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 2026  aprile 18 Sabato calendario

E Blumenberg svelò la tenacia del mito

La Germania è teatro, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta del Novecento, della cosiddetta Mythos Debatte, ovvero il dibattito sul mito. Si tratta di una vivace disputa filosofica sviluppatasi in un contesto, se così si può dire, post-moderno. Riprendendo temi che circolavano nella cultura filosofica tedesca, e cari a figure quali Ernst Cassirer, Rudolf Bultmann, Karl Jaspers ed Ernst Bloch, i pensatori coinvolti ne criticano l’impostazione illuminista, centrata sul razionalismo. Tenendo sullo sfondo la ricezione del post-strutturalismo francese, della crisi delle “grandi narrazioni” e della rinnovata attenzione per le dimensioni simboliche e narrative dell’esperienza, il confronto prende avvio in sordina col congresso berlinese del 1978 organizzato da Hans Poser e dedicato a “Philosophie und Mythos”. Già allora emerse il disaccordo tra il pensiero mitico e il paradigma della razionalità illuministica. Ne derivava l’impellenza di rivisitarne il ruolo nella modernità e, in contrasto con le visioni riduzionistiche, se ne illustrava la persistenza come strategia di pensiero e costante antropologica. Da lì presero le mosse una serie di confronti, anche a distanza, che videro come protagonisti numerosi pensatori tedeschi. Lo “scettico” Odo Marquard contribuisce al dibattito, con un intervento già presentato al convegno ma ripubblicato separatamente. Con Lode al politesimo, nel quale ritiene la “polimiticità” come antidoto alla “monomi-ticità” totalizzante e all’utopismo moderno, egli promuove la pluralità di narrazioni contro le ideologie unilaterali. Recuperando degli strumenti dell’antropologia filosofica, Marquard enfatizza l’importanza della “compensazione” offerta dal mito per fare fronte alle carenze del razionalismo. Lo segue nel 1982 Manfred Frank con Il Dio a venire, in cui indaga il dipanarsi del tema neo-mitologico in una appassionata scorribanda che va dai romantici, passando da Herder e la riscoperta dei miti nordici, alle cadenze classiche delle liriche di Friedrich Hölderlin, alla filosofia della mitologia dell’ultimo Schelling, fino a Richard Wagner. Nel 1985, interviene l’epistemologo Kurt Hübner, anche lui invitato al congresso del 1979. Con il mastodontico La verità del mito, dimostra come i miti riescano a custodire verità non verificabili con il metodo scientifico ma indispensabili per l’esistenza umana. Per lui l’esperienza scientifica non può essere la sola a essere ritenuta significativa ma va bilanciata con la verità del mito.
Se questi sono i nomi degli studiosi più noti che hanno contribuito a rendere vivace e duraturo nel tempo l’importante dibattito, il “la” iniziale, di là dal convegno berlinese, è stato fornito nel 1979, da un altro partecipante al consesso filosofico ma con una fatica frutto di un lavoro decennale. Dopo l’incontro tenutosi a Berlino, infatti, fu quest’opera monumentale a imprimere la direzione e il tono che avrebbe preso il confronto. Ridefinendo il mito come un processo dinamico e non alla stregua di una semplice preistoria della raziona-lità, Elaborazione del mito di Hans Blumenberg (19201996) contesta la ricostruzione proposta nel 1940 dal filologo Wilhelm Nestle di un progresso lineare dal mito al logos. Il pensatore di Lubecca pensa di fargli da controcanto riconoscendo invece influenza e rilevanza di «quel millenario lavoro del mito» necessario ad affrontare l’«Assolutismo della realtà», vale a dire quella condizione in cui «l’uomo quasi non controllava le condizioni della propria esistenza e, ancora più importante, semplicemente credeva di non controllarle». Solo l’efficacia della narrazione mitica avrebbe reso il mondo abitabile per l’uomo, protagonista di quel “salto situazionale” che lo ha portato ad abbandonare il suo ambiente sicuro per scrutare l’orizzonte dischiuso dalla vasta savana. Al cospetto di un «orizzonte lontano, non occupato, nel permanente starein- attesa di cose fino al quel momento sconosciute», l’uomo attraverso il pensiero mitico è riuscito a dare un nome alle connessioni tra le cose e dunque ha reso possibile «la capacità di prevenire, l’anticipazione di ciò che non si è ancora verificato, il tenersi pronti per ciò che è assente, dietro l’orizzonte». Ecco che allora il pensiero mitico, per Blumenberg, non è un residuo irrazionale ma una strategia di pensiero persistente, capace di svilupparsi e di occupare quegli spazi infrequentabili dalla razionalità moderna. Ma questo può essere compreso allorché ci si avvede, ammonisce Blumenberg, che «solo il lavoro sul mito, e sia pure il lavoro della sua definitiva riduzione, rende visibile il lavoro del mito». Vale a dire rende visibile la sua inestinguibile presenza.
Ora, dopo decenni di assenza dalle librerie, torna finalmente a disposizione dei lettori questo capolavoro della fine del Novecento, Elaborazione del mito, grazie all’editore Mimesis e con un’importante postfazione di Andrea Tagliapietra (pagine 752, euro 34,00). Non si tratta di un lavoro archeologico, quello di Blumenberg. Nella forma mitica del pensiero, ancora attiva, s’alimenta l’aspettativa del futuro, la capacità dell’attesa. «Il mito, allora, diviene storia non solo nel senso della ricezione – precisa Tagliapietra – ma in quanto, mediante il meccanismo della prefigurazione, costituisce la fonte d’ispirazione per garantire all’azione politica la sicurezza e la risolutezza nella decisione, nonché un’intelligibilità immediata, al presente, dei fatti storici, del farsi stesso degli eventi». Di là degli usi che possano esserne fatti, per Blumenberg il mito non va dunque pensato soltanto come ciò che la ragione deve dissolvere, bensì alla stregua di un elemento strutturale della produzione di senso contro cui la razionalità moderna ha le armi spuntate. Questo discorso avveniva mezzo secolo fa, oramai, e oggi non solo la situazione non è cambiata ma la questione si dimostra ancora più pressante con lo sviluppo delle nuove tecnologie. Se il dibattito da lui inaugurato rappresenta uno dei momenti in cui la filosofia tedesca post-idealistica e postcritica ha riconosciuto la permanenza di narrazioni fondative, racconti delle origini e miti, gli strumenti affinati grazie a Blumenberg ma anche a Marquard, Frank, Hübner (che meriterebbero nuova fortuna editoriale in Italia), dovrebbero trovarsi nella cassetta degli attrezzi di molti analisti della contemporaneità senza i quali i loro discorsi sarebbero, e sono, labili come scie tracciate dal mare sulla battigia.