La Stampa, 19 aprile 2026
Niccolò Ammaniti: "I miei libri tornano sempre all’adolescenza"
Lo scrittore Niccolò Ammaniti, 60 anni a settembre, scatta fotografie tra la piscina e il mare dell’hotel Cala di Volpe in Sardegna. Ieri ha vinto il Premio Costa Smeralda per la narrativa e in Lacoste bordeaux, scarpe da ginnastica e occhiali da sole si racconta a partire dal suo ultimo romanzo Il custode (Einaudi), favola nera con protagonista l’adolescente siciliano Nilo e la sua famiglia che nasconde un mostro in bagno.
Che storia voleva raccontare?
«Non scrivo per il bisogno di raccontare qualcosa di particolare, anche se a posteriori capisco di averlo fatto. In questo caso è la storia di un ragazzino che nasce tra regole antiche. Quanti di noi sono cresciuti immersi in situazioni intoccabili, quando poi basta lo sguardo di una donna per rompere l’impalcatura imperfetta e sprigionare il desiderio di essere sé stessi».
Come l’è venuta l’idea del mostro?
«Volevo raccontare cosa significa crescere con un mostro di cui si è schiavi, come il custode di un museo. Mi piaceva l’idea di porre il mostro come condizione iniziale, per questo credo sia stato accettato dai lettori. Non è il pagliaccio di It nascosto dietro la porta, ma fa parte della famiglia».
Il mito, la favola, l’horror la aiutano a raccontare la realtà?
«Sono sempre stato appassionato di mitologia e di mostri animali, dalle arpie ai cani a tre teste. Mi chiedevo dove si trovassero oggi e se uno avesse una medusa in casa cosa succederebbe. Ci ho giocato sopra ed è diventato un libro cresciuto come la pasta sfoglia. Credo che la favola sia ancora un veicolo di contenuti se riesce ad aderire alle emergenze della società».
Quali emergenze avverte?
«In questo libro c’è un personaggio, Arianna, che si fa aiutare su Onlyfans dalla figlia Saskia. Condizione vissuta con normalità in parallelo a quella del protagonista Nilo e della medusa. Mi colpisce che ci sia chi vive di foto e video aspettando reazioni, e quanto tempo questa attività porti via al resto, per esempio alla lettura».
I suoi libri vendono sempre, come se lo spiega?
«Penso di aver creato un legame con i lettori, che hanno fiducia in me. Poi c’è continuamente un confronto con i libri prima o dopo, ma ho un pubblico affezionato anche perché in molti hanno cominciato a leggermi da bambini. Quando incontro un genitore che mi confida che i figli hanno iniziato a leggere con Io non ho paura mi rende felice. Ora ho quasi 60 anni, c’è una generazione cresciuta con me e io, con i miei tempi, scrivo per loro».
Qual è il suo tentativo nei loro confronti?
«Prima di tutto intrattenerli, poi se ci trovano qualcosa di più mi fa piacere. La mia idea è sempre stata di trattarli come dei bambini che la sera prima di andare a dormire possano essere portati da un’altra parte. Vorrei raccontare loro delle favole, anche se a volte un po’ macabre e paurose».
Il senso è sempre Io non ho paura dunque?
«Sì, anche se io poi purtroppo ho le mie grandi paure, come di perdere aderenza alla realtà, non ascoltare e concentrarmi troppo su me stesso invecchiando. Il rischio che avverto è di diventare una palla perfetta che non interessa più a nessuno».
Resta centrale per lei il tema dell’adolescenza, è così?
«Ci ricasco sempre. Con La vita intima avevo provato a distrarmi e invece rieccomi sull’età del tutto e niente, di quello che vorresti essere e non essere più, in cui sei pioniere della vita. Non è un momento imbrigliabile, perché non si sente ancora la responsabilità delle scelte fatte. E si prova una vertigine anche per i cambiamenti fisici che avvengono. C’è bisogno di essere capiti e accuditi in quella fase, altrimenti nascono il disagio e le baby gang».
Si sente di fare un po’ il mestiere di suo padre Massimo, psicoanalista infantile, con altri mezzi?
