repubblica.it, 17 aprile 2026
Alzheimer, i nuovi farmaci non funzionano
Nessun effetto clinicamente significativo, ma un aumento del rischio di edema ed emorragie cerebrali. Arriva l’ennesimo duro colpo ai farmaci per l’Alzheimer che agiscono sulle proteine beta-amiloidi nel cervello, come i nuovi anticorpi monoclonali sui quali recentemente l’Agenzia Italiana del Farmaco ha espresso parere negativo circa la loro rimborsabilità.
Una nuova revisione pubblicata su Cochrane ha concluso che questi farmaci non funzionano e, allo stesso tempo, possono avere effetti collaterali anche gravi.
Lo studio
Le persone con l’Alzheimer presentano nel cervello livelli elevati di una proteina nota come beta-amiloide, rilevabili già prima della comparsa dei sintomi, ma il cui ruolo nella progressione della malattia è ancora incerto. La ricerca però non ha perso tempo.
"Negli ultimi decenni, sulla base dell’ipotesi amiloide, sono stati sviluppati farmaci volti a ridurre la produzione di beta-amiloide”, spiega Maurizio Taglialatela, ordinario di Farmacologia dell’Università “Federico II” di Napoli, nonché coordinatore del nuovo progetto di ricerca MNESYS Forward, appena approvato dal ministero dell’Università e della Ricerca per lo studio del cervello. In sostanza, sono stati sviluppati farmaci per rimuovere queste proteine dal cervello, partendo dal presupposto che questo basti a prevenire o a rallentare la progressione della malattia.
La nuova revisione ha esaminato i dati di 17 studi clinici che hanno coinvolto un totale di 20.342 partecipanti, tutti incentrati sull’impatto dei farmaci anti-amiloide su persone con lieve deterioramento cognitivo o demenza lieve dovuta alla malattia di Alzheimer, proprio il gruppo che, secondo le teorie più recenti, avrebbe dovuto beneficiare maggiormente di queste terapie.
Gli effetti
I risultati di questi studi, tuttavia, hanno infranto ogni speranza. I ricercatori hanno concluso che gli effetti assoluti dei farmaci anti-amiloide sul declino cognitivo e sulla gravità della demenza sono “assenti o trascurabili”. “Purtroppo, le evidenze suggeriscono che questi farmaci non apportano alcun beneficio significativo ai pazienti”, afferma Francesco Nonino, neurologo ed epidemiologo presso l’IRCCS Istituto di Scienze Neurologiche di Bologna.
"Esiste ormai un corpus di prove convincente che converge sulla conclusione che non vi sia alcun effetto clinicamente rilevante. Sebbene i primi studi abbiano mostrato risultati statisticamente significativi, è importante – continua – distinguere tra questi e la rilevanza clinica. È frequente che gli studi rilevino risultati statisticamente significativi che non si traducono in una differenza clinica rilevante per i pazienti”.
Oltre all’assenza di effetti clinicamente significativi, la revisione ha rilevato che i farmaci anti-amiloide probabilmente aumentano il rischio di edema ed emorragia cerebrale. Sebbene in molti casi queste complicazioni siano state rilevate solo tramite risonanza magnetica senza sintomi immediati, gli effetti a lungo termine rimangono un’incognita preoccupante, soprattutto a fronte di benefici così esigui.
"La comunità scientifica è concorde nel considerare l’uso generalizzato degli anticorpi monoclonali anti-beta-amiloide nella popolazione con malattia di Alzheimer non supportato da un rapporto beneficio-rischio chiaramente favorevole”, sottolinea Taglialatela. “Resta da verificare se l’impiego di queste terapie possa essere giustificato in pazienti accuratamente selezionati, nelle fasi iniziali della malattia, o all’interno di percorsi assistenziali strutturati che garantiscano adeguato monitoraggio clinico e strumentale”, aggiunge.
L’alternativa, che però sembra essere più probabile, è quella di cambiare completamente rotta. L’idea che basti “pulire” il cervello dall’amiloide per curare l’Alzheimer si sta rivelando una semplificazione eccessiva di una malattia estremamente complessa. I ricercatori dunque raccomandano per il futuro di concentrarsi anche su altri meccanismi, e numerosi studi sono già in corso in diverse direzioni.