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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Intervista ad Adriano Panatta

Adriano Panatta, uno dei simboli dello sport italiano, è nato a Roma il 9 luglio 1950. Nel 1976 vinse gli Internazionali d’Italia, il Roland Garros e la Coppa Davis. È stato l’unico giocatore capace di battere Björn Borg sulla terra rossa di Parigi per ben due volte, raggiungendo il quarto posto nel ranking mondiale. In carriera ha conquistato 10 titoli ATP in singolare. Dopo il ritiro nel 1983, è rimasto nel tennis come capitano di Davis e ha intrapreso una fortunata carriera nella motonautica, stabilendo un record mondiale di velocità nel 1991. Oggi è opinionista e volto televisivo. Ha tre figli nati dal matrimonio con Rosaria Luconi e, dopo il divorzio, si è sposato con l’avvocato Anna Bonamigo. Vive a Treviso, dove gestisce un centro sportivo.
Adriano Panatta, partiamo dal presente. Lei ha aperto un centro sportivo a Treviso, il cui core-business è ovviamente il tennis. È più complicato scovare un talento o gestire i genitori?
«Tutti i genitori pensano di avere un campione tra le mani, per cui è difficile riportarli alla realtà. Io non vendo illusioni. Uno su 100.000 forse riesce a diventare un giocatore, lì cambiano le cose, e cambia anche il rapporto tra il tecnico e il ragazzo. Gli spieghi quello che deve fare per sfruttare le proprie potenzialità, ma guai addentrarsi in previsioni. Non sono tutti Sinner. Che Jannik sarebbe diventato un campione lo capiva anche uno stambecco cieco».
Circoli e scuole di tennis dovrebbero fargli un monumento.
«Beh, è lo stesso effetto emulazione che ha avuto Alberto Tomba sullo sci. Pensate che nel tennis il numero di praticanti, di iscritti ai corsi, è aumentato del 30%. Logico che non esiste pubblicità più potente di un campione che apre il telegiornale delle 20».
Si sente con Sinner?
«L’ho visto una volta sola, a Torino, durante le Finals, mi sembra un paio d’anni fa. Eravamo nello stesso ristorante. Ci siamo salutati, ed è finita lì».
Il tennis per Sinner è un impegno totalizzante. Lei che rapporto ha avuto con la disciplina? 
«Un rapporto molto serio, ma solo per certi periodi dell’anno. Non riuscivo a dedicarmi al tennis al 100 per cento in un arco di dodici mesi. A miei tempi, per i tennisti italiani, l’obiettivo di una carriera era giocare bene sulla terra battuta. Il tennis aveva una dimensione meno internazionale. Shanghai, per fare un esempio, non esisteva nelle nostre mappe. Adesso vincere Shanghai o vincere Roma ha la stessa importanza per i punti, il prestigio e quant’altro». 
Era la dimensione giusta per lei? O, con il senno di poi, le è stata un po’ stretta?
«Sono felice di aver vissuto quegli anni, sì. Non so se oggi mi ritroverei in questo tennis super professionistico, anche un po’ maniacale, con dietro team di 7-8 persone. Non è che noi giocassimo di meno. Disputavamo in media 26, 27, 28 tornei l’anno. Ma era diverso. Quando andavo al Roland Garros, mi compravo il biglietto aereo per Parigi e dietro non avevo una squadra che mi organizzava la vita. La vita, grazie al cielo, me la sono sempre organizzata per conto mio».
Anche il rapporto con il coach era differente? Oggi sono popolari quasi quanto i tennisti.
«Non esisteva un tecnico che ci seguisse per tutta la stagione. Noi avevamo un grande coach, un maestro di vita, che era Mario Belardinelli. Ha trasformato dei 17enni in professionisti. Ma era un rapporto che nasceva e moriva in Italia, durante i ritiri a Formia, o piuttosto in Coppa Davis. Quando ho vinto all’estero, lui non c’era».
Qual è il consiglio più utile che le ha dato?
«È stato un maestro di vita, un secondo padre. Più che migliorare nei colpi, ci insegnava come si faceva a vincere, a riconoscere il momento decisivo. C’era una grande attenzione per la tattica perché la palla viaggiava più lentamente, e avevamo tempo per pensare. Adesso sì, la tattica esiste, ma ha un’importanza limitata. Se la palla arriva a 200 all’ora, è già un miracolo se riesci a rispedirla dall’altra parte del campo. Il tennis ha subito una rivoluzione, sono cambiate le racchette, è cambiato tutto. Alcaraz è considerato piccolino, ma è alto come me, che ai miei tempi ero uno dei più alti. Ora vedo marziani di 2 metri che tirano a 225 all’ora».
Raccontano che lei si presentasse nei ritiri di Formia con il Manifesto in mano. Con Belardinelli parlavate anche di politica?
«Lui era un uomo di destra, era stato il maestro di Mussolini, potete immaginare, ma è forse una delle persone più oneste che abbia conosciuto in vita mia
. Sì, io ero di sinistra. Sulla politica non andavamo d’accordo, però c’era rispetto. Il Manifesto era una forma di provocazione, però bonaria».
A dicembre saranno 50 anni dal trionfo in Coppa Davis. Voi andaste nel Cile di Pinochet indossando simbolicamente una maglietta rossa. Ai Giochi si viene squalificati per molto meno.
«Ero uno che cercava di capire come stavano le cose, pur facendo una vita diversa da quella dei miei coetanei. Leggevo molto, mi informavo su quello che succedeva nel mondo, non solo nel mio Paese. Chiamatelo impegno, ma fare politica è un’altra cosa».
Qual è stato il momento in cui ha pensato per la prima volta: ci sono anch’io?
«Nel 1968 la federazione italiana mi mandò in Australia, insieme ad altri 4 o 5 compagni, per fare esperienza. A quei tempi l’Australia era la Mecca del tennis. Lì ho capito tante cose, non solo come si giocava sull’erba, che per noi una novità assoluta. Ho compreso l’importanza del servizio e di certe metodologie di allenamento. C’era un coach conosciuto in tutto il mondo, si chiamava Harry Hopman. Allenava Laver, Rosewall, Newcombe, Roche, i super campioni dell’epoca, nello stesso club che ci ospitava. Io li osservavo, cercavo di rubarne i segreti. In Australia ho realizzato che avrei potuto competere con loro. E non era presunzione».
Sinner e Alcaraz trovano stimoli nella rivalità. Qual è l’avversario che l’ha fatta crescere di più?
«Amavo moltissimo giocare contro Borg, perché pensavo di poterlo battere nonostante fosse il numero uno, e infatti qualche volta è successo. Poi magari perdevo con giocatori molto più deboli di Borg. Tra le mie qualità non c’è mai stata la continuità: alternavo periodi di buon tennis ad altri deludenti». 
Con Paolo Bertolucci, suo ex compagno di squadra, siete una coppia di fatto. Persino in un podcast.
«Siamo abituati a prenderci in giro, è diventato un gioco tra noi due. Ci riesce naturale perché siamo completamente diversi.
Per fare il podcast non ci prepariamo prima. Lui chiama, io rispondo e da lì può venire fuori qualsiasi cosa».
Diversi in cosa?
«Lui è sempre stato più pigro di me. Quando scrivevano della famosa indolenza romana, erano tutte fesserie, sono sempre stato super attivo. Mentre Paolo era più flemmatico, forte ma morbido. E non è cambiato. Io, dopo aver smesso di giocare a tennis, mi sono messo a correre in offshore, in macchina, ho fatto i rally, ho fatto qualsiasi cosa. Paolo no».
La motonautica e il tennis sembrano due mondi agli antipodi.
«E però ho corso più di 15 anni a livello professionistico.
Abitavo a Forte dei Marmi, a due passi da Viareggio, che era la patria dell’offshore. C’era la famosa Viareggio-Bastia-Viareggio. Andavo a vedermi le barche da competizione, anche quando non c’erano le competizioni, mentre le costruivano, quando le provavano. Ho sempre avuto una grande passione per il mare e per la velocità».
Come si gestisce la paura negli sport estremi?
«Con lo spirito di sopravvivenza e la concentrazione. Nel tennis se un passante finisce fuori o fai un doppio fallo, non succede niente. Un errore su un bolide può far male».
Che rapporto ha con Roma, ora che vive a Treviso?
«A Roma mi lega un grande amore, un amore infinito, ma ne conosco bene i difetti. Tra virgolette, l’ho anche amministrata: sono stato consigliere comunale e ho fatto l’assessore della Provincia, la provincia più grande d’Europa, molti non lo sanno. A Treviso mi trovo benissimo, c’è una qualità di vita decisamente alta, tutto è più semplice. Da casa mia al club che gestisco ci metto esattamente tre minuti e mezzo».
