la Repubblica, 20 aprile 2026
Georg Gänswein parla del rapporto tra Papa Francesco e Benedetto XVI
Monsignor Gänswein, lei oggi è nunzio apostolico a Vilnius, in Lituania, ma come segretario particolare di Joseph Ratzinger è stato testimone di un evento eccezionale, un inedito nella modernità: la convivenza nello stesso spazio e nello stesso tempo di due Papi, che nei medesimi abiti bianchi ricevevano l’identico omaggio al Santo Padre. È stato complicato?
“Qui si deve distinguere bene. C’era uno solo Papa. L’altro veniva comunque chiamato Papa, ma era in realtà il Papa emerito. Questa è una grande differenza. Capisco l’effetto ottico, le due immagini con l’abito bianco. Però Benedetto ha lasciato la ‘pellegrina’, ha posato anche la fascia e ha cambiato il colore delle scarpe, per marcare la differenza. Ma certo c’era una convivenza inedita tra un Papa regnante e un Papa emerito, come Benedetto ha voluto essere chiamato”.
L’ha scelto lui?
“L’ha scelto lui”.
Al momento delle dimissioni di Ratzinger il clima in Vaticano era turbolento per lo scandalo di Vatileaks, la fuga delle carte dalla stanza del Papa, le voci di ricatti sessuali. Quanto questo clima ha pesato su Ratzinger e sulla sua rinuncia?
“Tutto ciò che lei ha ricordato non c’entrava niente. Né Vatileaks, né le cosiddette cordate omosessuali, o altro. La rinuncia era frutto di una profonda riflessione, di una forte preghiera: il Papa ha rivolto la domanda alla sua coscienza e poi ha deciso”.
Al momento della fumata bianca, Benedetto era a Castel Gandolfo e lei era in Vaticano. Che cosa ricorda?
“Ho visto la fumata bianca nel mio ufficio. Sono salito subito verso la Sala Regia, davanti alla Sistina, non sapevo niente, ero curiosissimo. Poi si è aperta la porta e da lontano ho visto i cardinali che si congratulavano con il nuovo Papa: ma subito, ecco, il nome di Jorge Mario Bergoglio correva per tutta la sala come un incendio”.
Lei ha incontrato immediatamente Francesco: cosa le ha detto?
“Volevo fargli gli auguri, ma prima ancora che io potessi dire qualcosa lui mi ha interrotto: ‘Vorrei incontrare Benedetto. Lei può aiutarmi’”?
E lei ha chiamato Castel Gandolfo e ha passato al telefono il Papa al nuovo Papa?
“Diciamo la verità, è stato un po’ più difficile perché io chiamavo direttamente il numero della stanza del Papa, ma in quel momento a Castel Gandolfo tutti guardavano la televisione e non pensavano al telefono. Ho dovuto passare attraverso la Gendarmeria, e sono riuscito finalmente a fare questo collegamento”.
Lei come prefetto accompagna Francesco a visitare l’appartamento papale col cardinal Bertone che spezza i sigilli: due settimane dopo Francesco spiega proprio a lei che non vuole vivere nell’appartamento. È uno strappo che la sorprende?
“Il Papa mi ha detto di trovare qualcos’altro, ma devo confessare che subito non ho preso sul serio la questione. Poi però ho capito che qualcosa non andava bene con l’appartamento. Più tardi Papa Francesco lo ha rivelato lui stesso: c’erano problemi psicologici, ha detto in modo scherzoso. Poi ha spiegato la ragione: ‘Non ho mai vissuto in stanze così grandi, io voglio abitare in stanze più piccole’. Poco per volta ha scelto: ‘Allora io rimango dove sono, a Santa Marta’. Io ho seguito la sua decisione”.
Il primo incontro tra i due Papi è a Castel Gandolfo, quando Benedetto consegna a Francesco la scatola con tutti i documenti che riguardano le conclusioni dell’indagine cardinalizia su Vatileaks. Cosa ricorda di quel giorno?
“Era il 23 di marzo 2013. Ricordo che al momento di entrare nella cappella Papa Benedetto voleva lasciare la precedenza a Papa Francesco, che si è rifiutato. La stessa cosa per l’inginocchiatoio. Si è capito subito che Francesco voleva trattare in modo molto fraterno il suo predecessore. Poi sono passati nell’ufficio del Papa, e sul tavolo c’era questo famoso scatolone con tutto ciò che riguardava il caso Vatileaks. Benedetto mi ha chiesto di preparare tutto, lui voleva spiegare a Francesco il contenuto e cosa ne pensava. Lo ha fatto come al solito per scritto, e ha messo tutto dentro”.
Si può dire che consegnando quella scatola con le conclusioni della commissione d’inchiesta è come se Benedetto si fosse tolto dalle spalle il peso degli scandali?
“Se c’era un peso in quella vicenda, si può dire proprio così”.
Come mai Benedetto, così attento a gestire la coesistenza tra i due Papi, ha scelto di vivere in Vaticano, lo spazio del pontefice?
“Lui stesso l’ha detto: voleva rimanere nel recinto di San Pietro. Io una volta, quand’era ancora regnante, gli ho domandato: ‘Santo Padre, dove andremo? Dove vuole vivere? Castel Gandolfo? I Giardini Vaticani’? ‘No – mi ha risposto -, nel piccolo monastero Mater Ecclesiae’. Aveva già scelto, gli piaceva quel luogo, che gli consentiva di essere dentro ma distante, appartato. Era il posto giusto”.
Papa Francesco veniva frequentemente in visita al monastero. Ai compleanni e agli onomastici di Benedetto portava il “dulce de leche” argentino, riceveva in cambio il limoncello delle suore. Si può dire che è nata un’amicizia tra i due Papi?