«No, il suo è un grande lavoro di ascolto e il mio più di creazione di personaggi plausibili che fanno cose implausibili, come in questo libro. I miei personaggi provano sentimenti comuni come la sensazione di avere genitori costrittivi, e a quel punto possono anche fare l’impossibile. Mio padre e io giriamo attorno alla stessa vita, ma lui è più adesivo e io come un satellite».
Come capisce di avere la storia giusta per le mani?
«Mi chiama dal computer. Quando non funziona sento la fatica di dover aggiungere un altro pezzetto. Così ne abbandono tante. Quest’ultima aveva una sua autonomia e mi ha aiutato a superare un periodo difficile. Sono pigro e mi piace perdere tempo per cui quando sento che la vita mi scivola addosso ricomincio. Passo dei periodi non so se proprio depressivi ma sofferenti, che si liberano poi mentre scrivo».
Il suo stile asciutto e diretto è cambiato nel tempo e come ci lavora?
«La vita intima era la descrizione da fuori della giovane moglie di un premier, mentre questo in prima persona è una scelta per me più naturale. Lo stile cambia a seconda della storia e ora ho voluto usare le parole strettamente necessarie, mentre allora ne servivano di più per descrivere e dare un senso di ironia. Di solito scrivo e arrivo alla fine, a volte invece mi fermo e ricomincio da capo, in ogni caso vado di getto e poi vedo».
Cosa ha sul comodino e cosa suggerisce?
«Mi stanno piacendo Kolkhoze di Emmanuel Carrère e La ricreazione è finita di Dario Ferrari, anche se ultimamente leggo molta saggistica per rimanere agganciato alla realtà. Cerco di difendermi dalla quantità smodata di serie tv che ci viene riversata addosso. Trovo sia sempre più complicato raccontare fiction e necessario invece rendere la realtà. Di libri recenti da consigliare ricordo Congo di David Van Reybrouch e Nella carne di David Szalay».
Il custode è dedicato alle donne della sua vita, che rapporto ha con loro?
«Madre, sorelle, amiche: sono quelle che mi interessano e con cui parlo di più. Se gli uomini non esistessero vivrei ugualmente felice: con loro c’è sempre un po’ di competizione o paradossalmente di complicità. Anche il piccolo maschilismo che una volta mi divertiva ora mi diverte meno».
L’Italia di oggi la ispira e che Paese è?
«Un Paese in difficoltà, che non ha chiaro cosa vuole essere, se di sinistra o di destra, e si polarizza svuotando il centro critico che vive di ombre».
Lei ce l’ha chiaro se essere di sinistra o di destra?
«No, a me piace la zona grigia, perché mi aiuta a capire e ad essere possibilista. Certo mi sento più di sinistra, ma vorrei che gli schieramenti si sentissero responsabilizzati dalla situazione internazionale e cercassero l’unità. Mi pare anche che i giovani abbiano dato sul referendum un segnale di partecipazione da non deludere».
E la premier Meloni come la vede?
«Affaticata, anche lei non riesce a prendere una posizione precisa perché teme di perdere voti. Non è chiara neanche con sé stessa e questo alla fine la indebolisce».
Un’analisi quasi psicologica del personaggio.
«È quello che dovrebbe fare uno scrittore alla fine, non essendo un politologo».
È vero che a 25 anni si è schiantato con un motorino pur di non andare a un convegno sull’impegno organizzato da Asor Rosa?
«Sì, avevo grande paura di quell’incontro a cui poi ho parlato comunque».
La letteratura per lei serve a immedesimarsi negli ultimi e capire che abbiamo tutti qualcosa in comune?
«A immedesimarsi, anche nei primi. Non c’è niente come la letteratura che faccia pensare come altre persone, più di un film».
Se l’idea alla fine è che il male fa parte di tutti, dove va messo il limite nella comprensione altrui?
«Non so se bisogna metterlo. L’incomprensione è la cosa che fa più paura al mondo. Penso a quella di Trump verso gli iraniani per esempio».
Anche Trump va compreso?
«Direi di no, ecco forse il limite. Bisogna solo sperare che gli americani abbandonino questa politica di violenza inaccettabile».
Compirà 60 anni a settembre, qualche desiderio?
«Sto scrivendo un nuovo romanzo, ma vorrei viaggiare di più e andare in Giappone per vedere le scimmie che fanno il bagno nelle terme, con le loro facce che si gonfiano e diventano rosse per il calore». —