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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Intervista a Romana Severini

Romana Severini, 89 anni ben portati, custodisce una memoria vivida della sua vita tra Parigi e Roma con i grandi artisti. Romana è figlia di Gino Severini, il futurista che a Parigi aveva sposato Jeanne Fort, figlia del poeta Paul Fort. Oggi abita a Roma vicino al Tevere, nella casa dove viveva la madre, che a Parigi dopo la morte del marito «s’intristiva».
Romana, chi era suo padre?
«Un uomo generoso e disponibile con gli amici. Riservato, dava consigli solo se gli veniva chiesto. A Parigi aiutava gli italiani. Era severo come il suo cognome e lo è stato soprattutto con me, forse perché mi aveva avuto tardi, quando aveva 55 anni e mia madre 40».
Che ricordo ha di lui da bambina?
«Lo percepivo come già vecchio. Lui temeva più di tutto di non poter provvedere al mio avvenire. Oggi credo che sarebbe felice di scoprire che mi occupo ancora di lui, di proteggere la sua opera e il suo archivio, anche se non era previsto e lui certo non mi ha mai spinto».
Altre memorie?
«Una volta a scuola mi fecero fare il compito “descrivi tuo padre”. Io scrissi che faceva il pittore, ma i compagni e la maestra pensarono che facesse l’imbianchino. In effetti era un grande lavoratore. Per l’arte ci vuole disciplina, come nella danza, nella scrittura e nella musica. Lui preparava i set con un’attenzione quasi maniacale sia per le nature morte che per i ritratti di posa: non solo restituiva la somiglianza dei protagonisti, ma inseriva oggetti che gli corrispondevano, così non solo raccontava chi erano ma anche cosa facevano. Per questo ho donato al museo Severini di Cortona la documentazione per ricostruire lo studio. Mio padre soffrì a lungo di non avere uno spazio diverso dalla casa dove dipingere, diceva che gl’impediva di dedicarsi alla famiglia. Ma anche dopo, quando avrebbe potuto, non separò mai la vita dall’arte».
Era stato un futurista d’avanguardia.
«Sì, e per lui arte e vita coincisero sempre. La sua famiglia era di Cortona, e non capì mai davvero il figlio artista nemmeno quando era già riconosciuto e premiato. Eppure Cortona, che lasciò a 14 anni, restò sempre nel suo cuore, anche se la patria della sua arte è Parigi. Cortona l’aveva riscoperta alla fine degli anni 50 e da allora ci andava ogni estate. Così la sua tomba e quella di mia madre sono lì anziché al cimitero di Montparnasse, dove riposano i miei nonni materni, per cui ancora pago le tasse ogni anno».
Sua madre chi era?
«Una donna bella e coraggiosa. Jeanne Fort era l’unica figlia del primo matrimonio di Paul Fort, il poeta simbolista che l’aveva avuta a 19 anni, quando era un giovane e geniale direttore di teatro. Poi si era risposato. Quella di mia madre era una famiglia di artisti: lo zio era Emile Bernard, il pittore neoimpressionista, i cui quadri sono al Musée d’Orsay. Jeanne aveva conosciuto mio padre alla Closerie des Lilas, dove il nonno teneva i suoi incontri letterari il martedì e intanto si ballava e ci si divertiva. Fort era molto giocoso e amava scherzare. Lo chiamavano il principe dei poeti e mia madre era la principessa. Quella volta Marinetti portò mio padre e lei s’innamorò appena lo vide: “Aveva certi occhi azzurri” raccontava».
E si sposarono.
«Mia nonna andò da papà: “Devi sposare mia figlia perché è triste e piange”. “Ma non ho soldi” aveva risposto lui. “Che importa! Quel che conta è l’amore!” ribatté la nonna. Era l’anno in cui Severini preparava la mostra futurista alla Marlborough Gallery di Londra, dove sperava di vendere i suoi dipinti e di avere soldi per il matrimonio. Ma era tornato povero come prima».
La cerimonia nuziale passò alla storia.
«I futuristi erano contrari. Ma Marinetti aveva capito che il matrimonio tra il pittore futurista e la figlia del principe dei poeti sarebbe stato un evento, e alla fine aveva prestato la sua Lancia bianca agli sposi. Testimone di nozze era Guillaume Apollinaire. Mia madre era poco più di una bambina, aveva appena sedici anni, e mio padre trenta. L’anno dopo arrivò mia sorella Gina. La sua prima parola fu “Picasso”, che era amico di mio padre».

Poi nacquero tre maschi.
«Due morirono piccoli. Il terzo, Jacques, lo può vedere lì, nel ritratto vestito da Arlecchino che gli fece mio padre. Morì nel 1933, a sei anni. Per i miei genitori fu un dolore profondo. Io nasco nel 1937, a Roma, dov’eravamo andati per la Quadriennale del 1935. Dopo le autorità avevano bloccato il rientro a Parigi. Ci tornammo solo nel 1946. Ma a quel punto ci voleva tanto coraggio per essere italiani a Parigi».
