Il Messaggero, 19 aprile 2026
Intervista a Michele Foresta (Mago Forest)
La prima battuta è di quelle a effetto, un po’ da fenomeno: «Il successo? È roba da sfigati». Eppure Michele Foresta, in arte Mago Forest, sessantacinquenne di Nicosia, in provincia di Enna, sposato senza figli, il successo, fra alti e bassi, lo frequenta da quasi quarant’anni. E non sbaglia (quasi) mai un colpo. Non a caso ha appena finito di girare da coprotagonista il film Il malloppo di Volfango De Biasi, insieme a Diego Abatantuono e Max Angioni (arriverà nelle sale in autunno), su Tv8 dal 30 marzo è alla guida per la settima volta del GialappaShow, e dal 4 gennaio è ovunque con la pubblicità di un marchio di buoni pasto. Ecco, gli sfigati sono altri.
Cosa fa, mette le mani avanti perché non si sa mai?
«Nooo... Dico così solo perché secondo me è sfigato chi crede veramente al successo, se la tira, pensa che possa durare per sempre e garantisca chissà cosa. Io sono uno che lavora tanto, sono sottoposto continuamente al giudizio della gente e ogni puntata in ogni cosa che faccio devo essere almeno all’altezza della volta precedente».
Ed è stimolante o troppo stressante?
«Non so mai cosa farò la volta successiva, ma sono contento così. Sono un uomo molto fortunato. Ho l’ansia da creatività: temo di non avere più niente da dire, ma poi metto l’elmetto in testa, entro, scavo nella Grande miniera delle cazzate che ho in testa, e alla fine trovo sempre qualcosa di buono, o almeno così sembra. Di sicuro mi sento uno che fa sempre gavetta, forse per quello mi dice bene. Mia madre ancora oggi mi dice di trovare finalmente un lavoro serio».
È vero che da ragazzo, quando viveva e studiava ragioneria a Nicosia, era un punk con spille, ciuffo e tutto il resto?
«Sì, certo. Io e i miei amici eravamo molto vivaci, curiosi e vogliosi. Ovviamente nel nostro paesino dell’entroterra siciliano ci sentivamo lontani da tutto. Così quando, grazie ad alcuni professori lungimiranti, aprì Radio Nicosia, cominciammo subito a frequentarla. E lì tutti noi scoprimmo, leggendo il giornale musicale Ciao 2001, il movimento punk. Era il 1977-1978, e ci trasformammo».
Come?
«Spille da balia sulla giacca...».
E sulle guance? Allora si faceva.
«No, quello era troppo. Però qualche catenella, gli scarponi, i capelli rasati dietro le orecchie e un po’ di cresta, sì. Insomma, eravamo punk di paese».
Dopo il diploma e il servizio militare andò a Milano per fare cosa?
«Il mimo. Con la mia valigia in similpelle di cartone andai a stare per un po’ da mio zio, mi misi a fare il barista e mi iscrissi a una scuola di arti sceniche che si chiamava Il palcoscenico, una costola della famosa compagnia Quelli di Grock, creata da Maurizio Nichetti e dai suoi amici. Il mio mito era Django Edwards e la cosa bella è che potevamo fare spettacolo nelle strade, senza impresari né palcoscenici. Mi gasai e dopo un po’ andai a fare lo stesso, corsi e spettacoli nelle piazze, anche a Parigi, alla scuola del grande Jacques Lecoq, e a Londra, alla Pineapple Dance Studios. Lì facevo anche un po’ di acrobatica, ero magro magro... E quando finivo i soldi tornavo a Milano. Quelle esperienze me le porto nel cuore».
Se l’è mai vista brutta?
«In quegli anni on the road, no. Dopo il mio debutto in tv, però, la carriera non decollò e dopo un po’ pensai di cambiare vita. A 25 anni, infatti, feci un provino per Indietro tutta! del grande Renzo Arbore e lui mi scritturò. Non mi sembrava vero. La prima cosa che facevo in tv, la facevo con il più bravo di tutti. Lo adoravo grazie a mio padre, un carpentiere che in radio non perdeva una puntata del suo Alto gradimento. Dopo quell’esordio in tv, non avendo un manager, un addetto stampa, né altro, nessuno mi chiamò per fare altro. Zero. Andai a fare l’animatore nei villaggi vacanze facendo numeri di magia, un’altra delle mie passioni. In uno di questi incrociai anche Beppe Fiorello, il fratello di Rosario».
Dopo quel periodo, grazie a Nino Frassica, iniziò a fare serate con il trio “I fratelli di Fiorello”, tutti con il codino del periodo karaoke: Rosario come reagì?
«Bene, si divertì. Nessun problema».
Chi erano gli altri “Fratelli di Fiorello”?
«Eravamo un trio di veri freak. Uno era cinese, che non parlava una parola di italiano, e l’altro era il signor Clemente, un amico di Nino molto naif. Per quel progetto e per tante serate fatte in giro per l’Italia devo tutto al vulcanico e instancabile Nino Frassica, un vero amico che mi ha fatto lavorare per anni».
Deve altrettanto a qualcun altro?
«Sì, certo. Renzo Arbore, tutto il gruppo di lavoro di Zelig, i Gialappi, con i quali lavoro benissimo ormai da venticinque anni, e Fabio Fazio».
Perché Fazio?
«Pochi anni fa, verso i sessant’anni, la mia carriera sembrava aver imboccato la fase terminale. Avevo fatto tanto, però mi chiamavano sempre di meno. Lui mi ha voluto come ospite fisso nel suo show e tutto è ripartito. Come dice il grande filosofo Gigi Marzullo: “Ma quando è finita è veramente finita?"».
La cosa che le è venuta meglio qual è?
«Non so dirlo. Di sicuro con i Gialappi lavorerei per altri venticinque anni. Idem con Diego Abatantuono. Insieme abbiamo fatto tre film e ogni volta per me è un’esperienza unica, sul set e fuori. I suoi racconti di vita sono irresistibili, bisognerebbe pagare un biglietto per stare a cena con lui. È un amico speciale. E anche con Max Angioni mi sono trovato benissimo. Mai avrei pensato di fare il coprotagonista con due fuoriclasse come loro».
Quando le cose andavano male il suo pensiero più ricorrente qual era?
«Spesso mi veniva in mente il ritornello di un pezzo di Bob Dylan, The man in me, e così iniziavo a canticchiarlo. È lo stesso che nel Grande Lebowski fa da colonna sonora al divertente trip di Jeff Bridges, quello in cui vola. Scena esilarante. Soprattutto se penso che io non mi sono mai drogato».
Neanche da giovane? Quando lo era lei, lo facevano quasi tutti.
«Io non ho mai neanche fumato le sigarette, non so mandar giù. Vino e gin tonic sì, mai le sostanze».
Quanto c’è di Michele Foresta nel Mago Forest?
«Se fossi davvero così sarei da internare, però in realtà devo ammettere che qualcosa c’è. Con la Gialappa’s quando ci scambiamo le battute spesso vengono fuori cose personali. Vabbè, diciamo che Forest non è tanto diverso da me. Infatti, quando mi offrono ruoli drammatici, non accetto mai».
Di solito i comici non aspettano altro, sicuro che sia la cosa giusta da fare?
«Certo. Non mi sento pronto, mi verrebbe troppo da ridere».
La proposta più improbabile?
«Interpretare un vampiro cattivo in un vero horror. Non me la sono sentita. Ma dai...».
C’è mai stato un momento, invece, in cui lavorando ha pensato: “Ma che cosa sto facendo? Insomma, ha mai sfiorato il ridicolo?
«Per fortuna, no. Secondo me uno può sentirsi così se è disperato ed è costretto a fare qualcosa contro la sua volontà. Io scelgo in piena libertà. Mi diverto. Se non fosse così non farei niente. Io invece mi sono concesso anche delle scene di nudo...».
Quando?
«Nel 2022, durante il suo programma su Canale 5 Michelle Impossible, a Michelle Hunziker feci uno scherzo. Con la scusa che volevo consumare meno stoffa per indossare un costume di scena più sostenibile per il pianeta, mi presentai coperto solo davanti, dietro ero libero e bello nel mio splendore». E lei? «Quando mi girai vide il mio fisichetto e scoppiò a ridere. E io pure».
Il professionista di lungo corso, che ha lavorato e lavora con colleghe spesso molto belle, ha mai vacillato per un attimo?
«No, per carità. Mai. Oddio, sono un po’ in imbarazzo... Professionalmente mi innamoro di tutte, di alcune sono anche amico, però non ho mai vacillato. E poi sono felicemente sposato».
"A che tempo che fa” di Fabio Fazio, sul Nove, poche settimane fa Carlo Verdone ha detto che ogni tanto si dà una “spintarella” con le pilloline blu: anche Mago Forest ricorre a qualche magia?
«Ahahah (ride, ndr). Un urologo mi ha spiegato che a una certa età se cala la vista bisogna mettersi gli occhiali. Per ogni cosa c’è un rimedio appropriato».
È simpatico, appassionato e professionale: la sua magagna qual è?
«Non lo so. Mia moglie, che ha un elenco lunghissimo con i miei difetti, dice che sono un accumulatore seriale, non butto mai niente. È vero».
Quando si iscrisse all’Enpals – l’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo oggi assorbito dall’Inps, fu iscritto come “Mimo tersicoreo": quando va in pensione?
«Non lo so. Con lo Spid non riesco a entrare nel sito dell’Inps. Devo risolverla questa cosa. Magari sono pronto, chi lo sa?».