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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Ute Lemper parla della sua carriera

Se Ute Lemper dovesse scegliere quale dei sette peccati capitali – lei che li ha cantati a più riprese con voce limpida e sferzante nel famoso balletto di Kurt Weill e Bertolt Brecht che attraverso questi si prendono gioco dei miraggi della borghesia novecentesca – è emblematico dei nostri tempi, ne sceglierebbe uno tutto nuovo. O meglio uno che è la sintesi potenziata di più vizi. «Si potrebbe dire l’avarizia, l’avidità. Ma non è esatto. Per me il peccato capitale oggi è l’identificazione tra successo e denaro. L’adorazione della ricchezza. C’è una lussuria, un’arroganza dei soldi mai vista. E il modo in cui il denaro si muove, opaco e ambiguo. Come influenza e corrompe. Come divide e comanda. E fa paura». La cantante tedesca vive in un appartamento dove la luce filtra discreta e i suoni della metropoli giungono attutiti, nell’Upper West Side di Manhattan, New York. È la città dove “il denaro non dorme mai”, come recita il titolo di un film di qualche anno fa. Ma il quartiere è quello della borghesia liberale, a occidente di Central Park, fondale di molte pellicole di Woody Allen, con i suoi alti edifici in arenaria costruiti prima della Seconda Guerra Mondiale. Qui il trumpismo arriva ammortizzato, l’umorismo allevia l’ansia e i vicini di casa, assicura Ute, formano ancora il melting pot del vecchio sogno americano, per ora al riparo dai raid dell’ICE. Per Lemper è casa, forse più che Berlino o Parigi, le sue due città di riferimento in Europa: Berlino della bohème giovanile e delle ferite; Parigi della ribalta, dove ha conquistato il successo da ragazza – con Cabaret, spettacolo ambientato nella Berlino di Weimar – e gustato la leggerezza di vivere. Torna con piacere a cantare nel vecchio continente. A Roma, il 20 aprile, con Paris Paris nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica: uno spettacolo che scava il mito della chanson francese, da Les feuilles mortes di Joseph Kosma e Jacques Prevert, una delle sue preferite, a Les moulins de mon coeur di Michel Le Grand, che interpreta per la prima volta. Il tour italiano tocca anche Chiasso, Padova e Venezia, in ogni tappa uno show differente.
Le guerre – in Ucraina, nel Golfo Persico – sembrano allontanare le due sponde dell’Atlantico. Ha mai pensato a tornare a vivere in Europa?
«Sì ho pensato di comprare una casa a Parigi o a Berlino. La prima è vicina alla mia anima esistenzialista; la seconda è una città con cui ho un rapporto forte, contrastato, ma arrivata a 62 anni mi sento di nuovo, fortemente, un’artista tedesca. D’altra parte amo New York, qui sono cresciuti i miei quattro figli, è l’unica città dove potrei vivere in America. Nessuno che conosco a New York è favorevole alla guerra in Iran o ai bombardamenti israeliani in Libano. Certo, anche le fatiche dei voli si fanno sentire, le mie ernie del disco, dovute ai colpi di frusta nel musical Chicago, mi tormentano in aereo. In compenso, ho un fianco tutto nuovo, grazie a un’operazione. Sarò più agile sul palcoscenico».
"Paris Paris” è uno show composto soprattutto di canzoni d’amore. Una pausa per lei, eroina impegnata di Brecht e Weill?
«E chi dice che le canzoni d’amore non possano essere politiche? Basti pensare all’uso liberatorio che hanno fatto delle chansons parigine i registi della nouvelle vague. Quando ero a Parigi alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, alla radio, la canzone francese era protetta come un tesoro nazionale. Ora purtroppo non è più così. Con questo show voglio rendere omaggio a cantanti come Edith Piaf, autori quali Jacques Prevert, a un personaggio come Barbara, di cui amavo, oltre la voce, anche la presenza, per le sue lunghe dita affusolate, il profilo che la faceva assomigliare ad Anouk Aimée e il ciuffo ribelle che le cadeva di lato dalla fronte».
