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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Ottavia Piccolo parla dei registi della sua carriera

I primi ricordi risalgono ai 13 anni: sul set del Gattopardo che non era neppure un debutto: quello risaliva a due anni prima, quando era stata Helen in Anna dei miracoli regia di Luigi Squarzina con Anna Proclemer. Precocissima, Ottavia Piccolo: dopo Palme d’Oro, Nastri d’Argento e David di Donatello assortiti, il Bolzano Film Festival Bozen le ha attribuito il Premio alla Carriera: «Entrai senza merito nella storia del cinema», sminuisce lei. «Ebbi solo molta fortuna. Erano altri tempi ed erano pochi i bimbi attori. A 16/17 anni pensai di iscrivermi all’Accademia: circondata da giovani attori che l’avevano fatta, mi pareva una grave manchevolezza. Io invidiavo loro, e loro invidiavano me. “Ma sei matta, hai una carriera avviata, che senso ha fermarla?"».
Cosa ricorda del Gattopardo?
«Era un piccolo ruolo, senza neppure una battuta. Venni catapultata in una specie di Circo Barnum: 500 persone che si muovevano agli ordini di un comandante assoluto, il “Signor Conte”, come lo chiamavano tutti. Mi avevano detto che era cattivissimo e urlava agli attori. E in effetti le sue sfuriate erano epocali. Ma d’altronde come non esserlo su un set tanto imponente? È il gioco delle parti. Ne avrei trovati tanti altri così... Spiace solo che spesso registi stressati se la prendano col più debole, solo perché altri – gli attori principali – hanno più potere. Ma io non mi faccio fregare, né oggi né allora. Ma so di attori che, nel gioco delle parti, si sono persi per sempre. Con Ronconi, per esempio».
Con lei Visconti se la prese mai?
«Una volta che non lo avevo sentito. “Ma sei cretina!? Spostati di lì”, mi assalì. Ricordo due cose: non mi preoccupai dell’urlaccio (c’era gente che scoppiava in lacrime), ma divenni più attenta. Mi volle ancora nel Giardino dei Ciliegi Non so quante volte ho raccontato di come mi mostrò come portare un enorme cappello con veletta: lo vedo ancora chiarissimamente, con quella faccia da condottiero medievale, per nulla ridicolo mentre lo indossa e spiega».
Un altro incontro fondamentale, sempre giovanissima, fu Giorgio Strehler.
«Con lui fu grande amore. Certo anche lui urlava, la buttava sul personale: “Mi volete morto!”. Ma capivi subito che era una sceneggiata. Aveva un modo tutto suo di farti avvicinare a testi e personaggi, ti restavano come appiccicati addosso. Era un grande accompagnatore nella professione».
E Luca Ronconi?
«Fui Angelica nel suo Orlando Furioso, spettacolo rivoluzionario dal cast incredibile. Il rapporto non fu sempre facile. Era bravissimo a metterti in crisi. Mi dicono però che negli ultimi anni si fosse ammorbidito, divenuto quasi paterno».
Il più ostico?
«Certamente Orazio Costa. Non ci siamo proprio presi. Io lo contestai platealmente. Pensandoci ora, a 18 anni non puoi ribattere al Maestro. Era un tempo magico del teatro, quello, popolato di grandi nomi. Poi purtroppo ne ho anche vista la trasformazione...».
Chi altri fu importante ?
«Mauro Bolognini con cui interpretai Metello (Palma d’Oro a Cannes) e Bubù. Un intellettuale finissimo e un grande regista che andrebbe rivalutato. È stato per me un altro nume tutelare. Ma anche, malgrado la differenza d’età, un grande amico. Era il primo che andavo a trovare quando arrivavo a Roma».
Formò allora con Massimo Ranieri una famosa coppia cinematografica.
«Ricordo la sua sensibilità e la presenza scenica, l’energia che trasmetteva. Con lui quei film e due tournée (tra cui Barnum la mia unica commedia musicale). E il pettegolezzo di un flirt che mai ci fu e che ho scoperto solo molto dopo: era riportato su Wikipedia, a partire da un vecchio articolo con servizio fotografico dove – al solito – era stata isolata l’immagine di noi a cena (e gli altri tagliati via). “Scoperti al ristorante...”. Non ne sapevo niente. Che ridere».
Altro grande con cui ha recitato, fu Alain Delon: allora giovane, bellissimo e irresistibile. Mai nessuna tentazione?
«Grande professionista e persona gentile. E comunque: ai tempi del Gattopardo ero bambina, ignara. Ci ritrovammo per L’evaso ed ero molto fidanzata: neppure quella volta lo guardai. E poi ancora per Zorro: sposata e incinta. Però, poiché mio figlio ha gli occhi azzurri, quando nacque ci tenni a sottolineare che anche mio marito li aveva così».

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal sodalizio con Stefano Massini.
«Lo sento come il mio figlio di teatro. Diciamo che, se all’inizio della professione la mia carriera è stata molto dettata dal caso, con lui è sempre stato per scelta. Sono circa 20 anni, e ogni tanto penso che smetterò, ma poi arriva con un nuovo testo troppo bello e non mi riesce di dirgli di no. Anche adesso, pare che stia scrivendone un altro e mi ha già detto di avere pensato a me. Intanto sono in tournée con Matteotti e riprendo Donna non rieducabile su Anna Politkovskaja a vent’anni dal suo assassinio: un testo così tragicamente attuale ancora oggi che tanto spesso vediamo la libertà di parola negata e i giornalisti messi a tacere anche con la morte».
Lei è sempre stata sensibile a certi temi, in prima fila per impegno democratico.
«Il teatro è luogo di discussione e condivisione, e quindi di democrazia. Era così nell’antichità quando nacque, è così oggi. Sono sempre stata di sinistra: ricordo mio padre che mi chiedeva se non potevo essere almeno socialdemocratica. Nel lavoro porto le mie scelte personali: non partitiche, ma politiche, nel senso che al centro deve stare la polis, la comunità, e per lei si deve operare. In Italia la difesa della libertà di parola va sempre peggio. È una battaglia che va portata avanti di pari passo con quella per le libertà individuali: non si può demandare. Da oltre 50 anni continuo a scendere in piazza il 25 aprile. Da cittadina so che bisogna stare sempre in allerta e principi che sembravano acquisiti vanno difesi senza sosta. È un niente perderli. È inutile che ricordi quanto lo si veda accadere continuamente?»