“Sì, certamente è cresciuta una confidenza, sia da parte di Papa Francesco, sia da parte del Papa emerito: questo è ovvio, no? Si poteva percepire anche – diciamo così – atmosfericamente, dal clima che si era creato tra loro. E questi piccoli doni erano segni di attenzione reciproca, come i biscotti bavaresi che piacevano a Francesco”.
I rapporti tra i due Papi attraversano momenti difficili come quando Ratzinger scrive la prefazione al libro del cardinal Sarah sul celibato sacerdotale, mentre il Sinodo per l’Amazzonia discute del tema. Si dice che questa sia stata la causa della rimozione del suo ruolo da prefetto della Casa Pontificia. È così?
“Devo un po’ correggerla. Papa Benedetto non ha scritto una prefazione ad un libro del cardinale Sarah. Sarah ha informato Papa Benedetto che stava scrivendo un libro e ha chiesto se aveva qualche osservazione non sul celibato, ma sul sacerdozio. Benedetto ha scritto una trentina di pagine e le ha mandate al cardinale. Dunque non è stato mai scritto un libro a quattro mani, anche se alcuni hanno dedotto che il cardinale Sarah e lo stesso Benedetto con questo libro volevano pressare Papa Francesco riguardo alla questione del celibato. Questa intenzione certamente non c’è mai stata, né da parte del cardinale né tantomeno da parte di Papa Benedetto”.
Lei ha detto che non si è riusciti a creare un clima di affidamento con Papa Francesco e ha aggiunto: “Come collaboratore di Ratzinger, evidentemente mi porto addosso un marchio di Caino”. Che cosa intende?
“No, questo io l’ho detto, ma in generale, non in riferimento a Papa Francesco. È chiaro che il personaggio di Joseph Ratzinger suscitava amici e nemici, diciamo così. E dato che io sono stato per tantissimi anni suo collaboratore molto stretto, questo marchio mi è rimasto addosso. E può darsi che lo stesso Papa Francesco lo abbia percepito”.
Nel tempo Ratzinger è diventato un punto di riferimento per l’ala conservatrice del cardinalato, spesso critica di Bergoglio. È la prima volta di un confronto tra due Papi con idee diverse. Benedetto era preoccupato di questa interpretazione?
“Per come ho vissuto io questa situazione, si è esagerato fortemente il dato reale, quasi ci fosse una vera e propria processione al monastero Mater Ecclesiae. Questo non è vero. Ci sono state alcune osservazioni sul comportamento e sulle scelte di Francesco, ma è una cosa molto normale commentare una decisione del Papa, non è di per sé proibito. Però non è vero che Benedetto è diventato un po’ il confessore per tutta quell’ala che lei ha chiamato conservatrice. Questo non mi risulta”.
Ma un punto di contrasto reale c’è. Benedetto ha giudicato sbagliata la scelta di proibire la messa di rito antico nelle parrocchie. Ne hanno mai parlato i due Papi?
“Benedetto non ha mai commentato il motu proprio Traditionis custodes di Papa Francesco. Nel mio libro ho scritto che quando abbiamo letto l’Osservatore Romano il cuore di Benedetto è diventato pesante. Questo è vero: ma lo dico io, non lui”.
Benedetto rimase sorpreso da alcune delle aperture più radicali di Francesco? Penso ad esempio alla frase diventata celebre del 2013: “Chi sono io per giudicare?”, rivolta alle persone omosessuali che cercano Dio.
“La frase da lei citata è quantomeno sorprendente nella bocca di un Papa. Però anche qui non ho mai sentito commenti di Benedetto”.
Le chiedo: i due Papi erano diversi culturalmente o teologicamente, nel metodo o nella sostanza?
“Io penso che tutto ciò che lei ha detto finora conferma che erano diversi. E questa non è una cosa cattiva, perché la biografia è la biografia, poi anche l’iter dell’educazione, della formazione è differente. Infine anche l’esperienza della vita vissuta è diversa. La diversità è una complementarità, non è qualcosa che condiziona, ma che arricchisce”.
E secondo lei che cosa avevano in comune Benedetto e Francesco?
“Erano tutti e due testimoni della risurrezione del Signore. Con tutta la diversità nella personalità, questo aspetto era identico, ed è il più rilevante”.
Alla morte di Benedetto, lei chiamò per primo Francesco, che arrivò subito al monastero. Che cosa accadde in quel momento?
“Tutto era concordato. Papa Francesco mi aveva detto: ‘Quando arriva l’ora, per favore, lei mi chiami direttamente’. L’ho fatto, con il cellulare. Poco dopo il Papa è arrivato. Eravamo nella stanza da letto vicino alla salma di Benedetto. Francesco ha benedetto il suo predecessore, poi si è seduto accanto, è rimasto in silenzio alcuni minuti, quindi abbiamo pregato tutti insieme”.
Monsignore, come è cambiata la sua vita dopo la morte di Ratzinger?
“La sua scomparsa è stata un’ esperienza personalmente molto sofferta. Quattro anni dopo la rinuncia, un giorno Papa Benedetto mi disse: ‘Non pensavo che dalla porta del nostro piccolo monastero fino alla porta del cielo di San Pietro la strada fosse così lunga’. Un’altra volta ha aggiunto: ‘Se il buon Dio mi darà forse ancora un annetto, sarà molto generoso’. Poi gli anni sono diventati quasi dieci”.
Tempo fa le ho proposto questo schema sui tre Papi della contemporaneità: Wojtyla l’anima, Benedetto la mente, Francesco il cuore. Come definirebbe Papa Leone?
“Questa domanda è difficile, adesso. Ma il nome stesso di Papa Leone già dice qualcosa, non le pare”?