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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Intervista a Gianfelice Imparato

Gianfelice Imparato, 69 anni, tiene insieme due tradizioni solo apparentemente lontane: il rigore del teatro e l’immediatezza della macchina da presa. Con lo sguardo di Eduardo De Filippo e la compagnia di Luca, ha costruito negli anni un percorso coerente, fatto di ruoli spesso laterali, mai marginali, in cui l’umanità dei personaggi emerge con naturalezza. Dal debutto sullo schermo con Sergio Corbucci fino agli incontri con Nanni Moretti, Ettore Scola e Mario Monicelli, Imparato ha attraversato stagioni e linguaggi del nostro cinema e della tv – da I bastardi di Pizzofalcone a Un medico in famiglia – diventando un volto familiare per il grande pubblico. Ora ha accompagnato La salita, il debutto da regista di Massimiliano Gallo, in sala. “Con Massimiliano c’è un bel rapporto da anni, grazie a I Bastardi di Pizzofalcone. Ha fatto un film asciutto, una storia avvincente che non cade nelle trappole del pietismo o della retorica. Bella fotografia e attori teatrali. Un buon film”, racconta l’attore.
Lei ricorda di quando, nell’83, Eduardo aprì il laboratorio teatrale nel carcere minorile di Nisida.
“Sì, rientra nei primi anni che faccio questo lavoro. Entrai nella prima compagnia di Luca De Filippo nel 1980. Eduardo selezionava gli attori per la compagnia di Luca, che mi portò da lui un pomeriggio. Raggiunsi Roma e con Luca andammo alla casa di Velletri. Ero emozionato, mi preparavo mentalmente al provino. Arrivo e Eduardo mi fa sedere, parliamo e a un certo punto mi offre un caffè. Io sono disperato: non mi ha chiesto di fare un monologo, leggere qualcosa, niente. Mi convinco che non mi ha preso. Poi una settimana dopo mi arriva la telefonata: mi ha preso. Ho capito che mentre prendevamo il caffè Eduardo mi osservava come a farmi una tac. È stata un’esperienza stupenda, perché erano solo quattro anni che avevo iniziato a fare l’attore”.
Facciamo un passo indietro: il ragazzino che è diventato poi quell’attore che nel ’76 ha deciso di cominciare. Come ha scoperto la vocazione?
“Più che vocazione, l’intuito che il teatro potesse essere una via d’uscita per il disagio esistenziale che vivevo in quegli anni. Studiavo giurisprudenza, facevo già pratica presso lo studio di un avvocato e così, di punto in bianco, senza che in famiglia ci fosse mai stato nessuno, ho intrapreso questo lavoro. A teatro ero andato sì e no quattro volte, a Castellammare, e non c’erano grandi occasioni: bisognava andare a Piano di Sorrento, a Napoli. Io però intuii che poteva essere salvifico e mi informai. Seppe che c’era una compagnia che stava selezionando attori per un dramma popolare, mi presentai e presi la particina”.
Ma perché questo disagio esistenziale?
“Non saprei. È un disagio che si riscontra anche adesso in tanti adolescenti: un senso di inadeguatezza, la paura di affrontare la vita in modo diretto, come Perseo che sconfigge Medusa guardandola riflessa nello scudo e così non viene pietrificato. Come tanti, temevo il rischio di affrontare la vita direttamente. Il mio scudo è il teatro, la maschera”.
L’infanzia?
“Sono nato in un quartiere centrale, popolare. Venivo da una famiglia piccolo-borghese, ma in strada era pieno di ragazzi scatenati. Io avvertivo il disagio di sentirmi diverso, fuori posto. In più mi vestivo col mio modo da damerino, mio nonno era sarto. E allora per dimostrare di essere all’altezza facevo peggio degli altri: se loro rompevano un pallone, io dovevo romperne due per essere accettato. E questo disagio si è accentuato”.
Ha rischiato di prendere una brutta strada?
