Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Intervista ad Amanda Lear

Amanda Lear, 85 anni, è nella sua casa vicino ad Avignone. “È un momento bellissimo, gli asparagi sono spuntati e le fragoline sono deliziose. Qui viveva Van Gogh e tutti i grandi pittori. Me l’ha fatto scoprire Salvador Dalí, ci passavamo quando andavamo in Spagna in auto, lui non prendeva aerei. Me ne sono innamorata. Quando non lavoro, sto sempre qui”. Ha girato La sobrietà di Carlo Fenizi, tra mockumentary e commedia nera, su Prime Video il 27 aprile: è la storia di un regista che decide di smascherare una coach manipolatrice che fa leva sull’ambizione di un gruppo di attrici.
Lei interpreta una suora.
“È interessante proprio perché sono una suora, e per una volta la gente non mi vede con le ciglia finte, i capelli biondi eccetera. Una suora anche poco simpatica. Ho accettato perché penso che sia importante lavorare con giovani registi, e non aspettare sempre Hollywood. Nel film ci sono anche bravi attori, l’almodóvariana Antonia San Juan, poi il protagonista Michele Ragni Tucci”.
Il suo rapporto con la fede?
“Sono molto religiosa. Senza fede – può essere anche musulmana o buddista – non vedo come si possa farcela ad attraversare questa vita terrificante. La gente non capisce che l’inferno è quello che viviamo ora, che dopo sarà meglio: fine del dolore, dei problemi. Credo che l’after life sarà un momento bellissimo. Ho una venerazione per Santa Rita, sono andata alla basilica di Cascia a vederla. Prego moltissimo”.
Che pensa di Papa Leone XIV?
“Mi piacerebbe incontrarlo. Mi sembra molto intellettuale, amavo l’umanità simpatica di Francesco. Da pittrice, anni fa, feci il ritratto a olio di Giovanni Paolo II e lo portai in Vaticano. Me lo gettarono quasi in faccia: “Non lo vogliamo, noi la conosciamo, lei vuole farsi pubblicità. Fare lo scandalo”. Mi offesi: ‘Se non lo accettate mi incateno davanti al Vaticano e faccio lo sciopero della fame, farà più scandalo’. Così lo presero, ma l’avranno buttato in cantina. Poi mi mandarono una lettera e un rosario benedetto”.
Il suo rapporto con il cinema italiano?
“Strano. È iniziato malissimo. Nel momento del boom in Italia, subito mi hanno contattata per fare del cinema, naturalmente per sfruttare il personaggio. Feci un film con Adriano Celentano, Zio Adolfo in arte Führer, che è stato un disastro. Celentano è superstizioso, io avevo chiesto al costumista di farmi vestire dalla testa ai piedi con un bell’abito tutto di velluto viola, che adoro. Appena lo ha visto, Celentano ha urlato che portava sfiga. Io non lo sapevo, in Francia è il verde il colore che porta sfortuna. Io facevo una cantante e cantavo Lili Marlene e lui: “Che tristezza”. In più, a un certo punto, è arrivata dalla Germania una denuncia, perché Rainer Fassbinder aveva acquistato i diritti esclusivi della canzone Lili Marlene, perché faceva un film su di lei, e ci ha proibito di cantarla. Così ho dovuto cantare un’altra canzone. È stato un errore dopo l’altro, Celentano ha pensato fosse colpa mia e non ci ho lavorato più”.
Nel ’78 ha girato “Follie di notte” di Joe D’Amato,
“Una truffa. Ero straniera, mi dicono che questo regista mi vuole protagonista, ben pagata, di un film a Roma, una commedia musicale in cui canto e provo a far scoprire al pubblico le bellezze di Roma. ‘Alla mia destra vede il Colosseo, costruito duemila anni fa…’. Nel doppiaggio hanno cambiato le parole e dicevo: ‘Vi porto in un locale porno dove vedrete delle spogliarelliste’. Io mi sono incazzata, ho fatto causa, ma c’era una piccolissima clausola contrattuale e ho perso.
Questo mi ha un po’ raffreddata verso il cinema italiano. E pensare che Mauro Bolognini, con cui ho girato diversi spot, mi diceva che ero fatta per il cinema, come le dive di una volta che non ci sono più. È stato bello lavorare con lui. In Francia ho lavorato con Depardieu e Belmondo, ho fatto teatro”.
Però nel 1978 ha tenuto a battesimo anche una trasmissione – Stryx – che all’epoca fece molto parlare. Fu anche molto innovativa.
“Enzo Trapani ha fatto scalpore, perché era la prima volta che la Rai si svegliava un po’. Faceva questo programma con queste “streghe”, cioè questo nuovo tipo di ragazze aggressive, molto sexy. C’erano Patty Pravo, Grace Jones. È stata la prima volta che si vedeva un seno nudo in tv. Io cantavo una canzone. Mi ricordo che in fondo c’erano delle ragazze che facevano le comparse sexy, con il seno nudo, e una di loro era Barbara D’Urso”.
Fininvest e Silvio Berlusconi?
“Nell’81 lanciava le sue tv e mi scelse. Parlavo cinque lingue, sapevo stare sul palco. Era un uomo squisito, educato, che ci teneva a fare programmi per far sognare gli italiani. Diceva: “Se un italiano ti invita a casa sua ti vesti bene, noi siamo invitati in casa di tutti gli italiani, ci dobbiamo vestire bene”, e tutti erano eleganti, pure i cameramen in smoking. Poi dopo è passato alla politica, è diventato un’altra persona”.
Una serata televisiva bizzarra?
“Ai tempi della francese La Cinq era difficile, perché Berlusconi non aveva studi tv a Parigi e si girava a Milano. Gli ospiti venivano tutti lì, da Charles Aznavour a Mireille Mathieu e io servivo perché parlo francese e facevo da padrona di casa. Capitò che James Brown arrivasse davanti agli studi in auto e, di cattivo umore, decise che non voleva più partecipare al programma e rimase in macchina. Intanto il pubblico in studio lo aspettava. Così dovetti uscire dallo studio e andare ad aprire la portiera: ‘Sono io che ti devo intervistare’. Mi ha visto bionda, bella, in abito da sera e ha detto: ‘Vabbè, vengo’”.
Com’è stata la sua infanzia?
“Felice, grazie a mamma. I miei avevano divorziato, io vivevo con lei e la micia nel sud della Francia. Mamma aveva un atteggiamento orientale, fatalista. Io non lo accettavo. A quindici anni sono andata a Parigi per la scuola di Belle Arti, volevo dipingere. Lì ho scoperto un mondo artistico, un po’ pazzo. Fumavano le canne, era gente un po’ strana, con la mente aperta. Dopo un paio d’anni una signora mi ha avvicinato, ero magra come un chiodo: ‘Potrebbe fare la modella’. Fino a quel momento non mi consideravo bella. Ho incontrato gente pazzesca del mondo della musica. E poi, naturalmente, Salvador Dalí. E tutti sanno la storia”.
Lei è nata a Saigon.
“Sono nata in Vietnam, per caso. Potevo anche nascere, non so, a Caltagirone. Mia madre mi aveva partorita lì, e non ci sono mai più tornata. Ho viaggiato tutto il mondo, ma non sono mai andata in Vietnam, e mi piacerebbe tanto conoscere quel paese”.
 
