la Repubblica, 20 aprile 2026
Unifil in forse, Italia e Francia pensano a una nuova missione
Una missione multilaterale, frutto di accordi intergovernativi e senza l’ombrello dell’Onu. Per garantire appoggio logistico e la formazione dell’esercito libanese (LAF). Sotto la regia di Italia e Francia e con il coinvolgimento di altri Paesi già impegnati su questo terreno: la Spagna (con cui stanno trattando i francesi), probabilmente l’Indonesia e alcune capitali del Golfo. È il piano a cui si lavora in vista del primo gennaio 2027, quando l’attuale spedizione Unifil, che scade il 31 dicembre 2026, sarà quasi certamente archiviata. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno infatti già lasciato intendere agli alleati che non intendono consentire ulteriori proroghe. Con grande soddisfazione di Israele, che da mesi manifesta a parole – e a volte con colpi contro blindati e soldati Onu – quanto non gradisca la presenza nell’area.
Un passo indietro: qualche settimana fa, dopo l’ennesimo “incidente” contro i militari italiani in Libano, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scritto al segretario generale delle Nazioni Unite per chiedere di rivedere le regole di ingaggio. Pochi giorni fa ha ricevuto in cambio una risposta sufficientemente generica, il cui senso è questo: occorre pensare al futuro quando finirà Unifil. Della nuova missione, dunque, stanno già discutendo i capi di Stato maggiore delle capitali interessate all’operazione. I contatti tra Roma e Parigi sono costanti, su questo dossier. E il ritrovato dialogo tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron potrebbe imprimere un salto di qualità, perché entrambi vogliono mantenere una presenza (e un’influenza) in Libano. Per farlo, hanno un’unica strada: aiutare il presidente in carica, Joseph Aoun a evitare la disgregazione dello Stato. E collaborare per gestire l’eventuale disarmo di Hezbollah.
Il terreno è a dir poco scivoloso. La crisi iraniana e gli attacchi israeliani minacciano l’integrità del Libano, esponendo di conseguenza anche Unifil alla pressione dell’Idf, ma anche a possibili ritorsioni dell’ala dura di Hezbollah. Nel recente viaggio nel Paese, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricordato i rischi del conflitto in corso e chiesto ai vertici militari di badare innanzitutto alla sicurezza del personale. E l’altro ieri Crosetto ha sottolineato che la spedizione delle Nazioni Unite non ha senso finché è in atto una guerra. Un quadro di incertezza che non permette di conoscere cosa accadrà da qui a fine 2026. Ma che spinge Francia e Italia a lavorare alla nuova missione, per non farsi trovare impreparate nel 2027.
Una prima idea, vagliata da Roma e Parigi, è quella di dare vita a una vera e propria spedizione dell’Ue. Complesso, però, convincere i ventisette a dare il via libera, in un contesto così instabile. Per questo, sembra prevalere l’opzione di siglare accordi intergovernativi che tengano assieme lo sforzo degli “addestratori”. Il modello è il MTC4L (il comitato tecnico militare per il Libano). Si tratta di un’iniziativa multilaterale a guida italiana, a cui aderiscono francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi più il Canada e una serie di altri paesi Ue con l’obiettivo di addestrare le forze regolari libanesi. A questa esperienza si potrebbe agganciare anche la nuova operazione.
A Parigi, d’altra parte, il nodo libanese è in queste ore materia scottante. I francesi erano riusciti a ottenere l’estate scorsa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, dopo lunga battaglia, un’ultima proroga del mandato, ma la diplomazia non nutre adesso speranze di potersi ripetere. Al contrario, l’uccisione del casco blu francese, tre giorni fa, ha rafforzato in Macron l’idea che occorra preparare un ritiro ordinato dei peacekeeper, in coordinamento con il governo libanese. L’Eliseo non vuole però dare l’impressione di abbandonare il Libano. Da qui, l’idea di muoversi con Roma e Madrid, alla ricerca di una soluzione.
Uno scenario, quello di consolidare la relazione con i partner europei, che coincide fra l’altro con il recente sforzo di Palazzo Chigi di mostrarsi più europeisti e meno al traino di Trump. Emblematico, in questo senso, un dettaglio: appena terminato il vertice di Parigi, l’ufficio studi di FdI – di fatto, la propaganda meloniana – ha commentato la riapertura di Hormuz lodando «l’impegno di alcuni Stati europei – Italia, orgogliosamente, compresa – per la garanzia della libertà di navigazione». Il tycoon, in tre pagine, non viene invece mai citato.