Corriere della Sera, 20 aprile 2026
Trump: «Il blocco funziona, presa una nave iraniana»
La buona notizia è la convocazione di un nuovo round negoziale in Pakistan, domani: nuovi colloqui per cercare di arrivare a un accordo di pace nella guerra voluta da Usa e Israele contro l’Iran. Ma c’è anche la notizia cattiva. E cioè che l’Iran minaccia di non inviare la sua delegazione a Islamabad. «Non ci saranno negoziati finché persisterà il blocco navale» degli Stati Uniti «contro l’Iran», riportano le agenzie di stampa iraniane. Partecipazione non prevista «al momento», è la formula scelta per lasciare aperta una possibilità.
Certo non aiuta a decidere per il sì ai colloqui l’ultima rivelazione del presidente americano Donald Trump via Truth. Questa: ieri una «nave mercantile battente bandiera iraniana, la Touksa, lunga quasi 275 metri e con un peso quasi pari a quello di una portaerei, ha tentato di eludere il nostro blocco navale, ma non ci è riuscita. Il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense Uss Spruance ha intercettato la Touksa nel Golfo dell’Oman, intimandole di fermarsi. L’equipaggio iraniano si è rifiutato di obbedire, quindi la nostra nave li ha fermati immediatamente aprendo una falla nella sala macchine. I Marines hanno il controllo della nave».
Un incidente che può decidere la sorte dei colloqui pachistani convincendo l’Iran a decidere di non partecipare. Decisione che va presa in fretta perché già oggi, stando all’annuncio della Casa Bianca, è previsto l’arrivo in Pakistan del vicepresidente JD Vance, che la settimana scorsa ha guidato il primo round di «storici colloqui» (come li ha definiti il presidente Trump) e che anche stavolta sarà a capo della delegazione Usa con gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner.
L’incontro – ammesso che venga confermato – sarebbe previsto per domani, cioè un giorno prima che scadano i 15 giorni di tregua che Stati Uniti e Iran hanno trascorso a scontrarsi senza usare bombe. Per la questione nucleare, ovviamente. Ma anche sulla chiusura, e poi parziale riapertura, e poi di nuovo chiusura totale (ieri) dello Stretto di Hormuz, da dove transita il 20% del greggio globale.
Minacce, controminacce, ritorsioni, incidenti. Ogni giorno. E ieri non è stata un’eccezione.
Il presidente Trump affida le sue parole a Truth. Dice che L’Iran ha violato l’accordo di cessate il fuoco nello stretto di Hormuz sparando contro una nave francese e una del Regno Unito e precisa: «Ha commesso una grave violazione», ma un accordo di pace ci sarà, «in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive». E le cattive sarebbero queste: «Stiamo offrendo un accordo molto equo e ragionevole, e spero che lo accettino, se non lo faranno ordinerò la distruzione di ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran. Se non accetteranno l’accordo sarà un onore per me fare ciò che altri presidenti avrebbero dovuto fare negli ultimi 47 anni. È ora che la macchina di morte dell’Iran finisca».
Dall’altra parte è stata la Guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, a tuonare per primo: Stati Uniti e Israele subiranno «nuove amare sconfitte», è la sua previsione. E il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, rimanda al mittente (via X) l’accusa di aver violato la tregua: «Il blocco americano dei porti e delle coste iraniane viola il cessate il fuoco ed è un atto criminale. Un crimine di guerra contro l’umanità perché punisce tutto il popolo iraniano».
Chiude il cerchio il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, citando l’altro grande nodo (a parte Hormuz) di questi possibili colloqui: la questione nucleare. Teheran «non intende ampliare il conflitto», premette il presidente Pezeshkian, ma non intende nemmeno rinunciare al suo «diritto legale» a un programma nucleare. Trump aveva sostenuto due giorni fa che l’Iran aveva accettato di consegnare agli Stati Uniti circa 440 chilogrammi di uranio arricchito, vicino al livello necessario per uso militare. Ma il ministero degli Esteri iraniano ha smentito: quel materiale «non sarà trasferito da nessuna parte» e la sua consegna a Washington «non è mai stata oggetto di negoziati».
Ecco. È questo il clima che si respirerà ad Islamabad, se i colloqui si terranno.