Avvenire, 19 aprile 2026
Myanmar, dietro l’amnistia di facciata villaggi bruciati e arruolamenti forzati
L’amnistia con cui il regime birmano ha, come da prassi in occasione del tradizionale Capodanno rilasciato 4.335 prigionieri e alleggerito per altri le pene era atteso. La pena capitale è stata commutata in ergastolo, l’ergastolo a 40 anni di carcere, con abbuono di un sesto della pena per tutte le altre, era atteso. Alla fine, si è trattato di poco sollievo per gli oltre 30mila esponenti dell’opposizione democratica che organizzazioni per la difesa dei diritti umani stimano siano stati arrestati dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021. Uno sconto della pena valido anche per l’80enne Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, leader del movimento di resistenza non violento contro i regimi militari dal 1988 e condannata finora in diversi processi a 27 anni di carcere. Di lei non si hanno più notizie da circa un anno e mezzo, ma si rincorrono le voci di un peggioramento delle sue condizioni di salute. Avendo rifiutato di sostenere il “percorso democratico” indirizzato dai militari, resta segregata in un luogo ignoto in attesa che il regime decida se rinviarla a giudizio con altri capi di accusa. Tra i rilasciati dal cercare vi è anche Win Myint, il presidente designato democraticamente, messo agli arresti dai militari golpisti e a cui è appena succeduto l’ex generale Min Aung Hlaing, a capo del regime militare. Min è stato eletto capo dello stato il 3 aprile dal Parlamento senza oppositori ed è entrato in carica il 10 aprile dopo essersi dimesso da capo delle forze armate con solo 23 delegazioni internazionali presenti alla cerimonia di accesso alla massima carica del Paese. Tuttavia, nei giorni scorsi, Min ha visto rifiutarsi dalle Nazioni Unite ogni legittimazione. Il 13 aprile, infatti, il Dipartimento per l’Assemblea generale e la gestione delle conferenze dell’Onu ha confermato di riconoscere la leadership precedente il colpo di stato.
L’elenco ufficiale appena aggiornato che regola in materia di protocollo, inviti e comunicazioni internazionali non riporta alcun riferimento al nuovo presidente e al nuovo assetto politico-amministrativo del Myanmar. La decisione delle Nazioni Unite conferma la frattura tra i governanti militari del Myanmar e la comunità internazionale, lasciando il futuro del Paese avvolto nell’incertezza. L’isolamento internazionale, interrotto soltanto dalla cooperazione perlopiù militare con alcuni alleati – Repubblica popolare cinese, Russia, Corea del Nord e, per quanto riguarda il flusso di carburanti ora interrotto, I’Iran – e dal riconoscimento dell’attuale dirigenza da parte una manciata di governi tra cui quelli di Laos, Cambogia e Thailandia, rischia di aggravarsi, come il regime sanzionatorio. Messe sulla difensiva, le forze armate del regime stanno devastando con il fuoco le aree controllate dagli oppositori o a rischio di cadere nel loro mani. Come mostra la campagna in corso nella regione centrale di Mandalay, il cui ultimo episodio risale al 12 aprile quando in un solo giorno cinque villaggi sono stati colpiti con droni e poi circondati e dati alle fiamme dai soldati che hanno costretto alla fuga centinaia di famiglie. Come evidenziano le fonti dell’opposizione, l’impatto di questa strategia è devastante, con intere comunità costrette a unirsi agli oltre tre milioni e mezzo di profughi interni. Le stesse fonti segnalano casi di giovani costretti ad arruolarsi che sarebbero stati tatuati sul volto per renderne difficile la diserzione.