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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Intervista a Gianluca Dettori

«Quando mi sono laureato in Economia a Torino le strade erano due. E portavano entrambe nello stesso posto: lo studio di un commercialista» dice Gianluca Dettori. Il creatore di Vitaminic, l’uomo che ha portato il venture capital in Italia, aveva altri piani. «Ho studiato in un’università tosta – Elsa Fornero come professoressa, matematica finanziaria, esami durissimi – e avevo già capito che la mia traietteoria sarebbe stata diversa. E un po’ per testardaggine, un po’ per fortuna, a un certo punto sono entrato in Olivetti». Al primo colloquio a Ivrea scopre che il lavoro è alla Baltea Disk. «Lo dico molto chiaramente: per un posto qui mi taglierei un braccio, ma i dischetti non mi interessano. Voglio andare nella divisione di Elserino Piol».
La trattativa funziona e si aprono le porte di ItaliaOnline, rilevata da poco. «Era l’inizio del 1995, il browser era appena nato. La Rete cresceva e io ero lì». Entra come assistente marketing, dopo due anni è direttore vendite. «Avevi la sensazione concreta di vedere il mondo cambiare davanti ai tuoi occhi», ricorda. La frustrazione arriva dopo. «Per anni, quando andavo in giro per l’Italia a dire che si potevano fare giornali online, vendere pubblicità, costruire contenuti digitali, mi sentivo rispondere che non interessava a nessuno. Poi, all’improvviso, sono diventati tutti Dot-com».
E allora lascia il Canavese, destinazione Lycos, in quel momento il numero uno tra i motori di ricerca. È un osservatorio privilegiato: ogni mattina arriva via mail l’elenco delle parole più cercate del giorno prima. In mezzo al porno e al pallone, «a un certo punto vedo che sale una parola: Mp3. Non sapevo cosa fosse. Chiamo una collega in Francia: stava succedendo la stessa cosa. Così chiedo a uno stagista dell’università di Catania che lavorava con me. Mi fa una lavata di capo memorabile: ma come, sei direttore generale e non sai cos’è un Mp3? All’università scarichiamo tutti musica».
Dettori prova, ed è uno choc. «Da ragazzo avevo suonato per anni. In cantina, in sala prove, al festival di Sanscemo. In quel momento sono collassate insieme le due cose che amavo di più: la rete e la musica».
Gianluca lascia il lavoro, conosce Adriano Marconetto e Franco Gonella e si inventano Vitaminic, la piattaforma per distribuire canzoni e dischi on line. Piol, che aveva appena detto addio all’Olivetti per fondare Pino Partecipazioni, li finanzia. «Quando andiamo a raccontargli l’idea, mi dice con grande sincerità: “Dettori, io non ho capito niente”. Poi ne parla con suo figlio, che viveva a New York e si occupava di finanza, e si convince». È un boom, parecchi anni prima di Spotify, e si spalancano le porte di Piazza Affari. «Borsa Italiana ha dovuto cambiare il regolamento, perché non era mai successo che si quotasse una società che non aveva ancora chiuso due bilanci. Abbiamo raccolto prima 350 mila euro da Elserino, poi 5 milioni in convertibile, quindi 20 milioni con investitori internazionali. All’epoca era il più grande round mai fatto da una startup italiana».
Gli Unicorni, prima degli Unicorni. «Cento milioni di euro di valutazione erano una cifra enorme. A noi sembrava irreale. Siamo sbarcati in Borsa subito dopo l’esplosione della bolla: è stata l’ultima Ipo di una tech company in Europa prima che la finestra si chiudesse per quasi dieci anni. Non è stato uno scherzo. Però è stato un periodo fantastico».
Dopo Vitaminic, il silenzio. Tra il 2004 e il 2007 Dettori sparisce dalle scene. «Ero distrutto, a pezzi». Ha la fortuna di poterselo permettere – ha venduto le quote – e si ferma. «Mi sono fatto una checklist di tutte le cose che volevo fare nella vita e le ho affrontate una per una». Una specie di Siddharta con il foglio Excel.
Il ritorno è nella finanza, stavolta dall’altra parte del tavolo, con il venture capital tecnologico Primomiglio. Con sé, porta la lezione del business: «Le cose fondamentali sono l’idea, il team», il lavoro. L’innovazione ormai è un affare per professionisti. «Prima era quasi un’arte. Poi sono arrivati Steve Blank, Eric Ries, tutta una scuola di pensiero. Questa materia è diventata una scienza».
Oggi, riflette, il valore si crea soprattutto nell’intelligenza artificiale. «Capita una volta ogni trent’anni una “disruption” così profonda. È molto più facile costruire da zero un’azienda pensata per l’Ai che trasformare un business esistente inserendola dopo». Nel suo libro L’impresa intelligente, appena uscito, spiega che «c’è il modello americano: libero mercato, poca regolamentazione, enorme potenza finanziaria, investimenti giganteschi. Dall’altra parte quello cinese, quasi opposto: un piano nazionale, obiettivi chiari al 2035, algoritmi insegnati nelle scuole e nelle fabbriche. In mezzo ci siamo noi europei». E rischiamo di restare schiacciati.
Lo sguardo sull’Italia, però, è ottimista. Restare qui, investire, è stata una scelta quasi patriottica. «Dopo il sabbatico stavo per trasferirmi a San Francisco. Ma quando è nata mia figlia, che oggi ha diciassette anni, mi sono detto: no, voglio rimanere. Voglio fare in modo che abbia le stesse possibilità di Mark Zuckerberg. C’è una questione generazionale, vero, ma i curricula che ricevo sono impressionanti». La sua Torino, vista da Milano, non ha perso il fascino di trent’anni fa: «Quando ho visto nascere le Ogr ho pensato subito che fossero una scommessa straordinaria. Hanno catalizzato qualcosa che stava già succedendo sotto traccia: il Politecnico, le startup, gli investimenti. Mancava l’attenzione istituzionale, quel luogo ha acceso il riflettore».
Il futuro del Nord Ovest, spiega, è nella tecnologia industriale: «Lì c’è uno spazio gigantesco. Torino ha tutte le caratteristiche per occuparlo».