il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2026
Intervista a Biagio Izzo
Serio, serissimo. Seriamente comico. Biagio Izzo si sente, ed è, una sintesi di Napoli. Di chi respira la sua aria, la sua storia, la sua tradizione, la sua atavica capacità di resistere, di adattarsi, di ricominciare. Di portare tutto, a prescindere, a mestiere. Il suo primo, vero, palco sono state le cerimonie (“uh, quante ne facevo”), poi la tv con Gianni Boncompagni, il cinema (presunto) popolare e (presunto) alto, fino al reality Pechino Express in coppia con Francesco Paolantoni. Giovedì sono stati eliminati…
Lei e Paolantoni siete tra i pochi comici a non fallire in un reality.
Questa è una bella cosa, sono contento. Noi siamo veramente partiti per divertirci.
Di solito il comico è preoccupato di dover far sempre ridere.
Di questo ne abbiamo parlato, ma a Pechino esce fuori l’uomo, l’umanità, il sentimento. Non l’artista, il guitto.
“Guitto” è bello.
Quello è…
È un guitto, quindi.
Non mi reputo tale, è un termine che si utilizzava anni fa. Sono un attore a 360 gradi; non sono neanche solo “comico”.
Per anni è stato etichettato così.
Per i film di Natale; (pausa) e pensare che arrivo da un duo comico, Bibì e Cocò, popolarissimo a Napoli per tanti anni; in bocca mi piazzavo un dente nero, come i Brutos, e mi divertivo tanto. Ho suscitato una certa curiosità, tanto che a Napoli sono ancora Bibì.
Personaggio e persona.
No, sono veramente Bibì.
La sua gavetta.
I matrimoni, le comunioni.
Quanti?
Non ne ho idea, ma è durata vent’anni, fino a 13 matrimoni in un giorno.
Più di Gigi D’Alessio…
Tredici è stato il massimo: arrivavamo, montavamo velocemente l’attrezzatura e iniziava lo spettacolo. Una meraviglia.
Tornava a casa a pezzi.
Lavoravamo tutta la settimana; (cambia tono) il mio cruccio è la scarsa cultura, non ho una grande proprietà di linguaggio, leggevo poco, mi informavo meno.
I due aspetti stanno insieme?
Uscivo di casa alle undici del mattino e rientravo alle sei del giorno dopo.
Si drogava?
No, mai, grazie a dio. E meno male; però mi sono trovato in situazioni in cui la cocaina stava sul tavolo, della serie ‘prendete e mangiatene a volontà’.
Lei, no.
Avanti solo con le mie forze e ne sono orgoglioso.
E…?
Lavoravo tutta la settimana, con una media di cinque o sei matrimoni al giorno.
Guadagnava più di oggi.
Eh, senza paragone. In quegli anni ho acquistato una proprietà, ho costruito una casa, ho sistemato un po’ la famiglia.
Numerosa?
Siamo nove fratelli.
Quando ha scoperto la sua dote?
Ci sono nato.
Bene.
Papà ricordava un episodio chiave: un giorno si ferma per chiedere informazioni e lo fa con un signore balbuziente. Il signore con qualche difficoltà risponde e poco dopo averlo ringraziato e salutato ho iniziato a imitarlo alla perfezione.
Avrà coinvolto la famiglia.
A cinque o sei anni, nel garage di casa, organizzavo le commedie insieme ai miei fratelli. Tutti. Quindi c’era Colombina, Balanzone, mentre per me tenevo la maschera di Pulcinella (e inizia a cantare, felice). Che bei ricordi.
Secondo Mariano Rigillo, la maschera di Pulcinella si stava perdendo.
Non lo so, però quella maschera ci rappresenta in tutto: è esattamente il popolo napoletano.
Quindi?
Un po’ sguazzone (in napoletano vuol dire “mascalzoncello”, ndr), un po’ furbo, che si adegua, capace di stare con i buoni come con i cattivi, con gli intelligenti quanto con gli ignoranti.
I cattivi li ha conosciuti?
