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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

JD Vance al Papa: «Grato a Leone XIV per abbassare i toni»

A metà pomeriggio Leone XIV recita il rosario a Mama Muxima, la «Madre del Cuore» in lingua Kimbundu, e da questo santuario mariano che i portoghesi fondarono alla fine del Cinquecento, di là dalle foreste di baobab e le coltivazioni di manioca e patate dolci, tutto appare ormai remoto, anche se il Pontefice mantiene il punto essenziale: «È l’amore che deve trionfare, non la guerra». Il segnale di tregua, se non di disgelo, è arrivato con un messaggio diffuso via social da JD Vance. Il vicepresidente americano rimandava il video con le parole di Prevost sul volo verso Luanda, «non è affatto nel mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti», e commentava: «Sono grato a papa Leone per aver detto questo. Mentre il racconto mediatico alimenta costantemente conflitti – e sì, disaccordi reali sono avvenuti e continueranno a verificarsi – la realtà è spesso molto più complicata».
Gli attacchi
L’inciso del vicepresidente convertito al cattolicesimo segnala come Vance sia consapevole che le differenze restano, e sono notevoli, ma la conclusione è ecumenica: «Sarà nelle nostre preghiere, e spero che noi saremo nelle sue». Sono passati pochi giorni da quando, a sostegno degli attacchi di Trump a Prevost, osservava che il Papa doveva «prestare attenzione, quando parla di questioni teologiche» e il Vaticano «dovrebbe attenersi alle questioni morali». Del resto, era stato il vicepresidente ad invitare il primo Papa americano alle celebrazioni del 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, senza esito: nel frattempo, giusto il 4 luglio, Leone XIV ha programmato una visita a Lampedusa, dove Francesco denunciò nel 2013 la tragedia dei migranti e la «globalizzazione dell’indifferenza». Ma «pontefice» significa «costruttore di ponti» e la Santa Sede non interrompe mai il dialogo diplomatico. Sabato il Papa ha voluto abbassare la tensione, anche per evitare che ogni parola pronunciata in Africa fosse interpretata come una replica. «No, non ho paura dell’amministrazione Trump», aveva sorriso all’inizio del viaggio, dopo il primo attacco di Trump, e tanto basta.
Prevost vuole contribuire alla pace, senza farsi coinvolgere nelle risse verbali quotidiane. Ieri mattina ha celebrato la messa a Kilamba, una «new town» costruita dai cinesi, tre miliardi di dollari d’investimento. Dopo il Regina Coeli, è tornato a parlare di Ucraina, «mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi, prego per tutto il popolo ucraino», e del conflitto nato con l’attacco di Usa e Israele all’Iran: «È motivo di speranza la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente».
La fede
Certo, Vance ha scritto pure che «Leone predica il Vangelo, come dovrebbe fare, e questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni sulle questioni morali del giorno mentre il presidente lavora per applicare quei principi morali in un mondo caotico». Proprio in Angola, invece, Leone XIV ha fatto notare che «la fede non separa lo spirituale dal sociale» e anzi «dà la forza» per affrontare «le sfide legate a povertà e giustizia». I diamanti, il petrolio, gli affari occidentali e cinesi, la miseria diffusa. Prevost parla di «una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e raccogliere il grido dei suoi figli». Oggi volerà a Saurimo, nelle province nordorientali che custodiscono miniere di diamanti tra le più redditizie del mondo, mentre espropri e scavi hanno decimato l’agricoltura. Ieri al santuario c’erano trentamila persone, in tanti hanno passato la notte in tenda per ascoltarlo: «Vogliamo costruire un mondo migliore, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, e i principi del Vangelo plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti».