Avvenire, 18 aprile 2026
I messicani uccisi perché difendono l’ambiente
Prima sono arrivate le minacce, poi hanno dato fuoco alla casa. Un mese dopo, Sergio Hugo Ureiro Castañeda è stato ucciso nella sua auto in pieno giorno. «Non aspettano più neanche il calar della notte per commettere i loro atroci crimini perché si sentono al sicuro, hanno protezione», denuncia sua sorella. Anche Silvia Hernández Meza, qualche mese prima, è stata assassinata: da anni si batteva contro il disboscamento illegale nel Parco nazionale Lagunas de Zempoala.
Karina Ruiz Ocampo era impegnata invece nella difesa del diritto all’acqua. È scomparsa il 14 aprile dell’anno scorso dopo essere stata rapita nella sua abitazione: il suo corpo è stato ritrovato senza vita il 3 maggio. Sono tre delle dieci persone uccise nel 2025 in Messico per la loro attività in difesa dell’ambiente: attivisti che si opponevano a grandi progetti infrastrutturali, che denunciavano lo sfruttamento delle risorse o difendevano territori, foreste e accesso all’acqua. Vite forzatamente ridotte a nomi che uno in fila all’altro si sommano a quelli degli anni precedenti, fino a raggiungere quota 199 vittime nell’ultimo decennio.
È il bilancio che emerge dall’ultimo rapporto del Centro Mexicano de Derecho Ambiental (Cemda) che segnala un grave aumento delle aggressioni: 135 episodi nel 2025, contro i 94 dell’anno precedente, per un totale di 314 atti di violenza. È l’anno peggiore, con l’eccezione del 2022, degli ultimi dieci anni. Non è l’unico indicatore in crescita: aumenta anche il numero delle donne tra le vittime, +61,8% rispetto al 2024. Le violenze colpiscono soprattutto membri di comunità locali e organizzazioni della società civile, che rappresentano quasi il 75% dei casi, ma anche avvocati e giornalisti. Tra i gruppi più esposti ci sono anche diverse comunità indigene, in particolare nahua, zapoteche e mazateche. Sempre più spesso queste organizzazioni diventano bersaglio non solo di aggressioni fisiche, ma anche di campagne di delegittimazione e violenza digitale, alimentate da narrazioni stigmatizzanti provenienti da diversi livelli istituzionali. Non a caso, tra i principali responsabili indicati dal rapporto c’è lo Stato, coinvolto in oltre la metà degli episodi (56,2%), a vari livelli: forze di polizia statali e municipali, procure, Guardia nazionale e Marina.
Seguono la criminalità organizzata e, poco distanti, le imprese private. Le aggressioni si concentrano in particolare nei settori legati all’acqua, alla biodiversità, alle infrastrutture e all’energia, mentre sul piano geografico è soprattutto Città del Messico, insieme agli Stati di Puebla e Oaxaca, a registrare il numero più alto di episodi.
Preoccupa anche la situazione nello Stato di Jalisco, dove si contano tre dei dieci omicidi e una delle sparizioni documentate. Il Messico ha ratificato nel 2020 l’Accordo di Escazú, il trattato regionale entrato in vigore nel 2021 che riconosce il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla giustizia in materia ambientale e prevede esplicitamente l’obbligo di proteggere chi difende l’ambiente, prevenendo e sanzionando le aggressioni. A cinque anni di distanza, e mentre si avvicina la quarta Conferenza delle Parti (Cop4) dell’Accordo di Escazú, che si terrà tra il 21 e il 24 aprile alle Bahamas, la mancata attuazione degli impegni presi è costata le vite di Sergio, di Silvia, di Karina. E di tutti gli altri.