Tanti; (silenzio) abbiamo smesso con Bibì e Cocò per uno schiaffo ricevuto da un cattivo, definiamolo così. Lì fui ferito come uomo, non come artista e dissi basta.
In un matrimonio?
Era la comunione della figlia di questo signore e per me fu un doppio dramma: esattamente quel giorno c’era la comunione di mia figlia Alessia; (silenzio) mi sono presentato solo all’inizio della messa, poi le mandai un bacio e scappai a lavorare, con la promessa che avremmo festeggiato il martedì.
Perché proprio il martedì?
Di martedì non si lavorava; di martedì e venerdì non ci si sposa né si parte, lo vuole la tradizione; (torna a quel giorno) mi sono maledetto.
Ecco…
A quella cerimonia avevo accettato di andare gratis; sono arrivato e ho ricevuto un ceffone, con l’accusa di essermi presentato tardi, mentre ero il primo.
Perché gratis?
In alcune situazioni, particolari, accettavamo di esibirci senza compenso; quel giorno, in quella comunione, il padrone di casa aveva programmato una giornata di festeggiamenti, con cantanti e attori, dalle undici del mattino fino a sera. Solo che per tutto il giorno non si era presentato alcun artista. Alle nove di sera, quando mi hanno visto, si sono scaraventati su di me e m’hanno buttato addosso le loro frustrazioni.
Dolore.
Quello schiaffo mi ha ferito. Ho pensato a mia figlia, alla mia vita. E ho lasciato.
Destabilizzato.
Eh, un bel po’.
Qui c’è il “però”.
È cambiata la mia vita.
Come?
Ho aperto un locale a Napoli, dove hanno debuttato tanti comici della nuova generazione; ricordo ancora il provino a un giovanissimo Alessandro Siani o a Paolo Caiazzo; tempo dopo alcuni uomini della Rai entrano nel locale, assistono allo show e decidono di convocare il gruppo a Roma. Da Gianni Boncompagni. E decido di accompagnarli.
Qui la svolta…
Il mio socio e amico decide di segnare il mio nome sulla lista degli artisti da provinare. E accetto.
Ecco Boncompagni.
(Il tono è divertito, molto) Il suo cinismo mi ha colpito subito; mi siedo di fronte a lui, mi guarda e dice, secco: ‘Lei è un pedofilo?’. Mi fermo. E d’istinto, ingenuo, rispondo: ‘Per l’amor di dio, mi piacciono molto i bambini’. Ha iniziato a ridere, ma come un matto, piangeva.
Intimorito da Boncompagni?
No, ero sereno, e quando ti senti così, non ti può ammazzare nessuno.
Da scuola di vita.
Davanti a lui era più la curiosità di conoscere un personaggio famoso. Mi ha preso a Macao.
Da famoso a livello nazionale, com’è cambiata Napoli con lei?
Ho sentito l’affetto, perché ero e sono uno di famiglia: quando si partecipa ai matrimoni, alle comunioni diventi tale; sono andato al battesimo, alla comunione e al matrimonio della stessa persona. La sposa aveva le foto con sé. Quindi il mio successo è stata una rivalsa anche per loro, è lo stesso processo di quando Maradona ci ha permesso di vincere il primo scudetto.
Maradona rappresenta il risveglio della città?
Ci ha regalato considerazione, attenzione, rispetto; in piccolissimo è successo a me, per questo do tutto me stesso; (pausa) questo mestiere o lo ami o è meglio lasciare.
O il “mestiere te se magna”, alla Gigi Proietti.
Che grande. Un maestro. Ho avuto il privilegio di lavorare con lui e restavamo fino alle sei del mattino a ridere, a tavola, e ringrazio dio di averlo conosciuto, tanto che me lo abbracciavo, lo toccavo e lui, ridendo: ‘Ma te ne voi anna’!?!’.
I tempi comici si possono imparare?
Comico si nasce, poi ti perfezioni, magari un po’ rubi, un po’ guardi, un po’ capisci. Per fortuna ho lavorato con fenomeni come Christian De Sica o Massimo Boldi, oltre a Gigi. Questi me li sono succhiati oltre a Giacomo Rizzo, attore bravissimo, mio maestro di teatro.
