certo, oggi la musica è analogica. Non ci sono più leggende rivoluzionarie, come i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, Fleetwood Mac, David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, i Doors, o i Led Zeppelin. Ne parlavo l’altro giorno con Damon Albarn dei Blur: gli anni Novanta sono stati il requiem di massa della cultura britannica. Tutto finisce. Siamo appaltati al destino e al dio tempo. Nel frattempo, godiamoci la vita, quella vera».