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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Ecco perché muoiono sempre più balene

Così giganti, così fragili. Nel mondo stravolto dall’uomo le creature più grandi del Pianeta muoiono per impatti con le navi, per malattie e conseguenze del cambiamento climatico, si perdono, cambiano diete e abitudini, smettono persino di cantare. Le balene del Pianeta blu, un tempo mammiferi presenti in grandi quantità in tutti i mari, ogni anno sono ormai vittime di una strage silenziosa che – soprattutto a causa della nostra attività – contribuisce all’enorme perdita di biodiversità a cui stiamo inesorabilmente assistendo.
Negli ultimi giorni due notizie hanno fatto il giro del mondo: da un lato un’intera nazione, la Germania, che sta facendo di tutto per salvare la megattera Timmy rimasta incastrata fra le acque basse del mare del Nord, dall’altra i numeri impressionanti delle balene grigie morte a San Francisco. Una su cinque fra le balene di questa specie che entrano nella baia statunitense infatti muoiono: oltre il 18% degli esemplari che nuotano in quelle acque non riesce più ad uscire, racconta un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Marine Science da un team internazionale di ricercatori. Proprio il caso delle balene morte in California è legato a due delle principali componenti che stanno contribuendo alla morte di sempre più balene nel mondo: gli impatti con le navi e la crisi del clima.
Gli impatti con le navi
Nella baia californiana c’è stato un numero insolitamente alto di decessi di balene grigie, centinaia di esemplari. Gli esperti hanno scoperto che, quando tornavano dall’artico dove migrano per nutrirsi, con l’aggravarsi della crisi climatica che riscalda le acque e muta le condizioni dei mari, le grigie hanno iniziato a esplorare – in cerca di cibo – sempre di più le acque più trafficate della baia. Quando finivano nello stretto del Golden Gate era praticamente una roulette russa: in quasi il 40% dei casi c’era il rischio di essere colpite dalle eliche o di collisione con natanti.
Quello del traffico navale è uno, per esempio, dei motivi per cui la popolazione delle balene grigie in soli dieci anni è diminuita del 50%. Solo fra il 2018 e il 2025 lì sono state trovate morte almeno 70 balene, trenta delle quali uccise dalle navi.
Il mix di spostamenti forzati legati alla crisi del clima, che porta a una diminuzione o un cambiamento nella distribuzione di krill e pesci di cui si nutrono, insieme al passaggio delle navi, è un fattore che sta diventando letale per le balene di tutto il globo.
Ogni anno, dicono le stime peggiori, 20mila balene sono infatti vittime di incidenti con le imbarcazioni. Un articolo pubblicato su Science negli ultimi anni ha messo in luce come ormai il 92% degli habitat dei cetacei si sovrappone alle rotte della navigazione globale. Eppure, anche solo diminuendo la velocità delle navi (per esempio passando da 20 nodi a 13), secondo gli esperti si potrebbero salvare molte balene evitando il rischio di collisioni. Così come, se si applicherà il famoso Trattato dell’Alto mare per aumentare la percentuale di mare da proteggere, si potrebbero evitare i continui decessi. Fra le soluzioni possibili esistono poi anche la reindirizzazione delle rotte o l’uso di tecnologie per evitare i cetacei, ma non sono ancora così diffuse a livello globale.
I rischi della guerra
Ogni stravolgimento messo in atto dall’uomo sulla vita marina può infatti influenzare l’esistenza di creature fragili come balene o capodogli. Da tempo si studiano per esempio gli impatti dei sonar delle navi da guerra che confondono le creature marine, così come oggi appaiono nuovi rischi all’orizzonte legati alle tensioni geopolitiche mondiali. Mentre noi siamo preoccupati per l’approvvigionamento dei carburanti, i cui prezzi salgono dopo il blocco dello stretto di Hormuz, in quella stessa area nel mondo contesa fra Usa e Iran nel Golfo che circonda lo stretto c’è un santuario dove vivono migliaia di animali marini ora potenzialmente a rischio. Stime indicano nel Golfo persico la presenza per esempio di 7mila dugonghi e un centinaio di megattere arabe: questi animali, che vivono solo in quelle acque, sono minacciati da navi, attività militari e mine.
Anche solo i rumori qui, come altrove, possono provocare spiaggiamenti di massa e morti fra i cetacei che, come hanno spiegato i ricercatori, da queste “acque non hanno modo di scappare”. Il suono, si sa, è fondamentale per le balene sia per coordinarsi che per alimentarsi, cacciare o riprodursi. Il traffico marittimo può quindi disturbare l’alimentazione e ogni fase della vita. Diversi studi hanno già dimostrato come alcune popolazioni di balene hanno smesso di cantare, o hanno modificato i loro canti, proprio a causa del rumore antropico.

