Corriere della Sera, 19 aprile 2026
Intervista a Edoardo Bennato
Il primo italiano a essere definito punk, il primo a riempire uno stadio. Anzi di più: 15 stadi di fila in un mese. Ora sembra siano buoni tutti a farlo. «So che a San Siro ci andrà anche Irama: non lo conosco, ma deve per forza essere bravo...». Il taglio dell’ironia come codice di approccio alla vita, «canzonette» che hanno raccontato la società meglio di saggi da centinaia di pagine, ora Edoardo Bennato si appresta al tour «Quando sarò grande», 6 concerti evento con partenza da piazza San Marco a Venezia il 6 luglio e chiusura il 18 settembre a Milano.
Ricordi di quel mese?
«Il giorno prima del concerto facevamo sempre una partita a calcio. Ho segnato in tutti gli stadi d’Italia».
Questa è l’estate dei Mondiali, di nuovo senza l’Italia. Lei nel Novanta aveva firmato le «notti magiche».
«Ricordo un pomeriggio a San Siro, stavamo facendo le prove e dall’altra parte del prato spuntò Maradona: voleva conoscere Gianna Nannini, a lui piacevano le artiste».
Con Diego vi siete visti in tante occasioni.
«Uscivamo spesso. Una volta in un ristorante a Roma a un certo punto non lo vidi più. Era andato tra i tavoli a distribuire 50mila lire a tutti, si sentiva sempre in debito con il Padreterno, in qualche modo doveva restituire quello che aveva avuto».
Chi è il più bravo artista italiano?
Sorride: «Io sono il più bravo di tutti in senso assoluto, ma è meglio non dirlo. Cosa significa essere più bravi? Significa unire i contenuti con la spettacolarità».
A parte lei?
«I più bravi sono Zucchero e Jovanotti, sia a livello professionale, sia a livello di emozione che trasmettono. Anche Morgan è pazzesco. Con lui cominciavamo a lavorare verso le 2, le 3 di notte. E poi Clementino: è grandioso, bravissimo. Però anche lui è vulnerabile, come Morgan».
All’inizio faticava, il successo è arrivato dopo tanti anni.
«Ho fatto tante prove, tanta gavetta, tanti concorsi in cui venivo scartato».
Pensava di non farcela?
«I fallimenti ti fanno acquisire consapevolezza. E lì capisci una cosa fondamentale: nella musica non esiste un parametro oggettivo. Non è come nello sport, dove c’è il cronometro che stabilisce la bravura. Nella musica decidono i condizionamenti dell’industria discografica, delle radio, del mercato, della politica».
Il segreto per non abbattersi?
«Suonare ovunque: strada, pianobar, locali. È lì che capisci chi sei davvero, il contatto con la gente è tutto».
Il direttore della Ricordi la bocciò.
«Mi disse: il suo album l’abbiamo messo negli scaffali dei negozi, ma i programmatori della Rai hanno detto che la sua canzone è sgraziata e sgradevole; si laurei e si levi dai piedi. Presi atto che una canzone come Un giorno credi non è bella perché è bella».
Poi arrivò il successo.
«Sfottevo il presidente della Repubblica Leone e il Papa: l’intellighenzia di sinistra individuò in me il rappresentante ideale dell’insoddisfazione giovanile e feci tutti i festival di sinistra. Il direttore della Ricordi mi richiamò: “Sei diventato una leggenda”».
Per il Pavarotti & Friends, Luciano le chiese un provino: non la prese male?
«In questo mestiere bisogna essere molto umili. Non mi sono indispettito, anzi l’ho colta come un’occasione per verificare ulteriormente le mie capacità: il dubbio è un esercizio critico fondamentale. Dissi alla band di metterci tutti in frac e suonammo otto pezzi. Si torna al discorso di prima: per andare alle Olimpiadi mi sarebbe bastato un tempo, un parametro oggettivo».
Racconta da sempre gli italiani: come siamo?
«Siamo moralisti a nostro uso e consumo quando ci fa comodo. Nel 1960 gli operai emiliani andavano in gita premio in Russia. Tornavano un po’ interdetti, ma non dicevano niente».
Per spiegare le differenze tra Nord e Sud del mondo ha elaborato il Codex Latitudinis e ci ha scritto un libro. In cosa consiste?
«In estrema sintesi: la qualità della vita sul pianeta dipende dall’alternarsi delle stagioni. Io sono un uomo del Sud e quindi non posso accettare l’ipotesi che a Stoccolma e Copenaghen siano tutti intelligenti, mentre al Cairo sono tutti cretini».
Ne parla anche con Bertinotti?
«Con Fausto ci conosciamo da vent’anni, viene sempre ai miei concerti. Ci troviamo su tutto. Tranne su questo punto: Fausto pensa che ci sia una parte dell’umanità cattiva che tiene sotto scacco l’altra. Io invece sostengo che non è un problema di buoni e cattivi, è un problema di maturità sociale in base al clima».
Qual è la canzone di cui è più orgoglioso?
«Le ragazze fanno grandi sogni è un manifesto della femminilità, un inno alle donne: del resto è stata mia mamma a plasmarmi».
Il tour si chiama «Quando sarò grande», lei (il 23 luglio) compirà 80 anni.
«Ma da tempo mi sono fermato a 55».