Corriere della Sera, 20 aprile 2026
Hormuz, l’Italia pronta a inviare due navi. Ue, niente esercitazione senza gli Usa
Scampoli postumi del vertice di venerdì all’Eliseo. Meloni, Starmer, Merz e Macron hanno il tempo per discutere da soli, a margine del collegamento video con gli Stati della coalizione dei Volenterosi, dell’egida che dovrebbe avere una missione di scorta e protezione del commercio navale nello Stretto di Hormuz, quando e se americani e iraniani avranno trovato un’intesa che possa portare ad un cessate il fuoco duraturo e stabile.
Le formule sono diverse, così come le incertezze, di sicuro viene scartata la possibilità di una missione Onu, che in conferenza stampa verrà citata dal cancelliere tedesco solo per ragioni di politica interna. Continuano a vivere, in gergo tecnico, solo due opzioni, missione europea (allargando quella già esistente, Aspides, con accordi con Paesi extra Ue) o una missione Nato, che avrebbe il pregio di tenere dentro gli americani. L’Italia dà la disponibilità a contribuire con almeno due cacciamine, ma nel frattempo va affrontato e risolto, in fretta, un altro dossier.
Il presidente del Consiglio europeo, il portoghese António Costa e l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione Kaja Kallas, hanno fatto il passo più lungo della gamba. Pressati da Cipro, che all’inizio del conflitto si è visto arrivare un missile dall’Iran, per fortuna neutralizzato, hanno promesso una risposta collettiva e significativa. Cipro chiede con forza ai membri della Ue un aiuto collettivo, vuole quantomeno un’esercitazione militare europea, da attivare in base ad un articolo dei trattati, il 42.7, che stabilisce le regole del mutuo soccorso militare fra le capitali del Vecchio Continente in caso di attacco esterno. Cipro fa parte della Ue, non della Nato. La sua paura è dunque giustificata, ma quell’articolo non è mai stato applicato e l’Europa non ha nemmeno un comando militare unico, a differenza della Nato.
Le perplessità dei leader presenti a Parigi vengono trasferite a Bruxelles. Ci sono almeno due problemi. Uno tecnico: come fare qualcosa, anche a livello di simulazione, che non è mai stata fatta, e per la quale mancano know how, organizzazione, logistica. Ma soprattutto, ed è la domanda politica che emerge durante le ore del vertice all’Eliseo: quali sono le eventuali conseguenze? Fonti di governo italiane restituiscono un interrogativo condiviso da Roma con gli alleati europei: «L’operazione rischia di alzare la palla alle tentazioni di disimpegno dal fronte europeo da parte di Washington, tentazioni già piuttosto corpose».
A questo punto viene attivata una decisa marcia indietro, niente esercitazione militare, meglio non aggiungere carne al fuoco dei rapporti già sin troppo tesi con l’amministrazione americana. Cipro protesta, e sta continuando a farlo. Ma il punto di equilibrio, la soluzione scelta, sembra sgombrare il campo da una scenario che ai leader è apparso poco diplomatico e velleitario: si farà soltanto una simulazione di risposta congiunta, con diversi apparati di diversi Stati membri, contro un ipotetico e massiccio attacco cyber. Niente di più, solo guerra (simulata) elettronica.
Il dossier è ancora aperto, sembra, ma lo stato delle cose è al momento quello di una marcia indietro rispetto alle promesse iniziali. Nicosia dovrà accontentarsi. E questo a pochi giorni proprio dal Consiglio europeo informale che si terrà nell’isola che ospita basi militari inglesi.
Al di là del merito della vicenda, la dinamica che si è messa in moto in queste ore, e che è passibile di possibili cambiamenti, racconta in modo significativo delle preoccupazioni delle cancellerie europee: non dare scuse a Donald Trump per eventuali, ulteriori strappi, in sede Nato, anche se in questo caso l’Alleanza transatlantica c’entra poco o nulla, o su altri versanti. Visto quanto successo con il governo italiano, e prima con i governi francese e inglese, meglio andarci con i piedi di piombo. E poco male se i ciprioti non si sentiranno adeguatamente protetti.