Corriere della Sera, 20 aprile 2026
Peter Burling parla di Luna Rossa e dell’America’s Cup
L’ex bambino kiwi che a 6 anni attraversava da solo la baia di Tauranga su un vecchio Optimist di legno battezzato Jellytip, con tre America’s Cup e un oro olimpico in cambusa – più tutto il resto – è diventato l’acchiappo più ghiotto della flotta.
L’invito di Max Sirena, skipper e team director di Luna Rossa, ha bruciato tutti sul tempo: impossibile dire di no alla Nazionale italiana della vela. E adesso, a dieci mesi dal colpo di mercato che ha gettato scompiglio nell’ambiente, Peter Burling si produce nel suo tipico mezzo-sorriso da Cagliari, in total look Prada. «Non mi chieda di parlare italiano, non sono pronto: ho imparato a ordinare la pizza alla diavola, so dire poco altro...». Fa un certo effetto vedere su Luna Rossa il marinaio più talentuoso, capace di consegnare a Team New Zealand il ruolo di defender nel 2017, 2021 e 2024: la curiosità di trovare Burling timoniere di dritta sull’Ac40 a Cagliari (21-24 aprile) e Napoli (sulle date regna l’incertezza), e poi sul nuovo Ac75 l’anno prossimo in Coppa, magari con Ruggero Tita mure a sinistra, si taglia con il coltello.
Peter, dopo il divorzio da New Zealand poteva scegliere: perché Luna Rossa?
«Per la sua lunga storia in America’s Cup e il suo potenziale: alla Coppa è andata vicinissima più volte. La sfida mi intriga. Quando sono arrivato a Cagliari ho avuto la conferma che Luna Rossa dall’ultima Coppa non si è mai fermata: vincere nelle acque di casa sarebbe super speciale».
Capitan Sirena ha raccontato di un sms in cui le proponeva un caffè.
«Chiuso con New Zealand, ero abbastanza certo che non avrei fatto la Coppa 2027. Mi sono buttato nel SailGp, poi Max si è fatto vivo, non ricordo con quali parole. Io ero in Nuova Zelanda, lui in Italia: quel caffè ha dovuto aspettare parecchio... All’epoca il protocollo non era noto: ignoravo quali restrizioni avrebbero potuto riguardarmi. Ma ho sentito la fiducia di Max e del team. Che credessero in me, dovendo salire su un progetto in corsa, era un dettaglio importante. La parte del lavoro che preferisco è lo sviluppo della barca: capire come farla andare più veloce mi entusiasma».
A proposito del protocollo: si è stupito che le permetta di salire a bordo con i più feroci rivali dei kiwi?
«No. Per permettere l’ingresso di nuovi team era necessario allentare la regola della nazionalità e consentire ai marinai di circolare».
Luna Rossa insegue l’Americas’ Cup dal ‘99, ha vinto due selezioni degli sfidanti, ha perso due Coppe America. La storia del team è parte della sua ricchezza. L’ha ripassata, prima di dire di sì?
«Luna Rossa è la storia dell’America’s Cup ma nel ‘99 avevo otto anni, molti attuali membri del team non erano nemmeno nati! Comincio ad avere ricordi dal 2003 in poi. Ventisei anni sono lunghi, questo spiega la motivazione extra di Luna Rossa nel voler vincere: tutti sogniamo di essere parte della prima volta».
Ha incontrato l’armatore? Cosa le ha chiesto Patrizio Bertelli?
«Non ci ho parlato molto, a dire la verità. Ho passato più tempo con Lorenzo e Giulio, i figli. Conosco e rispetto Patrizio, ammiro l’eredità che Luna Rossa ha costruito nella vela italiana e mondiale».
Che impressione si era fatto di Luna Rossa a Barcellona, durante l’ultima Coppa, vedendola dall’acqua?
«Ero convinto che ci saremmo affrontati per il trofeo, come a Auckland nel 2021. Sono rimasto sorpreso quando li ho visti uscire nella finale di Vuitton Cup con Britannia. Adesso che li conosco dall’interno, posso dire che ci sono cose che mi lasciano a bocca aperta e altre che possiamo migliorare».
Ci racconti degli aspetti positivi, Peter.
«La qualità delle persone e del lavoro, il processo decisionale: non vedo differenze enormi rispetto a come opera Team New Zealand. La Coppa America richiede centinaia di micro e maxi decisioni lungo il percorso: è importante che ogni persona sia nel posto giusto e che tutti vadano nella stessa direzione».
Quanto tempo ha trascorso a Cagliari, fin qui?
«Sono arrivato nel luglio dell’anno scorso, durante i mesi più freddi sono tornato in Nuova Zelanda. Sono rientrato a metà marzo».
Come si svolgono le sue giornate cagliaritane, quando non è nei meeting o sull’acqua?
«Vengo da un’isola tanto giovane e qui da voi, invece, c’è tanta storia. Mi sento un esploratore: vorrei provare ogni ristorante, non immaginavo che in Italia esistessero così tanti tipi di pizza! E il risotto di Auckland è decisamente diverso dal risotto di Cagliari...».
La vecchia regola che dice che in America’s Cup vince la barca più veloce è sempre valida secondo lei?
«Chi taglia per primo la linea, vince. Conosco mille modi diversi per far camminare più veloce una barca, ma da questa legge non si scappa. La Coppa se la porta a casa chi sbaglia meno decisioni e, quindi, chi ha il coraggio di prendersi dei rischi».
Timonerà scalzo, come d’abitudine?
«Immagino che a Napoli, nell’estate 2027, sarà abbastanza caldo da non indossare scarpe: lo preferisco, anche se stiamo molto seduti. A Barcellona non le misi mai».
È vero che, quando non timona, soffre di mal di mare?
«Questa è una leggenda metropolitana!».
Le piace la novità della donna in Coppa America?
«Mi piace anche perché le veliste migliori sono su Luna Rossa. Credo sia un’opportunità per tutti».
Insomma Burling, è l’uomo giusto al posto giusto? È lei l’ultimo pezzo del puzzle?
«Lo spero. Sono curioso di scoprirlo anch’io. Ci aspettano mesi interessanti».