“No. Ma all’epoca era tutto meno pericoloso di oggi: c’era un controllo sociale, nel senso che nel quartiere tutti sapevano quello che facevi durante il giorno. C’erano il tabaccaio, il salumiere che riferivano, quindi questa sorta di controllo sociale ci salvaguardava”.
Ha fatto dei lavoretti per mantenersi?
“D’estate ho fatto il barista, ho fatto il venditore di pentole in acciaio inox. Una sorta di scuola: dovevo catturare la simpatia, andavo nelle case, facevo riunire le persone e facevo queste dimostrazioni-spettacolo”.
Quando ha capito che le piaceva stare davanti al pubblico?
“Già a scuola riuscivo a catturare l’attenzione, a volte anche per fini poco nobili, per mascherare il fatto che non avevo studiato. Capivo che riuscivo ad affabulare”.
Al cinema ha esordito con Sergio Corbucci.
“Sì, il primo film nel ’78: Giallo napoletano, con un cast straordinario, c’erano Mastroianni, Peppino De Filippo, Michel Piccoli…”
E poi Nanni Moretti in “Bianca”.
“Sì, e lì successe un episodio che mi è rimasto molto impresso. Io facevo questo ruolo, il personaggio si chiamava Pioggia, e c’era una scena con una sola battuta. Una scena elementare, senza possibilità di errore particolare, e invece cominciamo a girarla e rifarla: dieci ciak, dodici, quindici, diciotto, venti. Io mi meravigliavo perché non capivo dove fosse il problema. Non c’era nulla di tecnicamente complicato. Andando avanti cominciai a convincermi che fosse uno scherzo, perché avevo già conosciuto il lato goliardico di Moretti. Le racconto: tempo prima ero stato a pranzo a casa sua e durante il pranzo arrivò una telefonata. Lui fece finta che fosse l’ispettore di produzione di un altro film e cominciò a parlare come se il progetto stesse saltando. Una cosa costruita benissimo, io ci rimasi malissimo. Poi capii che era uno scherzo. Quindi, sul set, dopo tutti quei ciak, pensai che stesse facendo un altro scherzo. Sbotto dicendo che per me è uno scherzo. Lui si infuria davvero, ferma il set per due ore. Capisco che non è uno scherzo, avevo frainteso. C’è stato un lungo periodo di freddezza con lui, poi passato”.
Ha lavorato con Ettore Scola e Mario Monicelli.
“Scola era straordinario perché amava gli attori. Alcuni registi li considerano materiale necessario, invece lui li amava davvero. Monicelli aveva un grande cinismo, ma anche uno spirito ironico straordinario. Ricordo un episodio: una cassiera voleva un autografo e lui scherzava sul fatto che si firmava con nomi di altri registi, poi alla fine mandava a quel paese l’ammiratore e la figuraccia veniva imputata all’altro regista”.
Cambiando generazione: Martone, Sorrentino, Garrone.
“Con Martone ho fatto prima teatro, I dieci comandamenti, poi dopo tanti anni abbiamo lavorato insieme al cinema. È molto attento agli attori. Sorrentino ha una visione molto immaginifica, ho fatto una breve esperienza con lui ma lo ammiro. Garrone ha un modo di girare molto asciutto, senza fronzoli: decide dove mettere la macchina e poi osserva, si capisce la sua matrice pittorica”.
La popolarità è arrivata con la tv?
“Sì, è di gran lunga il mezzo più forte. La maggior parte del pubblico mi riconosce per la televisione, poi per il cinema e pochissimo per il teatro”.
Quali sono i titoli per cui la fermano di più?
“I Bastardi di Pizzofalcone in primis e poi Un medico in famiglia, soprattutto tra i giovani”
Qual è il suo sogno artistico oggi?
“Ho un film scritto, non ho ancora trovato una produzione. È una storia d’amore sullo sfondo della criminalità: uno scrittore che comunica con una donna attraverso fuochi d’artificio e questi segnali vengono fraintesi dalla camorra, creando una serie di equivoci che finiranno per modificare tutti gli equilibri”.