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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Israele, polemiche sulle soldate

Il jeans aderente, una minigonna, un top corto sopra l’ombelico per celebrare l’ultimo giorno di leva. Avevano appena abbandonato la divisa, ma i loro abiti civili proprio non sono andati giù all’alto ufficiale donna a capo della loro divisione. Così, tre soldate israeliane appena congedate sono state richiamate pubblicamente dalla loro superiore. E sebbene, secondo tradizione, avessero già “tagliato” i loro badge, sono state ugualmente processate per direttissima dalla Corte marziale per i loro abiti «immodesti, irrispettosi, inappropriati» – ovvero per non aver indossato gonne sotto il ginocchio e maniche lunghe, come le loro coetanee ortodosse – e pesantemente multate: la loro paga finale è stata decurtata di un terzo. L’episodio è tutt’altro che isolato.
Poche settimane fa, un’intera squadra di Polizia di Frontiera è stata condannata a 21 giorni di carcere militare per aver organizzato un barbecue durante lo Shabbat, la pausa dalle «azioni materiali», che includono l’uso di apparecchi elettronici e di denaro, guidare e anche accendere fuochi o cucinare.
Pure l‘attività operativa programmata prima del cessate il fuoco in Libano è stata annullata dopo che a una squadra di soldatesse è stato negato l’accesso agli avamposti dove erano stanziati soldati haredi della Brigata Asmonea: le cui condizioni di servizio prevedono che non possano operare a fianco di soldatesse. Il rifiuto ha costretto le soldatesse a operare all’esterno della struttura, sebbene la missione avrebbe potuto essere condotta dall’avamposto, con meno rischi per la loro incolumità. L’Idf nega: «La missione operativa è stata condotta come previsto e secondo i piani».
Ancora: venerdì scorso, nonostante il caldo atroce fin dalle prime luci dell’alba, l’esercito ha ugualmente rimandato a casa le soldate che si erano presentate ai nastri di partenza della maratona di Gerusalemme in pantaloncini corti: trasgredendo, cioè, l’ordine di indossare pantaloni lunghi o calzamaglie. Una restrizione che non era stata imposta ai commilitoni maschi.
«Gli uomini sono meno propensi a mostrare il fondoschiena. E i barbecue si possono concludere prima del tramonto», ha liquidato la faccenda Nissim Vaturi, vicepresidente della Knesset e compagno di partito del premier Netanyahu. Che ieri ha stigmatizzato le polemiche che da giorni infiammano la fetta più laica della società israeliana, rispondendo lapidario: «Non si può protestare su tutto. Volete gli ultraortodossi nell’esercito? Questo è il prezzo». Un riferimento all’esplosiva questione sociale della leva obbligatoria per gli eredi haredim, storicamente esentati perché dediti allo studio della Torah, privilegio recentemente cancellato dalla Corte Suprema, provocando proteste e pure tensioni nella coalizione di governo di Netanyahu. La destra religiosa era furiosamente contraria, ma con tanti fronti aperti e i riservisti sottoposti a turni massacranti, i militari di leva servono più che mai.
Pur di portare in caserma i giovani ortodossi, lo scorso febbraio l’Idf ha diramato nuove direttive che prevedono diversi gradi di segregazione di genere e la stretta osservanza dello stile di vita religioso. Ma l’applicazione ottusa e punitiva sta indignando molti: «Uno Stato che esige sacrifici, rischi e piena legittimità alle donne in ruoli di combattimento, non può esitare quando si tratta di concedere loro piena autonomia nella vita civile» tuona il conservatore Times of Israel. E pure il tabloid Maariv ci va giù pesante, comparando gli ordini dell’Idf con quelli della polizia morale iraniana: «Affinché si avveri il sogno di Trump di un Medio Oriente nuovo, illuminato e democratico, bisognerà superare due ostacoli retrogradi: e solo uno è il regime retrogrado di Teheran».