La Stampa, 19 aprile 2026
Un italiano su due ha tagliato i consumi. E l’alleato americano adesso fa paura
C’è un dato che, più di tutti, racconta il tempo che stiamo vivendo: quasi un italiano su due (47,8%), secondo i sondaggi di Only Numbers, ha già iniziato a risparmiare sui consumi energetici. Non è una scelta ideologica, né il segnale di una improvvisa svolta ecologista collettiva, ma una necessità concreta. Ancora una volta è il portafoglio, prima ancora della politica, a dettare le priorità. La guerra in Medio Oriente, lontana geograficamente ma ormai vicinissima nelle sue conseguenze, sta producendo effetti immediati e tangibili: bollette più care, incertezza diffusa, nuove paure… E come spesso accade nei momenti di pressione economica, sono le famiglie – e in particolare le donne (48,6%) come emerge dal sondaggio – a farsi carico per prime dell’adattamento quotidiano. Ridurre, ottimizzare, rinunciare: una gestione silenziosa che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, questo sforzo non pesa allo stesso modo su tutti. Per alcuni significa riorganizzare i consumi, per altri rinunciare a ciò che era già essenziale. È qui che la crisi energetica smette di essere solo un tema economico e diventa una questione sociale, che amplifica disuguaglianze già esistenti. Sotto la superficie dei comportamenti individuali si muove una frattura politica e culturale sempre più evidente. Il 41,5% degli italiani si dice favorevole a rimuovere le sanzioni alla Russia pur di tornare a un’energia più accessibile. È un dato che non può essere liquidato come semplice nostalgia del passato o cinismo economico, è, invece, il segnale di un disagio reale, che mette in discussione l’equilibrio tra principi geopolitici e sostenibilità sociale.
L’Italia, su questo, si divide nettamente. Da una parte un centrosinistra che difende la linea delle sanzioni come scelta di campo etica e strategica (54,1%); dall’altra un centrodestra (54,3%), con aperture significative anche dal Movimento 5 Stelle (44,7%), più disposti a rimettere in discussione quei vincoli in nome di una maggiore tutela interna.
Non è solo uno scontro tra schieramenti, ma il riflesso di due diverse idee di priorità nazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con il suo presidente Donald Trump. Più della metà degli italiani percepisce questo legame come un rischio, segno di una fiducia tutt’altro che consolidata nei confronti dell’alleato storico. E quando l’80,1% dell’opinione pubblica ritiene che sia stato superato ogni limite, la politica estera smette di essere materia per specialisti e diventa sentimento diffuso.
Eppure, in uno scenario attraversato da tensioni, paure e divisioni, emerge un elemento apparentemente controcorrente: il desiderio di stabilità. La fiducia nella presidente del Consiglio e nel suo partito non registra scosse significative, come se, in una fase di incertezza globale, una parte compatta del Paese preferisse ancorarsi a un punto fermo piuttosto che avventurarsi nell’ignoto.
Anche le opposizioni, del resto, non mostrano variazioni rilevanti. È forse questa la chiave di lettura più interessante: gli italiani stanno cambiando comportamenti, opinioni e priorità, ma non cercano necessariamente una rottura. Piuttosto, sembrano chiedere protezione, gradualità, rassicurazione. Domandano risposte concrete più che battaglie simboliche, stabilità più che scosse. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi di fronte a un Paese bloccato: non solo nella percezione dei cittadini, ma nella realtà quotidiana. Ce ne accorgiamo alla pompa di benzina o mentre facciamo la spesa nel nostro negozio di fiducia, ci scopriamo più poveri, e sempre meno capaci di pianificare il futuro.
Ed è proprio qui che si gioca la sfida per la politica: intercettare fino in fondo questa domanda diffusa, prima che si trasformi in disillusione. Continuare a leggere il Paese attraverso categorie che da oltre trent’anni strutturano il dibattito in centrodestra e centrosinistra, atlantismo e sovranismo, rischia di non essere più adeguato.
Perché mentre il confronto pubblico resta spesso astratto, nelle case degli italiani accade altro: si spegne una luce in più, si abbassa il termostato, si rinvia una spesa. Piccoli gesti, apparentemente marginali, che raccontano però una realtà molto concreta. È lì, in quella quotidianità silenziosa, che si misura davvero lo stato di salute della nazione. C’è però un rischio ancora più profondo, meno visibile, ma forse più insidioso: che questa capacità di adattamento si trasformi in assuefazione. Che il ridurre, il rinunciare, il rimandare diventino la normalità accettata, e non più una fase da superare.
Perché un Paese che si abitua a restringere i propri orizzonti è un Paese che, lentamente, smette di immaginare il futuro.