Sia Edith Piaf che Barbara (all’anagrafe Monique Serf, ndr) hanno avuto una vita sentimentale – e sessuale – tormentata. La sua in apparenza appare più solida, con due matrimoni e quattro figli.
«Se avessi avuto gli amori di molti cantanti francesi non so se potrei godere della mia buona forma fisica (ride). Del resto ho avuto i miei problemi sentimentali, anche nel matrimonio. Le mie avventure sessuali in gioventù. E c’è stato un uomo, che è stato il mio manager musicale e il mio amante e che non mi ha trattato molto bene, come racconto nella mia biografia Viaggiatrice del tempo».

È stato il suo Surabaya Johnny, il seduttore spietato della canzone di Brecht e Weill?
«Non so se dargli questo credito. Il Johnny della canzone è un avventuriero malvagio ma affascinante. Il manager era un uomo d’affari collerico, dispotico. Ero giovane, innamorata e dipendente. Ma voglio dargli un merito. Mi ha insegnato a essere il boss di me stessa».
A Parigi ci fu la conversazione telefonica con Marlene Dietrich, sulla quale impostò uno spettacolo, “A rendezvous with Marlene”. La diva le suggerì di tenere riservata la vita privata. Un consiglio che ha seguito fino a un certo punto.
«L’ho seguito per 35 anni! Poi ho scritto la mia autobiografia. E adesso non ho timori a parlare senza filtri. La biografia di Marlene la scrisse la figlia Maria Riva, lei lesse le bozze e inorridì. La pregò di non pubblicarla finché era in vita. Subito dopo la sua morte andò in stampa».
Come la Dietrich lei ha un rapporto complicato con la Germania, la sua madrepatria. Dalle continue difficoltà per lo spettacolo “l’Angelo Azzurro”, in cui riprendeva la parte di Lola che rese celebre Marlene, al concerto “The Wall”, pochi mesi dopo la caduta del muro a Berlino, nella Potsdamer Platz. Come mai?
«A Marlene ancora negli anni ’60 la incolpavano di essere una traditrice. La cantante lirica Cecilia Bartoli mi disse di non aver mai ricevuto critiche tanto dure quanto in Italia. A me è successo lo stesso in Germania. L’Angelo Azzurro è stato uno spettacolo molto sfortunato e subii un attacco morale. Nel concerto The Wall organizzato da Roger Waters dei Pynk Floyd ero l’unica artista tedesca presente e forse ho pagato la sovraesposizione. Ci fu un blackout misterioso mentre cantavo e una fune mi colpì al torace quando ero su una piattaforma altissima, rischiando di farmi cadere. Non ho le prove per dire che fu un attentato, ma il sospetto mi è rimasto».
Un anno dopo, nel ’91, è sul palco di Sanremo con Enzo Jannacci, il più brechtiano dei cantautori italiani. Che ricordo ne ha?
«Un uomo delicato. Un intellettuale. Rimpiango di non averlo conosciuto meglio».
Lei è cresciuta negli anni del vinile, oggi la fortuna dei cantanti la fanno Youtube e TikTok. Che ne pensa dei social media nel mondo della musica?
«Bisogna distinguere: Youtube è una magnifica libreria musicale, TikTok è fatto di siparietti sciocchi. Alcuni social come Instagram per i giovani sono pericolosi. Hanno fatto bene a vietarli per gli adolescenti in alcuni paesi. Rimpiango gli anni del vinile, l’esperienza che un ragazzo poteva fare in un negozio di dischi, il contatto fisico con le copertine, le discussioni con gli amici. È vero che i vinili tornano di moda, ma l’impressione è che prevalga una musica algida e statistica prodotta dall’Intelligenza Artificiale. È questa che mi fa più paura, ormai è in grado di replicare una voce, uno stile musicale, solo che le note non vengono dalla vita, non si sentono gli echi delle gioie e dei dolori. È una musica perfetta, ma vuota».
A proposito, qual è oggi il rapporto con la sua voce, la adatta, la educa in modo diverso?
«Di sicuro la proteggo di più. La mia voce è cambiata naturalmente, oggi prediligo i toni bassi e profondi. Cerco sfumature più di intime. Ci gioco. Amo la voce dei miei sessant’anni».