Cosa ha succhiato a Proietti?
L’ironia, la naturalezza, il suo risultare rasserenante.
A De Sica?
È stupendo, per me prende per il culo il mondo; sul set, a volte, si fermava e diceva: ‘Questa scena la giro come se fossi papà!’.
Boldi.
Mio fratello maggiore, gli voglio bene: è come un bimbo mai cresciuto.
Coscientemente.
È proprio così.
Il suo primo vero film è con Vincenzo Salemme alla regia.
La sua ironia è pazzesca. Con lui non ho mai girato una scena come scritta sul copione: arrivava sul set e improvvisavamo. Tutto questo ti dà una marcia in più.
Alla Totò…
Vincenzo si raccomandava: ‘Non imparate il copione a memoria’.
Prima ha spiegato: non ero culturalmente preparato.
Magari mi trovavo in certi contesti dove si parlava della storia della televisione o del teatro, mentre io conoscevo la storia dei matrimoni o delle comunioni.
Ha recuperato con il tempo?
Mi sono arricchito grazie ai maestri. Ho imparato da loro e ancora è così.
Oggi recita pure in film drammatici.
Un giorno Lino Banfi mi ferma: ‘Hai una voce bella e una faccia meravigliosa, ma stai attento, perché io ero quello di ‘porca puttena’, mentre oggi sono nonno Libero. Insomma, almeno provaci…’. E ho iniziato.
Sergio Rubini è entusiasta di lei nei panni di Vincenzo Scarpetta nel suo I fratelli De Filippo.
Quel film parla della nostra storia teatrale e farne parte è stata un’emozione totale. Mi sono sentito Vincenzo Scarpetta, perché sono figlio di quella tradizione.
È in Parthenope di Sorrentino…
Onoratissimo, un punto di arrivo, mi dispiace solo una cosa: ho girato otto scene, ne è rimasta una. Ma ci sta, l’importante è che sono stato considerato. E poi tutto serve.
Anche Pechino Express.
Tostissimo, ma esperienza unica: quando mi ricapita di dormire in una casa indonesiana, stare con quei bambini, nella sporcizia più assoluta, con un bagno che non era un bagno, ma tra i sorrisi?
L’angoscia di Pechino Express sono le esperienze culinarie.
Sono stato fortunato, ho assaggiato solo dei varani, cucinati piccantissimi, mi stavano per cadere i denti.
In trasmissione ha dichiarato: “Vorrei un pisellone enorme”.
Mia figlia mi ha scritto: ‘Come ti viene in mente? Sei pazzo?’. ‘Ma no, è uno scherzo, per ridere…’. ‘Mi vergogno!’.
Si scoccia mai per un selfie?
(Stupito) Nooo! Ho condizionato la mia vita, la mia famiglia, i giorni di festa, i miei sogni per ottenere un po’ di popolarità, come potrei rifiutare? Sarei un cretino; spesso ho anche rinunciato alla partita del Napoli.
Ha “forza Napoli” sul telefonino.
Se durante una partita sono impegnato in teatro, il direttore di scena mi deve fare il segno se vinciamo o meno.
In tv è pure nella trasmissione di Stefano De Martino.
Altro fuoriclasse, è il suo momento. Sono orgoglioso di lui.
Fate squadra.
Quando ha iniziato con Made in Sud era un pischelletto al quale davamo dei consigli: li ha accettati e seguiti. Questo è un segno di grandezza…
Nelle sue gag è spesso un omosessuale…
E spesso, nel privato, mi hanno creduto gay, una volta pure con mia moglie.
Com’è possibile?
Camminavamo insieme: io davanti, lei dietro con un’amica. Passano due omosessuali, li supero, e mia moglie sente lo scambio di impressioni: ‘È proprio femmina’.
Lo fa bene.
Grazie, però mi aiuta la lordosi: cammino con il culo all’insù.
Qual è il rumore di Napoli?
Il traffico, il caso, il clacson. E mi piace tantissimo.
Lei chi è?
Una persona normale, aperta, sincero con me stesso.
Con un pisello normale.
No, normale no.