la Repubblica, 19 aprile 2026
Schlein ospite di Sánchez esalta il modello spagnolo
Barcellona non è una passerella: è un banco di prova politico. Elly Schlein lo sa, e cambia tono. Meno barricadera, più istituzionale. Tre parole per segnare la rotta: pace, normalità, protezione sociale. «È quel che chiedono i cittadini», spaventati da chi «alimenta solo paure e getta il mondo nel caos». Risuonano forti nei padiglioni della Fira che ospita il primo vertice internazionale dei progressisti promosso da Pedro Sánchez e Inacio Lula per contrastare l’ondata degli ultranazionalisti. «Non fatevi ingannare, non importa quanto urlino e quante bugie inventino», arringa nell’intervento finale il premier iberico: «Gridano perché sanno che il loro tempo è finito. La gente si sta rendendo conto che non hanno un programma né soluzioni».
Le stesse parole pronunciate il giorno prima dalla segretaria del Pd, che dal cuore della Catalogna rilancia, indica nel modello spagnolo l’esempio da seguire e spedisce un messaggio diretto non solo all’esterno, ma pure all’interno dei confini nazionali: siamo pronti a governare. E per dimostrarlo detta la linea sulla crisi in Medio Oriente. Dopo il summit dei volenterosi Giorgia Meloni si è detta disponibile a inviare le nostre navi nello Stretto di Hormuz? «Ad ora la cornice della missione non è chiara e manca la precondizione, che è un accordo di pace», taglia corto Schlein. «Non basta una tregua, che peraltro è molto fragile». Serve anche «un mandato multilaterale che in questo momento non c’è». Ergo: «Il governo chiarisca cosa ha in testa prima di fare annunci». Mentre Peppe Provenzano affonda il colpo: «Meloni in confusione strategica riscopre ciò che ha sempre attaccato: Europa e opposizioni. Lei infatti corre da Macron e Crosetto fa appelli all’unità».
Sul palco della nuova Internazionale progressista che va oltre il perimetro dei socialisti, con Sánchez a far da regista e il brasiliano Lula a incarnare il ritorno della sinistra globale, la leader del Pd guadagna spazio e legittimità. Non è più solo un’esponente della minoranza: è la donna che, fra un anno, potrebbe far tornare il centrosinistra alla guida dell’Italia. «Ci candidiamo alla vittoria», dice senza girarci intorno. Sono le circostanze a suggerirlo: tra la sconfitta al referendum e la crisi energetica che «sta mettendo in ginocchio famiglie e imprese a causa delle guerre scatenate da Trump e Netanyahu» per Meloni il vento è girato. E Schlein è già lì per intercettarlo: «La destra si può battere», arringa, «ma senza rincorrerla sui suoi temi, costruendo una nostra agenda fondata su quattro pilastri: pace, democrazia, giustizia sociale e climatica. Dobbiamo incalzarli sulle questioni su cui sono più in difficoltà».
Il cambio di passo è evidente. Nei gesti. Nelle alleanze. Nelle parole che sceglie di non pronunciare. A Barcellona, la segretaria del Pd costruisce il suo profilo internazionale, incontro dopo incontro. Dialoga con il governatore del Minnesota Tim Walz, si siede accanto alla vicepresidente della Commissione europea, Teresa Ribera per discutere in un ottimo inglese di energia e sviluppo. Non è solo networking: è posizionamento. E mentre lei sta fra i colleghi progressisti come una crisalide nel bozzolo, un’assenza pesa più di molte presenze: quella di Giuseppe Conte. Il M5S non c’è, fuori dal Pse e non sempre limpido sulla collocazione internazionale. Sulla quale invece l’alleata non transige. «Non si può tornare al gas russo», avverte, «ne trarrebbe profitto Putin e la sua invasione criminale all’Ucraina». Sa bene che l’ex premier ha detto il contrario, due idee diverse di politica estera. La sua è chiara. E guarda alla Spagna, che «cinque o sei anni fa aveva una situazione uguale all’Italia. Poi però qualcosa è successo», i progressisti al governo hanno investito sulle rinnovabili e la dipendenza dalle fonti fossili è quasi svanita, mentre Meloni alle rinnovabili «sta facendo la guerra». Risultato? «Noi abbiamo un costo dell’energia dieci volte maggiore».
Alla sei di sera, la Fira intona in coro el pueblo unido e Schlein quasi si commuove. «Grazie Pedro, hai dimostrato che l’agenda progressista funziona», l’omaggio al padrone di casa lanciato poco prima dal palco. All’uscita è raggiante. «Qui è successo qualcosa di storico», esulta. «C’erano più di 100 movimenti, provenienti da quattro continenti, uniti dalla stessa consapevolezza: al mondo che stanno costruendo le destre c’è un’alternativa». E a guidarla è «Sanchez, che per noi è un punto di riferimento. Ha rafforzato il salario minimo e ridotto il lavoro precario, ha abbassato i costi dell’energia e aumentato la crescita al 3%, mentre la nostra viaggia sullo zero virgola». Un messaggio diretto solo formalmente a Meloni, più ai suoi alleati: «Invece di fare ideologia, per migliorare la vita dei cittadini basterebbe guardare ai Paesi simili al nostro». Quello che farà lei, quando sarà al governo.