C’era stata la guerra.
«Non eravamo più bene accolti. La vita era più dura che a Roma. Per avere il cibo ci voleva la tessera. Ci aiutò Jacques Maritain, il filosofo: dal 1946 al 1952 ci prestò la sua casa a Meudon, dove aveva ospitato intellettuali cattolici ed ebrei».
Qual è il suo primo ricordo?
«La biblioteca con le pareti colme di libri. Mio padre dipingeva lì, ma la foderò tutta per non distrarsi nella pittura. Non ci andavo volentieri, solo quando dovevo posare, perché lui pretendeva assoluta immobilità. Oggi me ne pento, avrei dovuto andarci di più per guardarlo dipingere... ma avevo nove anni ed ero come una figlia unica. Mia sorella Gina si era sposata nel 1939, anche lei con un artista, lo scultore Nino Franchina, arrivato a Roma dalla Sicilia con il suo amico Guttuso. Non abbiamo quasi mai vissuto insieme».
Che rapporto c’era tra Severini e Giorgio De Chirico?
«Non si sono mai frequentati troppo, anche per il carattere di De Chirico. Fu mio padre a presentarlo a Léonce Rosenberg, il grande gallerista. Ai pittori Severini preferiva i musicisti e i poeti. Era amico di Casella, di Savinio e di Mario Tozzi, l’organizzatore del gruppo degli Italiens de Paris. Tozzi gli regalò un bel manichino di legno, su cui papà posava i costumi di scena per i ritratti».
Com’era l’adolescenza da figlia di un artista a Parigi?
«Tra i 12 e i 13 anni mi ha voluto presentare tutti i suoi amici pittori. Si trovavano a Les Deux Magots o al Royal Saint Germain, che ora non c’è più. Ho conosciuto Léger, Braque, Lipchitz. La cosa che mi colpì è che tutti loro parlavano un francese ricco di strani accenti, come quello di Zadkine, che trovavo molto buffo. La stessa cosa per Juan Gris, grande amico di mio padre. Aveva sposato una francese, Josette; ma non riuscì mai a pronunciarne il nome, chiamò sua moglie tutta la vita chaussette, calzino! Lei invece ballava bene il tango e l’aveva insegnato a mio padre».
Un giorno la portò in studio da Brancusi. Com’era?
«Sembrava il nano dei boschi. Mi ammise nel suo atelier perché ero appena uscita dall’infanzia, Brancusi non amava i bambini. Teneva tutte le sculture coperte, per mostrarle tirava una piccola corda e il telo s’alzava come una magia, mentre lui con il terrore negli occhi controllava che nessuno toccasse. Aveva un berretto di lana sempre in testa e ogni oggetto del suo studio l’aveva fabbricato con le sue mani».
Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha lasciato suo padre come artista e come uomo?
«La pazienza e l’ironia. Dai 14 ai 18 anni dopo pranzo avevamo l’abitudine di fare lunghe chiacchierate io e lui soli. Quando mi lanciavo in ragionamenti complicati, mi prendeva in giro e mi diceva: “Parli come un libro stampato” o “m’hai detto un prospero!”, che era il fiammifero per accendere il fuoco. Era un’antica espressione romana per dire: accidenti come parli bene!».
Era vero?
«Ero un’adolescente, pensavo d’aver scoperto il mondo, e lui mi prendeva in giro. Con mia madre aveva deciso che dovevo essere una ballerina di danza classica. Ma l’avevano deciso loro per me! E io sono stata una ballerina. Ho avuto anche molte soddisfazioni. Spero che non abbia mai capito che la danza non era la mia strada. La danza era la sua passione più che la mia. So però di non averlo deluso».
Perché l’avevano deciso?
«Papà amava le coreografie dei balletti, le luci e i colori che accompagnavano la musica. A Parigi andavamo a tutti gli spettacoli di danza classica dell’Opéra Garnier, soprattutto quelli della compagnia del Marchese di Cuevas, l’impresario più importante dopo Diaghilev».
Severini oggi è conosciuto in tutto il mondo.
«A settant’anni rifece un’opera perduta, La Danse du pan-pan au Monico, perduta o confiscata e distrutta dai nazisti, oggi la nuova versione è al Pompidou. Le sue opere sono anche al MoMA. Di mio padre vogliono fare cartoline, foulard e oggetti: non sono copie, sono “d’après” d’artista».
Quale eredità le ha lasciato?
«Quando lui non c’è più stato è venuta qui mia madre. Con sé aveva gli archivi. Venivano per intervistarla sui ricordi di Parigi e quando è diventata sorda le facevo da interprete. È così che ho cominciato anch’io ad occuparmi della sua memoria. I miei genitori mi hanno insegnato che l’amore è un sodalizio da custodire e far crescere. Erano gelosi l’uno dell’altra, per proteggere il loro amore ed evitare di metterlo a rischio. Sono stati innamorati per tutta la vita».