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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Altan parla dell’evoluzione della sua satira

Con quel suo ciuffo biondo, il nasone rosso e le immancabili dita artigliate è uno dei protagonisti «più ingombranti» degli ultimi tempi. Non può che iniziare da Trump questa chiacchierata con Altan, con il quale si inaugura la collana di satira in regalo da domani con Repubblica. Per ripercorrere, attraverso le vignette che in cinquant’anni hanno fatto la storia del giornale, anche la storia del nostro Paese.
Altan, per i lettori lei ormai è un’istituzione: ma quando ha cominciato a disegnare per “Repubblica”?
«In realtà ho iniziato nei primi anni Ottanta con Satyricon di Forattini, l’inserto settimanale che è andato avanti per un bel po’, e poi all’inizio degli anni Duemila ho proseguito la mia collaborazione anche per le pagine del quotidiano».
Erano i tempi della prima Repubblica: infatti nelle sue vignette si riconoscono subito Andreotti, Craxi…
«Sì, erano quegli anni lì: Forattini ci telefonava e dava il tema della settimana, per cui ogni numero aveva molte versioni dello stesso argomento».
E Cipputi invece quando è nato?
«Cipputi è del 1975, lo stesso anno della Pimpa».
E da allora nessuno meglio di lui ha raccontato lo stato d’animo degli italiani. In questi cinquant’anni il mondo però si è trasformato: come è cambiato di conseguenza il modo di fare satira?
«Sono cambiati i tempi, i personaggi, la maniera di fare politica, e la satira ha dovuto adeguarsi. All’inizio c’erano ancora delle regole nella politica, quindi sapevi come muoverti. Adesso la confusione è totale e tutto è diventato più complicato».
Trova che sia più difficile fare satira con i politici di oggi?
«Trovo che non sono molto interessanti, alcuni poi sono ingombranti e quindi tocca occuparsi di loro in ogni modo, ma interessanti no, proprio non lo sono».
E Trump? Proprio a lui è dedicata una delle ultime vignette di questo libro, nella quale si vanta di aver chiuso sette guerre, a partire da quella di Troia e dalle guerre puniche.
«Trump è il più ingombrante di tutti. E ovviamente è dedicata a lui anche la vignetta che ho mandato proprio ora al giornale. Adesso dice che sta chiudendo la decima guerra, con la tregua in Libano. Lo dice lui naturalmente. Perché dice e poi disdice qualsiasi cosa».
Ma non è più facile fare satira su un personaggio come Trump, che con certe uscite si comporta già come la macchietta di se stesso?
«È più facile nel senso che offre veramente qualsiasi fianco possibile. Però se la satira ha, come dovrebbe avere, anche l’intenzione di far sorgere qualche dubbio, con lui questo non è possibile».
E invece la presenza invasiva dei social come si riverbera sulla satira?
«In questo caso per me il problema non si pone, perché tranquillamente non li seguo, per cui continuo alla vecchia maniera».
Nell’introduzione a questo libro Filippo Ceccarelli scrive che si potrebbe addirittura istituire una cattedra di “altanologia”, tanto devono a un artista della satira come lei più generazioni di lettori. Ma, se veramente questa cattedra fosse istituita, che cosa insegnerebbe?
«Non ho niente da insegnare, faccio quello che riesco a fare, ma insegnare no, è un mestiere che non fa per me».
Nelle sue tavole si è detto che è possibile rintracciare un po’ di espressionismo tedesco, unito alla perfidia francese e al gusto per l’esotico che fa pensare a Gauguin. Si ritrova in questa definizione?
«Abbastanza, dai, la trovo una cosa simpatica (ride, ndr)».
Come si sono evoluti in cinquant’anni i suoi personaggi più iconici, a cominciare da Cipputi che ha anticipato il declino della classe operaia?
«Sono cambiati perché è mutato il panorama. Di certi cambiamenti quasi non ti rendi conto mentre li vivi, quindi è difficile mettersi lì a fissare delle svolte. Ma, a parte Cipputi, c’è un altro personaggio a cui sono molto affezionato che è la Luisa. Quella signora che di solito cucina, con un marito che dice sempre scemenze».
Ogni tanto compaiono anche dei bambini.
«Sì, padri e figli sono da sempre stati presenti, sin dai tempi di Linus. Perché è un buon modo per porsi delle domande se a formularle sono i bambini».
Nasi ripiegati, occhioni a palla, ciuffi, dita artigliate: nei suoi personaggi ci sono sempre dei tratti ricorrenti, che li rendono subito riconoscibili. Come le sono venuti in mente?
«Quelli sono tratti che vengono disegnando, non sai mai veramente come escono fuori. Poi certe caratteristiche si fissano e diventano il tuo segno distintivo. Io, per esempio, comincio sempre i miei disegni dal naso. E, secondo me, negli esseri umani il naso è fatto proprio così!».
L’universo di Altan è fatto anche di simboli: per esempio l’ombrello, o la banana. Ce ne sono altri?
«La banana è comparsa ai tempi di Berlusconi, che io chiamavo il Cavalier Banana. E l’ombrello è venuto fuori per la prima volta proprio su Repubblica, credo subito dopo le elezioni del 2001. Era stato chiesto un commento a Walter Veltroni a proposito della sconfitta della sinistra e allora ho disegnato questo tizio con l’ombrello che diceva: “È un risultato su cui riflettere”. Una di quelle frasi che si dicono in occasione di sconfitte elettorali».
A proposito di frasi fatte: possiamo dire che è proprio nel fastidio per i luoghi comuni e gli slogan della pubblicità, unito a una buona dose di cinismo, che meglio si identifica la poetica altaniana?
«Sul cinismo non sono sicuro, perché non è che mi tiri fuori da queste cose, faccio parte di quella stessa tribù anch’io. Sui luoghi comuni, invece, sulle frasi fatte, sì sono d’accordo: sono spessissimo uno stimolo per trovare un’idea. Perché su quelle frasi che ci vengono ripetute di continuo prima o poi il dubbio ti viene: c’è per forza qualcosa dietro, qualcosa che si vuole nascondere».
Oltre alle sue, in questa collana sono riunite anche le vignette di Bucchi, Forattini, Biani, Ellekappa: ha mai collaborato a qualche progetto con qualcuno di loro?
«No, a parte Forattini con cui ho lavorato a Satyricon, gli altri sono tutti autori che conosco e stimo, ma non abbiamo mai lavorato insieme. Anche con Forattini, che è scomparso pochi mesi fa, abbiamo parlato tante volte per telefono, ma purtroppo non ci siamo mai incontrati».
Anche perché lei lavora sempre nella sua Aquileia.
«Eh già, io qua sto».