Corriere della Sera, 20 aprile 2026
Arturo Parisi ricorda la vittoria dell’Ulivo del 1996
Professor Arturo Parisi, lei fu l’ideologo dell’Ulivo: riusciste a battere un Berlusconi che sembrava invincibile. Sono passati 30 anni, ci racconta le emozioni di quella notte?
«L’emozione più forte fu per me la sorpresa. Sperimentare in concreto come, nonostante le nostre ragioni si possa anche non vincere. E tuttavia a causa dei suoi errori l’avversario può perdere. Fu quello che accadde».
La prima immagine che le torna in mente?
«Il viaggio con Prodi in treno da Bologna a compulsare i risultati che man mano arrivavano. Dalle parti di Orte la svolta. La divisione nel campo improvvisato dal Cavaliere nel 1994 sopratutto al Nord andava premiando nei collegi uninominali la nostra unità. E poi la grande festa in piazza a Roma».
Si ricorda il momento in cui ebbe la «folgorazione» dell’Ulivo?
«Pensa all’invenzione del nome, a me attribuita? Il mio compito fu al massimo quello del navigatore che tiene d’occhio la strada pensando alla meta. La folgorazione l’ebbe Prodi facendosi trovare pronto all’incrocio degli eventi». (In verità, questa ricostruzione eccede in umiltà: Prodi racconta nella sua biografia – Strana vita, la mia – che fu proprio Parisi, una domenica mattina dopo la messa a San Petronio, a Bologna, a tirare fuori il nome Ulivo: «Un albero caro a tutti gli italiani e con radici profonde». E l’idea piacque molto al futuro premier, ndr).
Il profilo di Romano Prodi, 30 anni dopo, pesa ancora moltissimo sugli eredi del centrosinistra. Perché?
«Perché le vittorie che portano il suo nome, sono per il centrosinistra le sole figlie del voto dei cittadini. La prova che si è vinto è il migliore viatico per ritornare a vincere».
Chi fu il vero responsabile del naufragio dell’Ulivo?
«La firma sulla fine del governo fu di certo quella di Bertinotti. Ma la causa fu il desiderio di chiudere la parentesi dell’eccezione Ulivo. Rovesciare il voto plebiscitario del 1993 contro il proporzionale. Subìto dai partiti come fa il giunco che si piega alla corrente con l’illusione di rialzarsi dopo la piena. L’illusione».
Immagino che con Bertinotti ne provaste di tutte...
«Con Bertinotti no. La revoca del credito, per un momento aperto soltanto dopo la vittoria, era una scelta ferma. La minoranza di Cossutta e Diliberto scommise invece sulla via riformatrice uscendo da Rifondazione. Ma non bastò».
Che errore non rifarebbe?
«Di non essere riuscito a far crescere il mio rapporto con Cossiga a una dimensione seria e adulta. Per lui, e per tutti, avrei dovuto distoglierlo dall’illusione di azzerare la “falsa partenza” del nuovo bipolarismo di Pdl e Ulivo, sostituendoli con una nuova Dc tutta sua e il nuovo Pci di D’Alema, nell’immediato alleati tatticamente solo a questo fine».
A D’Alema, oggi, che direbbe?
«Un vecchio dilettante come me al più giovane dei grandi professionisti politici ancora in campo? Forse che accelerava troppo i tempi del ritorno al passato e non capiva il tempo che lui stesso aveva aperto».
I conti pubblici, tanto per cambiare, erano disastrosi. Nel giugno del ’96 e in quello del ’97 doveste approvare due manovre correttive per 32 mila miliardi di lire. Al Tesoro c’era Carlo Azeglio Ciampi.
«Certo. Ricordo i conti disastrosi. Ma soprattutto il filo che tenne insieme quelle manovre. La scelta determinata per l’Europa e l’euro. E assieme a questo, Ciampi che veniva da Prodi col suo foglietto scritto a mano che dava conto del ridursi dello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi fino al brindisi finale con i bicchieri di plastica».
In squadra c’era anche un altro futuro presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano, all’Interno.
«In un’altra stagione sarebbe stato il capo della delegazione del partito più grande. Caricato del compito di difenderne la linea e rappresentarne il segno. Nel nostro governo, un ministro autorevole e competente come pochi. Ma, come Veltroni e Berlinguer, un ministro del governo Prodi, non di partito».
Un momento di forte frizione tra le forze uliviste?
«Un momento? Mentre in concordia si lavorava prima al programma e poi alla sua traduzione nell’azione di governo, il richiamo divisivo dei partiti e dei capi partito non cessò mai di farsi sentire. Dal tentativo di rinviare le elezioni prima che tutto iniziasse, alla tentazione di nuove urne perché quello che era iniziato finisse».
Seppure per due anni, riusciste a tenere insieme mondi eterogenei pur di battere Berlusconi. E funzionò.
«Due anni? Quasi 900 giorni. Lo dico sorridendo, pensando alla fatica di ogni giorno. E tuttavia tutti, i giorni e i mondi, tenuti insieme da un “per” non da un “contro”».
Oggi la storia si ripete: da sconfiggere c’è Giorgia Meloni. Il Campo largo è convinto di farcela, ma manca un «Prodi» e va trovato un leader.
«Sconfiggere Meloni? Fattibile. Ma la domanda è: come tenere insieme una coalizione e un Paese senza una comune idea di futuro? Al tempo dell’Ulivo, il futuro era associato alla speranza. Ora sempre più alla paura. Tutto più difficile».
Secondo lei vanno fatte le primarie? E nel caso: tra Elly Schlein, Giuseppe Conte o una ipotetica Silvia Salis, lei chi sceglierebbe?
«Se il Campo largo è solo un’alleanza larghissima, non vedo perché farsi male. Solo le coalizioni hanno un capo e un progetto. Le alleanze tanti capi e idee quante sono le liste, ripeto, le liste, con in comune soltanto un nemico».