Corriere della Sera, 20 aprile 2026
L’incertezza pesa sulla crescita. Il Mef: più scenari per le stime
Donald Trump non ha idea di quando e come finirà la guerra in corso, o quando e come sarà riaperto lo Stretto di Hormuz. Di conseguenza, sembrerebbe un po’ troppo ambizioso aspettarselo da Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia si è limitato a fare qualcosa che è già successo, di rado, con i documenti di programmazione economica: ha chiesto ai tecnici di inserire diversi scenari; l’incertezza è troppo alta perché il governo stesso punti tutto su un’unica ipotesi.
Non è la prima volta che accade. Già durante la pandemia il Documento di economia e finanza (come si chiamava allora) conteneva ipotesi più o meno avverse di recessione. Una simile flessibilità era poi tornata anche durante lo choc energetico legato all’aggressione della Russia all’Ucraina. Adesso che il piano di primavera va sotto il nome di Documento di finanza pubblica, secondo le norme del nuovo Patto di stabilità, non dovrebbe prevedere una recessione nel 2026 nella versione che il governo si prepara a varare mercoledì. Almeno non nello scenario centrale, quello ritenuto (in teoria) più probabile in questa fase. Eppure Giorgetti per primo sa che proprio l’ipotesi di crescita alla quale i suoi tecnici hanno lavorato – su cui dovrebbero basarsi tutte le variabili su deficit e debito – rischia di invecchiare prima di andare in stampa. Del resto lo stesso Fondo monetario internazionale in questa fase sta aggiornando le previsioni ogni due settimane.
Quello scenario «centrale» del governo ha una crescita reale in Italia per quest’anno, molto probabilmente, appena superiore allo 0,5% o allo 0,5% stesso: uno o due decimali al di sotto delle stime presentate dal governo nell’autunno scorso. Il ministero dell’Economia ha formulato e inviato la sua prima previsione all’Ufficio parlamentare di bilancio il 13 marzo, dopo appena due settimane di chiusura di Hormuz; a seguito di alcuni rilievi dell’Upb, una seconda previsione è arrivata il 24 marzo e l’autorità indipendente l’ha validata a fine mese. Da allora sono passati altri venti giorni di blocco quasi completo del braccio di mare da cui passerebbe, in tempi normali, almeno un quinto dell’offerta mondiale di petrolio e di gas naturale liquefatto. Per questo il governo stesso sa che quella stima, i cui tempi sono dettati dalle procedure, potrebbe essere già obsoleta al momento del varo.
Il punto è capire, se obsoleta, in quale direzione. Un accordo di pace a breve metterebbe probabilmente l’Italia al riparo da una caduta del prodotto lordo protratta per oltre due o tre mesi. Ma gli addetti ai lavori a Roma danno ormai per scontato che per un ritorno alla normalità serviranno comunque molti mesi. La stessa inflazione potrebbe salire da meno del 2% – la velocità di crociera dell’Italia prima di questa crisi – a qualcosa meno del 3% o addirittura del 4%, a seconda della durata del blocco di Hormuz.
Purtroppo però l’impatto favorevole di questa accelerazione dei prezzi sui conti potrebbe non farsi sentire, non tanto presto in ogni caso. Secondo le norme europee di contabilità, a erodere il debito in proporzione – aumentando il prodotto lordo espresso in euro – non è infatti l’inflazione importata, ma interna: quella che arriverebbe se la progressione del carovita si propagasse da gas e carburanti al resto dell’economia.
Niente di tutto questo, ovviamente, ha impatto sul dato definitivo di deficit sul 2025 che Istat ha comunicato al governo venerdì e dovrebbe uscire mercoledì. Non è un segreto che i governi in Italia, di entrambi gli schieramenti, hanno spesso discusso con l’agenzia statistica (che resta indipendente) quando erano in gioco piccoli arrotondamenti in grado di spostare un saldo di finanza pubblica dello 0,1% del prodotto lordo. Non sarebbe una novità se fosse così anche questa volta. Dunque è reale la possibilità che il disavanzo sul 2025 risulti al 3% del Pil, permettendo all’Italia di uscire in anticipo dalla procedura per deficit eccessivo a Bruxelles. Sarebbe un segnale di stabilità in una fase d’incertezza. Grazie al controllo della finanza pubblica di questi anni, lo spread sui rendimenti fra titoli italiani e tedeschi non ha mai superato i 97 punti base (0,97%) nei momenti più drammatici di questa guerra; ora è ridisceso a 72, vicino a minimi pluriannuali. Manca giusto un tassello: una strategia di crescita per il Paese che cresce meno in Europa, specie dopo un Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi i cui effetti sulla produttività restano impalpabili. Ma su questo il governo sembra ancora all’anno zero.