Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 19 Domenica calendario

La stretta di Meta contro la Sinistra Usa

Secondo un’inchiesta di The Intercept appena pubblicata, la società che controlla Facebook e Instagram ha modificato senza clamore, questa primavera, i suoi Community Standard, il documento interno che regola ciò che miliardi di utenti possono dire sulle sue piattaforme. La revisione riguarda il capitolo Violence and Incitement (“Violenza e incitamento”). Nella sezione “Altra violenza” Meta ha inserito nuove limitazioni per i contenuti che contengono la parola “antifa”, diffusa abbreviazione di antifascista. I documenti interni visionati dal giornale mostrano che Meta tratta ora qualsiasi post con la parola “antifa” come potenziale violazione se accompagnato da un content-level threat signal, cioè un “segnale di minaccia a livello di contenuto” che l’azienda interpreta come possibile implicazione di violenza. Meta ha giustificato la mossa nel suo rapporto di trasparenza di marzo, annunciando la rimozione di contenuti QAnon e Antifa quando combinati con content-level threat signals: immagini o descrizioni di armi, menzioni di incendi dolosi, furti o vandalismo, linguaggio militare o riferimenti a episodi storici o recenti di violenza.
In pratica, un post che parla di antifascismo e cita la Seconda guerra mondiale, ad esempio paragonando l’antifascismo storico al movimento contemporaneo, potrebbe venire segnalato. Le sanzioni vanno dalla riduzione della visibilità del commento fino al ban completo dell’account. Interpellata da Intercept, la portavoce di Meta, Erica Sackin, non ha risposto alla domanda se l’azienda abbia discusso la nuova regola con l’amministrazione Trump.
Questa stretta arriva però in contemporanea all’intensificarsi, da parte della Casa Bianca, della repressione contro i movimenti di sinistra che si oppongono alla sua linea politica repressiva su immigrazione e dissenso politico. Nel settembre 2025 Trump ha firmato un executive order che designa antifa (contrazione di antifascism, un movimento decentralizzato e senza leader) come organizzazione terroristica domestica. Un successivo memorandum (NSPM-7) indica genericamente l’“ideologia antifa” come causa di “terrorismo domestico e violenza politica organizzata”.
Meta si è sempre attenuta alle definizioni federali sul terrorismo. Già nel 2020 aveva incluso antifa nella policy Movements and Organizations Tied to Violence insieme a QAnon. Ma, come ricorda The Intercept, analisi indipendenti mostrano che la violenza di sinistra negli Stati Uniti è rara e limitata rispetto a quella di gruppi di estrema destra e milizie; gli aderenti ad antifa hanno partecipato a proteste conclusesi con danni materiali, ma il fenomeno non è paragonabile per scala e frequenza.
La modifica su “antifa”, scrive The Intercept, si inserisce in un più ampio pivot politico di Meta e del suo Ceo Mark Zuckerberg verso Trump e la sua base. Dopo la vittoria elettorale di Trump nel 2024, l’azienda ha rapidamente allentato le regole su alcuni contenuti sensibili e ha annunciato cambiamenti presentati come difesa della “libera espressione”, tra cui l’eliminazione del fact-checking tradizionale a favore di un sistema di “community notes” simile a quello di X. Ora, con la nuova regola su antifa, Meta sembra fare il percorso inverso: non allenta, ma stringe specificamente sui linguaggi e i simboli della sinistra antagonista.
Non è la prima volta che Meta interviene contro voci di sinistra o critiche al potere. Durante le proteste per George Floyd nel 2020, mentre Zuckerberg pubblicava post di sostegno a Black Lives Matter e donava milioni a organizzazioni per la giustizia razziale, la piattaforma è stata accusata di aver soppresso o ridotto la visibilità di contenuti degli attivisti. Algoritmi e moderatori umani hanno spesso penalizzato post che contenevano parole come protest o immagini di manifestazioni, mentre contenuti di contro-narrazione o di law-and-order circolavano più liberamente.
Documenti interni emersi in seguito hanno mostrato come Facebook abbia rivisto i suoi algoritmi di hate speech per essere più aggressivo contro certi insulti, ma anche come la moderazione automatica abbia generato errori sistematici contro voci nere e progressiste.
Un caso ancora più eclatante è la censura di contenuti pro-Palestina. Dal 7 ottobre 2023, Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno documentato numerosi casi di rimozioni, shadow ban e sospensioni di account che esprimevano sostegno ai diritti palestinesi o criticavano le politiche israeliane. Molti post pacifici, foto di manifestanti, hashtag di solidarietà, denunce di violazioni dei diritti umani, sono stati cancellati. Meta affida la sua attività di moderazione dei contenuti in larga parte a contractor sottopagati, o a sistemi algoritmici spesso soggetti ad errori. Un mix che produce censure erratiche, soprattutto quando un’ideologia politica viene assimilata alla violenza o al terrorismo. Un post innocuo su storia dell’antifascismo o su una manifestazione pacifica può finire penalizzato per la presenza della parola “antifa” accanto a termini generici come “resistenza” o “lotta”.
La censura del termine “antifa” rafforza il sospetto che Meta stia allineando le proprie policy non tanto a principi universali di sicurezza, quanto alle priorità del governo Usa del momento. Che sono proprio l’allentamento del vaglio di legalità di messaggi politici di destra e la stretta sui simboli della sinistra antagonista. Una linea moltiplicata per milioni di account nel mondo.