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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Come si combatte il caldo a Siviglia

L’inverno a Siviglia è un esercizio di gaslighting collettivo: i sivigliani incappottati si salutano mimando i brividi e esclamando el puto frio! mentre i turisti inglesi cenano all’aperto. Il puto frio, in effetti, sono 14 gradi. 
Più insopportabili sono diventate le estati. Siviglia, punta Sud di un Nord globale sempre più accaldato, ricorre a rimedi antichi per affrontarle – i toldos cioè tende bianche sulle strade del centro, affissi già a marzo; l’ombra degli aranci nelle piazze, i ventagli, gli orari arabi dei negozi. Ma soprattutto a rimedi contemporanei, a cui il resto d’Europa guarda come a un laboratorio. Ci siamo stati per capire come funzionano, e se davvero permettono alla città di mantenere la sua cultura, la sua socialità, le sue tradizioni.
«A quaranta gradi ci siamo nati, figurati», racconta il cronista di radio Canal Sur Javier Moreno. «La temperatura della mia macchina a volte segna 50. Le notti estive spesso non scendono sotto i 36, ci sono onde di calore per tutto settembre, a fine agosto pensi: è quasi finita, e non finisce mai. Conduco un giornale radio, e un giorno sì e uno no apriamo col meteo». 
A volte è cronaca: le morti da caldo, per l’Istituto di salute pubblica Carlos III, sono state 303 in Andalusia solo la scorsa estate. Collassi in strada, malati cronici che non reggono, infarti. 
Altre volte è folklore. A Siviglia, piissima e segretamente governata da confraternite religiose rionali, ci sono tremila processioni l’anno: ostendere il crocifisso del Cinquecento o la reliquia del Santo non è possibile se fuori fa cinquanta gradi o se – come sempre più spesso, nel clima che diventa tropicale – piove: «e i parroci iniziano all’alba a chiamare Antonio Delgado per sapere che fare». Delgado è un meteorologo molto mediatico. I telefoni suo e dei concorrenti Maldonado, Agud, León fumano, soprattutto al mattino. 
«Noi siamo gente di strada», rivendica Moreno. «Si esce appena è buio: le anziane sedute a prendere la fresquita, cioè il fresco della sera. I ragazzi a bere birrette. Ma il caldo, e il turismo che si monopolizza il centro, le nostre care strade le stanno svuotando». Ognuno a casa sua con la sua aria condizionata, fino al prossimo blackout: le tradizioni finiscono così, a colpi di calore. 
O forse no. Un progetto molto osservato in Europa – e dall’Europa finanziato, con l’80% dei 5 milioni spesi – è uno «spazio di aggregazione» sull’isola di Cartuja, nel Guadalquivir, dove nel 1992 Siviglia fece l’Expo. Si chiama CartujaQanat e lo hanno messo in piedi il Comune, l’Università di Siviglia e la municipalizzata dell’acqua, Emasesa. 
Quando ci arriviamo ci sono una visita guidata di studenti, un corso di breakdance, una performance teatrale. Il qanat di Cartuja è una piazza coperta, con gradoni. Attorno, invisibile, scorre un flusso d’acqua sotterranea che viene vaporizzata nell’aria, abbassando la temperatura di 10 gradi. 
La tecnica è persiana e si chiama qanat. «Nel 521 Dario II fondò Persepolis nel deserto. Serviva acqua, e la fece arrivare dalle montagne con canali sotterranei. Con questi canali arrivava anche il fresco», spiega Juan Luis López Martinez, ingegnere di Emasesa e direttore tecnico di CartujaQanat. 
È difficile riprodurre i qanat in tutta Siviglia. «Richiedono pozzi sotterranei e di non intralciare i tubi del gas, dell’acqua, della fibra», continua l’ingegnere. Un altro esperimento – pensiline del bus raffrescate da un qanat – si sta tentando in centro, sull’avenida de la Cruz Roja. La via è pedonalizzata e ombrata da bagolari: ce ne saranno a fine cantiere 270. La Camera di Commercio ha lanciato il progetto anti-caldo Replanta Sevilla, 30 mila alberi (e relativa frescura) entro il 2030. 
I qanat della Cruz Roja dovrebbero rinfrescare anche le aree esterne di una scuola. Una legge andalusa (2020) obbliga a climatizzare le scuole con sistemi come i qanat ma si è adeguato solo il 10% degli istituti e gli altri arrancano con pinguini e ventilatori. In classe, denunciava El Paìs a giugno, ci sono in media 36 gradi. 
Dare un nome alle olas de calor, le ondate di caldo, come altrove a tifoni e tornadi, migliora la risposta dei cittadini. Lo dice uno studio del 2022 effettuato proprio a Siviglia dall’istituto di salute pubblica: l’esperimento si chiamava ProMeteo e osservò come si comportavano i sivigliani al cospetto di un’onda di calore battezzata per la prima volta: Zoe. Tra i sivigliani che ne sapevano il nome, il 6% in più ha trovato adeguata la risposta delle autorità. 
Gli altri, come da millenni a queste latitudini, si sono sventagliati e hanno aspettato con la pazienza degli avi che Zoe finisse.