I suoi figli le hanno mai rinfacciato le assenze?
«I figli spesso ti fanno sentire in colpa anche quando non hai colpe. Io ne ho tre. Due vivono a Forte dei Marmi. Il grande, Niccolò, fa il maestro di tennis. Alessandro, il mezzano, abita a Roma e ha un ragazzino, Leonardo, che per fortuna riesco a vedere con una certa frequenza. Poi c’è Rubina, la più affettuosa, con lei ho un rapporto viscerale. Ha chiamato mio nipote Adriano, come il nonno. Li amo tutti, ma Rubina è quella che si fa sentire ogni giorno, anche per litigare. I maschi sì e no». 
Dopo un matrimonio durato circa 40 anni con Rosaria Luconi, da più di dieci è sposato con Anna Bonamigo. Nella vita ha bisogno di stabilità?
«Mi sono sposato la prima volta che ero molto giovane, avevo 25 anni. Con la mia ex siamo stati tanto tempo insieme, ma dentro un rapporto complicato, perché quando giocavo, non c’ero quasi mai. E quando ho smesso di giocare, sono venuto a Roma a lavorare, mentre lei è rimasta a vivere in Toscana, per cui la gestione della convivenza non è migliorata. Dopo il divorzio ho conosciuto Anna, sono stato io a chiederle di sposarci. Anna mi avrebbe seguito anche a Roma, ma ho scelto Treviso. Abbiamo un bellissimo rapporto. Lei fa l’avvocato, lavora ancora. E siamo felici. Insomma, io sono felice».

Avrebbe mai immaginato un tennista italiano numero uno al mondo, e la nazionale di calcio fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva?
«Ma il calcio è proprio un altro pianeta rispetto al tennis. Nel tennis sei solo: quanti tornei disputi e a quale livello dipende da te, da nessun altro. Non c’è un allenatore che ti mette in campo. Se hai talento, cresci attraverso il confronto con i più bravi. Guardi, impari da loro e vai avanti. Il fatto che ci siano pochissimi italiani nelle squadre di serie A, impedisce questo processo. La legge Bosman ha fatto danni terribili. Il sistema non funziona: i club non possono fare a meno dei diritti televisivi e dei soldi della Champions, per andare in Champions mettono in campo quello che c’è di meglio sul mercato, e se il meglio non è un giocatore italiano pazienza. Così i vivai vengono trascurati. E in tutto questo c’è un risvolto assurdo per noi tennisti».
Quale?
«Nel tennis guadagni solo se giochi e vinci. Nel calcio non è così. Quanti calciatori continuano a ricevere uno stipendio milionario anche se stanno in panchina, al di là degli infortuni? E allora mi viene da dire: beati loro». 
È giusto confrontare i tennisti di diversi periodi storici?
«I campioni sono il prodotto dei loro anni, degli standard che ciascuna disciplina ha raggiunto, dei materiali impiegati. Che senso ha chiedersi se Meazza sia stato più forte di Rivera, e se Rivera fosse meglio di Baggio, Totti e Del Piero?».
Quindi non ha nemmeno senso chiedersi se Sinner sia meglio di Panatta?
«Parlano i fatti: Sinner ha già vinto più di me. Ma, per i motivi che ho appena spiegato, ogni paragone è improprio. E, a essere sinceri, non me ne frega niente».
Ci sarà un momento in cui uno tra Sinner e Alcaraz diventerà stabilmente il migliore?
«Dipende dall’importanza che attribuiranno alla loro felicità. Da quello che vedo, Sinner ha una dedizione assoluta per il tennis, tutto è programmato per ottenere il massimo risultato. Sembra un marziano. Alcaraz ha una concezione della felicità diversa, lui è felice di andare a Ibiza, a divertirsi con gli amici. E questo alla lunga può fare la differenza. C’è una domanda che mi fanno sempre, e lei per fortuna non mi ha fatto. Se mi fossi allenato di più, avrei vinto di più? E io rispondo con un’altra domanda: forse, ma sarei stato più felice? Tenete conto che la forza mentale si esaurisce prima di quella fisica, a differenza dell’opinione comune. Borg, che non staccava mai dal tennis, ha smesso a 26 anni, io ho resistito fino a 33».