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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Ritratto di Rumen Radev, nuovo presidente della Bulgaria

In uno dei video della sua campagna elettorale più condivisi sui social, lo si vede filmarsi mentre decolla ai comandi di un MiG-29. È un uomo dalle tante vite, il generale 62enne Rumen Radev, pronto a diventare il nuovo premier della Bulgaria, deciso a riuscire dove gli altri hanno fallito e a trasformarsi nel nuovo baricentro della politica.
Si forma da militare, scalando i vertici da pilota di caccia a comandante dell’aeronautica. Poco più che cinquantenne, nel 2016, sale alla ribalta come capo di Stato, candidato del partito socialista filorusso, erede dei comunisti dell’era sovietica. Infine, lo scorso gennaio, a poche settimane dalla scadenza del suo secondo (e ultimo) mandato da presidente, si dimette per potersi candidare alla guida del governo. Sceso in campo a marzo con il suo nuovo partito, Bulgaria Progressista, si ritrova dopo soltanto un mese a vincere le elezioni parlamentari del suo Paese. Un’ascesa dominata dalla promessa di combattere la corruzione e lo «stato mafioso» che mina il Paese più povero dell’Ue.
Sebbene ne occupi i piani più alti da oltre un decennio, è riuscito a rilanciarsi come outsider sfruttando l’ondata delle proteste anticorruzione che ha portato a dicembre alla caduta del governo, per la settima volta in cinque anni.
Una mobilitazione promossa in realtà dal partito liberale europeista, poi però scivolato nei consensi: Radev lo ha additato come causa del carovita per aver favorito l’adozione dell’euro e lo ha anche accusato di aver chiesto aiuto a Bruxelles per screditarlo con la «scusa» di interferenze russe.
L’ex capo dell’aeronautica si è così posizionato come il portabandiera della lotta alla corruzione in contrapposizione al suo principale rivale, il leader più longevo della politica bulgara: Boyko Borissov, bollato come perno del potere oligarchico e corrotto del Paese. Radev ha cavalcato l’insofferenza della gente, assumendo toni patriottici e nazionalistici che in politica estera si sono tradotti in posizioni euroscettiche e filorusse.
Pochi giorni prima del voto ha ribadito che «non si deve dare aiuto militare all’Ucraina» per evitare di ritrovarsi la guerra in casa e si è opposto all’accordo di sicurezza firmato il mese scorso da Sofia con Kiev; nel 2023, da presidente, si era scontrato con il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky in visita a Sofia; mesi fa ha tentato di bloccare l’ingresso del suo Paese nell’eurozona proponendo un referendum; ha definito l’Europa «culturalmente depersonalizzata»; in un recente discorso ha accusato Bruxelles di privilegiare l’ideologia rispetto al pragmatismo economico e di essere diventata «ostaggio della propria ambizione di leadership morale»; ha ripetuto di voler ristabilire le relazioni con il Cremlino, di voler riprendere i flussi di petrolio e gas russi verso l’Europa. Eppure non si definisce filorusso, piuttosto «filobulgaro», «pragmatico».
I suoi legami con Mosca hanno radici lontane. Sembra che la sua prima candidatura a presidente nel 2016 nelle file del partito socialista abbia ricevuto l’appoggio del Servizio di intelligence estero russo(Svr): uno dei capi, Leonid Reshetnikov, ha ammesso con media bulgari e russi di aver incontrato l’allora leader del partito socialista di Sofia per discutere proprio della candidatura di Radev.
E anche ora per spiegare il rapido successo del neonato partito di Radev c’è chi addita l’ombra del Cremlino. Quando nei giorni scorsi l’attuale governo ad interim ha parlato di una possibile interferenza russa nelle elezioni, Radev ha reagito denunciando un piano – come per Georgescu in Romania – per screditare la sua annunciata vittoria elettorale.
Preoccupazione invece a Bruxelles dove aleggia il timore di un nuovo Orbán. Ma il governo entrante a Sofia non sembra destinato ad avere la compattezza di quello uscente di Budapest che contava della maggioranza dei due terzi.
Nel suo ultimo appello pubblico prima del voto Radev aveva escluso qualsiasi coalizione con gli altri due maggiori partiti: dopo il trionfo di ieri, non ne avrà bisogno. Radev ha vinto con la promessa di riuscire a dare stabilità dove gli altri hanno fallito. E stando ai numeri sembra esserci riuscito. Ma da qui a potersi permettere di assumere posizioni intransigenti verso Bruxelles senza sollevare proteste ce ne passa. Ci sono anche i ricchi finanziamenti Ue che i bulgari non vogliono perdere.