Un altro studio recente dell’Università di Southampton dimostra addirittura come i richiami delle balene possono ridursi fino al 50% in risposta per esempio alle prospezioni sismiche, quelle che vengono utilizzate proprio per individuare giacimenti di petrolio e gas che oggi andiamo cercando nonostante, la crisi del clima, sia dovuta proprio dalle emissioni dei combustibili fossili. L’analisi ci dice per esempio come le balenottere comuni che passano nella costa nord occidentale della Spagna abbiano diminuito i loro richiami esattamente per via dei rumori artificiali dell’uomo.
Crisi del clima e caccia
In generale, gli effetti della crisi del clima legata alle emissioni antropiche possono stravolgere ogni abitudine dei giganti del mare. Nel 2021, in una storia simile a quella di Timmy in Germania, lo abbiamo visto con la balena Wally che si perse in Italia, Francia e Spagna: era una grigia, proprio come quelle di San Francisco, che si era persa “scendendo” dall’artico verso l’Europa, anziché la California dove solitamente torna questa specie. Il motivo in quel caso era lo scioglimento dei ghiacci artici: trovò un passaggio che prima non c’era e sbagliò strada.
Il clima impatta in decine di modi sulla vita delle balene: quelle franche australi per esempio invece di dare alla luce un cucciolo ogni tre anni sono passate passate a cicli di quattro o cinque anni perché, a causa della diminuzione di zooplancton che si trovano nell’artico surriscaldato, hanno meno cibo, forze e risorse per procreare. A tal punto che le popolazioni di questa specie, capace di vivere fino a 150 anni, sono nuovamente in diminuzione.
Le balene franche australi sono però anche un ottimo esempio di come, invertendo determinate “rotte”, ci sia ancora speranza per i vulnerabili cetacei. Tra il XIX e il XX secolo erano infatti ormai quasi estinte a causa della caccia: con lo stop alle baleniere sono però nel tempo – prima di questi nuovi segnali di declino – riuscite a riprendersi e tornare a prosperare. In generale, per secoli, la caccia alle balene è stato il motivo principale del collasso di diverse specie dei giganti marini. Dal 1986, per fortuna, ad esclusioni di pochi paesi, grazie a convenzioni internazionali non le cacciamo più: questo sta aiutando una lenta e graduale ripresa delle popolazioni. Ad oggi Norvegia e Giappone continuano, nonostante proteste e battaglie degli ambientalisti, a cacciarle: la buona notizia è però che uno degli altri Paesi armati di arpioni, l’Islanda, da mesi non sta più cacciando e potrebbe presto porre fine per sempre a questa pratica.
Inquinamento, plastica e virus
Ovviamente ci sono poi una infinità di concause che stanno portando verso il declino gli animali più grandi del Pianeta. Pensiamo per esempio all’impatto letale delle reti da pesca abbandonate ma anche della plastica dispersa negli oceani che possono ingerire. Un terzo dei capodogli ritrovati senza vita nel Mediterraneo ha ingerito plastica, per esempio. In un caso del 2019, un capodoglio spiaggiato in Sardegna fu rinvenuto con addirittura oltre 20 chili di plastica nello stomaco, per dare un’idea di quanto possiamo impattare su queste creature. Animali, quelli marini, che dai tursiopi alle balenottere continuano a spiaggiarsi sulle nostre coste per vari motivi: solo tra il 2024 e il 2025 sono stati per esempio 26 quelli ritrovati in Liguria. In diversi casi e su diverse specie fra i motivi dei decessi è stata individuata la presenza di virus. Fra questi il morbillivirus è un patogeno che si è rivelato spesso mortale per i cetacei e che oggi sta circolando addirittura al di sopra del Circolo Polare Artico. Insomma, tra crisi del clima, malattie, navi e in generale ogni azione dell’uomo sull’oceano il destino delle balene, se non impareremo a fissare dei limiti, appare sempre più oscuro. Eppure, proprio noi umani, per paradosso grazie alle nuove tecnologie potremmo presto valicare determinati limiti e riuscire addirittura a parlare con i grandi cetacei. Con il progetto CETI (Cetacean Translation Initiative) da anni i ricercatori stanno per esempio provando a decifrare gli schemi dei “clic” che emettono i capodogli e ora, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ci stanno riuscendo. Probabilmente, a breve, riusciremo quindi a decifrare i loro codici di comunicazione a tal punto da poter “parlare” con loro o da conoscere più segreti sui loro comportamenti in modo da poterli aiutare sempre che, di questo passo, ci siano ancora popolazioni marine da salvare.