E poi?
“Ero ingenua, Dalí e gli altri mi hanno fatto capire tante cose. Non volevo essere come tutti, non mi vedevo borghese, sposata, bambini, suoceri. Non volevo dipendere da nessuno, da manager che ti dicono come truccarti, da uomini a cui devi chiedere i soldi per un vestito. Non ne ho bisogno, guadagno da sola”.
Molestie ne ha subite?
“No. Ho questa reputazione di essere scontrosa, non antipatica, ma insomma, e a metà di una cena o di una serata, se mi fossi annoiata, mi sarei alzata e me ne sarei andata. Facevo finta di andare alla toilette e poi non tornavo più. Prendevo un taxi, tornavo a casa. Ma c’è un episodio che mi turba ancora”.
Racconti
«Una volta. Era l’Harvey Weinstein dell’epoca: Darryl Zanuck. Siamo a New York con Dalí, deve fare il poster di un film per 600 mila dollari. A cena Zanuck parla solo di sé, dei suoi soldi, di Cleopatra e Elizabeth Taylor, le donne esibite come trofei. Dalí gli dice che mi interessa il cinema. Lui mi fa fare un provino alla 20th Century Fox, mi convoca al Plaza Hotel. Arrivo e lui mi apre in pigiama. La suite buia, sul letto una bionda in lingerie. Mi prende il panico e fuggo. Dalí si infuria e lo insulta al telefono “il poster mettitelo lì”. Fine della carriera hollywoodiana».
 
