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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Intervista ad Ariedo Braida

Ariedo Braida, martedì festeggerà gli 80 anni: se guarda indietro come giudica la sua vita?
«L’importante è proiettarsi in avanti. Se uno riflette sul passato significa che la vita sta scivolando via e invece sento energia per proseguire. Ho entusiasmo per ciò che potrò dare ancora».
Intanto riavvolgiamo il nastro. Che infanzia ha avuto a Precenicco?
«Sono cresciuto nella campagna friulana in una famiglia composta da persone umili che avevano il lavoro come valore. I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per dare a me e a mia sorella un futuro migliore».
Quando è avvenuta la sua folgorazione calcistica?
«Mi ricordo di aver visto in tv al bar del paese la finale dei Mondiali del 1958 Svezia-Brasile. Lì ho capito che il mio sogno era giocare a pallone».
Quando si è concretizzato?
«Non molto più tardi. Nel 1962 un osservatore mi ha segnalato per un provino al Milan che ho sostenuto nello stadio della Pro Sesto. Mi aveva selezionato Nils Liedholm ma il presidente della mia società di allora mi consigliò di firmare per l’Udinese».
Poi è iniziata la sua carriera da calciatore. È vero che conosce Beppe Marotta da quando lui aveva 12 anni?
«Quando ero l’attaccante del Varese nel 1969, c’era questo bambino appassionato di calcio che raccoglieva tutti i palloni dietro le porte. Io che avevo undici anni più di lui guardavo con affetto questo ragazzino che ogni giorno veniva al campo».
Si possono mantenere relazioni autentiche anche in un mondo apparentemente superficiale come il calcio?
«Con Beppe abbiamo un rapporto bellissimo da decenni e non solo perché si sono incrociate le nostre strade professionali. Gli voglio molto bene, sono stato suo testimone di nozze, abbiamo condiviso mille cene, serate, anche le vacanze. Ha fatto una grande carriera, crescendo con umiltà e scalando tutti i gradini: si merita ogni successo e il tributo che il nostro mondo gli riconosce continuamente».
La sua vita è cambiata a Monza?
«La trasformazione è avvenuta quando ho conosciuto Adriano Galliani. Mi ha preso sotto la sua ala protettiva: ero il centravanti della squadra ma la sera preferivo andare a cena con i dirigenti. Era il periodo in cui ero tentato di intraprendere la carriera di consulente finanziario: compravo titoli azionari e consigliavo ai miei compagni di risparmiare perché la nostra carriera era di breve durata».
Invece è diventato dirigente, grazie al Boss?
«Esatto. Lo sa che ho dato io questo soprannome a Galliani? Lo chiamo ancora così. Una volta allo stadio c’era suo figlio Gianluca bambino e lo interpellava “papà, papà”. Niente. Quando ha esclamato “Boss!” si è girato. Lui mi ha dato l’opportunità di aver fatto parte di un club che per anni è stato il numero uno al mondo. Sarò sempre grato a lui e al presidente Berlusconi per la fiducia».
La trattativa di cui va più fiero?
«Forse l’affare Ancelotti perché all’inizio sembrava una trattativa in salita».
Il campione più grande?
«Farei un torto a scegliere solo un giocatore. Sono arrivati Van Basten, Gullit, Sheva, Kakà. Peraltro vorrei smentire un luogo comune».
Quale?
«Tutti dicono che compravamo i migliori grazie alle risorse del presidente. Ma Kakà oppure Thiago Silva o Pato erano costati cifre normali. Non paragonabili ai numeri attuali: ora costerebbero 200 milioni».
Il rimpianto?
«Io e Galliani eravamo andati a Genova per l’acquisto di Luca Vialli. Sembrava tutto fatto poi ci dissero che preferiva restare alla Samp perché a Milano non c’era il mare».
L’affare più rocambolesco?
«Quello per prendere Frankie Rijkaard: i tifosi volevano fare irruzione nello stanzino sotto le tribune dello stadio dove stavamo concludendo il contratto con lo Sporting Lisbona. Scappai con i fogli firmati nelle mutande: una scena da serie su Netflix».

La sua più grande delusione è stato l’addio al Milan nel 2013 ai tempi del doppio ad?
«No, l’amarezza maggiore è stata la finale persa a Istanbul. La separazione dopo tanti anni poteva essere messa in preventivo. Ho amato il Milan con tutto me stesso, sono orgoglioso di aver contribuito a scrivere la storia».
Com’è essere genitore di due adolescenti alla sua età?
«Mia moglie Giuditta svolge il ruolo educativo più importante. Io nei confronti di Giordano che ha 19 anni e Augusto di 16 cerco di dare l’esempio più con i comportamenti che con le parole. Insegno loro ad essere leali».
Sono appassionati di calcio?
«Super milanisti e quando le cose non vanno bene mi dicono “papà, intervieni”».
Obiettivi che insegue?
«Quando il presidente Cipriani mi ha coinvolto nell’avventura del Ravenna ho aderito con entusiasmo. Il nostro percorso è iniziato due estati fa, abbiamo ottenuto la promozione in C e ora siamo in viaggio». Buon vento, Ariedo.