il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2026
Ecco il Dfp: bilancio al limite e vincoli Ue bloccano Meloni
È la settimana dei conti pubblici, per la precisione quella del Documento di finanza pubblica (Dfp) che ha sostituito il vecchio Def: il governo lo approverà dopo che, mercoledì, Eurostat avrà (con ogni probabilità) confermato quello che ha già detto Istat ovvero che il deficit italiano del 2025 s’è fermato al 3,1% del Pil, anzi in realtà al 3,07%, comunque troppo in alto – nel kamasutra fiscale europeo – per sperare di uscire con un anno di anticipo dalla procedura d’infrazione. E tanti saluti, nel caso, all’attivazione della clausola che permetterebbe di aumentare le spese in difesa escludendole dai vincoli Ue. Ora, a complicare la vita al duo Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, non fosse bastata la mazzata del referendum, è arrivata pure la guerra all’Iran e i suoi effetti sui prezzi energetici e l’economia tutta: stavolta fingersi morti, che è stata la politica economica del governo finora, non basterà. D’altra parte l’anno prossimo si vota…
Andiamo con ordine. Il Dfp indicherà, come chiesto dalla maggioranza, solo il quadro tendenziale della finanza pubblica: il governo, insomma, non dovrà dire cosa intende fare con la prossima manovra. Buon per lui, perché al momento non ne ha idea. Le nuove stime su crescita, deficit, debito e quant’altro delimiteranno però il campo da gioco dell’ultima legge di Bilancio della legislatura e le notizie, ovviamente, non sono buone per Meloni e soci: rispetto all’ultima revisione (autunno), che già disegnava conti pubblici al limite, tutti gli indicatori saranno rivisti al ribasso, riducendo ulteriormente le capacità di movimento del governo. È anche per questo che la premier, Giorgetti e gli altri chiedono la sospensione del Patto di Stabilità. Invano finora: “Solo in caso di grave recessione”, è la risposta.
Il problema più grave per il governo e il Paese è, come sempre negli ultimi tre decenni, la mancata crescita: il rimbalzo post Covid è finito da tempo, l’Italia è tornata agli zero virgola e anche la dinamica dell’occupazione, che per vari motivi aveva continuato a salire, ora s’è appiattita. Senza neanche contare gli effetti della guerra, le vecchie stime del governo risultano già invecchiate: il +1,5% previsto in totale nel biennio 2025-2026, secondo Bankitalia sarà al massimo +1%. E questo nello scenario migliore. In sostanza il governo farà fatica anche a rispettare gli impegni presi con Bruxelles su aumento della spesa netta, avanzo primario (+1,1 e +1,4% nel biennio) e deficit (2,8% quest’anno, 2,6% il prossimo) e ora si ritrova un debito in salita sul Pil e più costoso grazie all’amico Donald, cosa che sconsiglia il ricorso al mercato (cioè aumentare il disavanzo) senza un accordo in sede europea.
E poi c’è la guerra in Iran, che colpisce l’Italia – e lo farà per mesi anche se dovesse finire oggi – dove le fa più male: siamo il Paese europeo più esposto a choc sul prezzo del gas, a non dire che, giusto il vangelo bruxellese, basiamo il nostro modello economico sulle esportazioni (solo quelle nel Golfo, per dire, valgono oltre 25 miliardi), che certo subiranno il contraccolpo del conflitto. Il probabile aumento dell’inflazione, poi, farà male ai consumi, che dovevano trainare il Pil nel 2026 insieme agli investimenti: potrebbero beneficiarne i conti pubblici (il deficit e il resto si calcolano sul Prodotto nominale, cioè al lordo dei prezzi), ma solo ammesso di non fare nulla per attenuarne gli effetti su famiglie e imprese, cosa che – eufemizzando – potrebbe non essere gradita all’elettorato.
La situazione è chiara al Tesoro – “temo ci sarà una recessione”, ha detto giorni fa Giorgetti – e anche a Palazzo Chigi, dove pure adottano una retorica più rassicurante. Come sarà allora il Documento di finanza pubblica in via di scrittura e approvazione? In sostanza il governo cerca di parare il colpo, limitando le correzioni a qualche decimale qui e lì (sulla crescita, per dire, è in corso la “trattativa” con l’Ufficio parlamentare di bilancio) per poi vedere che succede nei prossimi mesi. In estate, quando si inizierà a scrivere la manovra (e finirà il Pnrr), il quadro sarà più chiaro, ma la strada passa sempre da un’intesa con Bruxelles, patria degli zero virgola: l’Italia, che s’è impegnata a deficit assai inferiori di Francia e Germania, chiederà almeno una “deviazione” della traiettoria della spesa netta per via della guerra. È il nome nuovo della vecchia “flessibilità” dei tempi di Matteo Renzi: non un buon ricorso storico per Meloni in vista della manovra pre-elettorale.