Ma tra la carriera cinematografica e quella musicale quale sente più sua?
"Più di tutto sono pittrice, poi incontrando David Bowie mi sono lanciata e ho avuto un successo da ventotto milioni di dischi nel mondo, ventitré album. Chanel ha preso la mia canzone Follow Me per la pubblicità del profumo per quattro anni. Tutto questo mi porta tanti soldi, ma non me l’aspettavo, questa carriera. Poi ho scoperto la recitazione. Mi sono accorta, quando arrivo sul palcoscenico in teatro, che recitare mi fa bene. È un bisogno, una necessità. Ho bisogno di recitare. È una cosa meravigliosa”.
Ricordi belli con David Bowie e Salvador Dalí?“
"David mi ha cambiato la vita. Era poco colto ma curioso. Dalí era un maestro tirannico. Una volta chiamò Picasso davanti a me: io speravo parlassero di Warhol o Pop art, invece si confrontarono per dieci minuti si problemi di sesso e prostata. Rimasi allibita».
Poi l’ha incontrato Picasso?
“No. Entrambi non volevano farsi vedere dall’altro invecchiati e ingrassati. E io non ho mai visto Picasso in vita mia”.
Il grande amore della sua vita?
“Mio marito. Sono rimasta sposata con lui per più di venticinque anni. Purtroppo è morto in un incendio. E dopo di lui, ho avuto una grande bella avventura durata nove anni con un ragazzo italiano. Sì, ho avuto altri amori, ma quello più grande è stato mio marito”.

E come ha trovato la forza di superare un dolore così grande?
“Prima ho pensato di ammazzarmi, poi ho capito che la fama non dà privilegi, puoi avere malattie, accidenti come tutti. Poi ho capito che uccidermi non lo avrebbe fatto tornare. Sono andata dallo psicoanalista, piangevo tutti i giorni. Ho pensato: ‘Vabbè, lui adorava questa casa che avevamo costruito insieme. Lui adorava il giardino, le piante. Voglio rifare la casa uguale com’era prima’. E l’ho fatta. Come piaceva a lui, per prolungare, non so, quell’amore. Ancora adesso, è morto da venticinque anni, e io vivo ancora in questa casa”.

Un rimpianto?
“Non aver vissuto una vita normale. Credo che gli artisti siano dei mostri. Di fatto sono degli ossessionati, con la loro immagine, con il loro mestiere, ed è molto difficile vivere normalmente. Dopo un po’ ti accorgi che non è questo il bello della vita”.
Si è sentita etichettata?
“Anche adesso. Sono quella di Rendez-vous. Ho fatto mille altre cose, ho fatto una ventina di film, ho fatto cose in teatro. Ma la gente ti ha etichettato così, da donna sexy e provocante. Quando incontro un regista, devo convincerlo: “Guarda che non voglio recitare ancora queste parti, alla Sex and the City, la cougar che seduce ancora i ragazzi giovani. Fammi fare l’infermiera. Sono felice che ora mi vedano come una suora”.
A proposito di etichette, quella sulla sua misteriosa sessualità le dispiaceva?
“All’inizio mi divertiva, mi ha reso popolare e fatto vendere dischi. Mi ha infastidito dopo il matrimonio. Mio marito: ‘Finiamola con queste sciocchezze, sei mia moglie’”.

Le sono stati dedicati anche dei brani musicali.
“Mi fa piacere. Dovevo duettare con i Måneskin, Amandoti, poi è saltato. Al cinema Almodóvar a e Ozon dicono che mi vogliono, ma poi non chiamano. Spero in Özpetek”.
C’è stata un’avventura, una disavventura, un viaggio, una serata, una notte, una cosa?
“Una tournée in Sud America, c’erano anche Raffaella Carrà e Iva Zanicchi. Un disastro totale: mio marito prese l’epatite, l’impresario scappò con i soldi, restammo bloccati là. I musicisti vendettero gli strumenti per poter tornare”.
Oggi, un sogno artistico, uno personale.
“Un film che sorprenda la gente.. E un’estate tranquilla, a casa mia, con i miei quattro gatti. Sono una gattara, sì. Con gli uomini devi truccarti, vestirti bene e ascoltare le loro bugie. Con i gatti mai”.